Il sole ancora alto nel cielo prolungava le attività cittadine in quella serata di fine estate. Persone di ogni età sembravano godere della tregua della recente e straordinaria calura. Evelina dischiuse appena la finestra della sua stanza e si avviò verso il salone dove le inservienti si muovevano frettolose in mezzo ai tavoli preparati per la cena. Era uno dei momenti più attesi della giornata, forse l’unico, a pensarci bene, perché preludeva al sonno della sera, gradevole anche se indotto, in attesa dei caleidoscopici flashback che coloravano pensieri troppo grigi.
Lo stato di salute di Evelina poteva definirsi soddisfacente a detta dei medici, sia in relazione all’età che ai pesantissimi e ripetuti interventi i quali avevano alleggerito notevolmente talune sue strutture interne. Rapidamente, aveva appreso abitudini e consapevolezze nuove, e si era trovata a dover decidere tra due opposte e ugualmente sofferte direzioni, come le era successo moltissimo tempo prima, precisamente a diciannove anni. Stavolta la scelta non avrebbe coinvolto nessun altro; si trattava della lotta intestina tra l’Evelina che voleva andarsene una volta per tutte e l’Evelina soldatessa, la donna dalle mille risorse, impavida e, stavolta, curiosa.
Oddio, curiosa non era forse il termine più corretto, in questo frangente. Il fatto che, da qualche tempo, nella Casa di Riposo “Parco dei Tigli” si vociferasse sull’imminente arrivo del Signor Emilio, più che con la curiosità aveva a che fare con una serie di sentimenti e stati d’animo in grado di scuotere le fondamenta di un’intera esistenza ormai faticosamente assestate e sui quali azzardava ipotesi in attesa di verifica.
“Milio”, era stato un suo compaesano e compagno dei giochi trafelati sulle rive del Canalbianco, quando ancora delle città limitrofe nemmeno si poteva intuire la vicinanza, per la scarsità di collegamenti stradali adeguati. Immersi in una rigogliosa e selvaggia vegetazione, quante volte erano scivolati sugli argini melmosi, fino a che il divertimento era definitivamente cessato dopo la scampata lacerazione dei tendini del ragazzino, nel tentativo di trascinarla via dall’acqua che tentava di trattenersela, in una giornata umida e ventosa.
Da maschiaccio impenitente, l’Evelina s’era trasformata in una dolce ragazza, tranquilla ed ordinata e la sua frequentazione con Emilio si era interrotta abbastanza bruscamente per volere dei genitori che ambivano ad una ben differente tipologia di genero. Consapevoli dell’affetto reciproco e, forse, dell’amore che legava i due giovani, si adoperarono con estrema perizia ad instillare dubbi sul conto di Emilio, sulla sincerità e sul suo effettivo disinteresse nel desiderare lei, figlia di grossi proprietari terrieri, come legittima sposa. Sarebbe stato un insanabile disonore, le avevano spiegato, andarsene senza il permesso dei genitori ed essere accolta, benché benevolmente, in un’altra famiglia, senza un soldo di dote (perché non l’avrebbe di certo avuta, questo era scontato), come una pezzente, ma, ciò che più contava, come una poco di buono. E in ultima analisi, conclusero, nemmeno Emilio, dopo un primo momento di entusiasmo e di soddisfazione per la “vittoria” avrebbe continuato a stimarla.
Chiunque avrebbe compreso la tortuosità di tale deduzione, tranne Evelina, che obbedì. Non era avvezza a discutere i desideri, specialmente i suoi. Le era già stata in precedenza preclusa la possibilità di poter vantare quel minimo di istruzione che l’iscrizione alla scuola media, intanto, le avrebbe permesso; era femmina e, come tale, altre occupazioni l’avrebbero attesa.
Era il 1951; nella mattinata di un sabato di novembre, Emilio sentì la prima deflagrazione causata da una discreta quantità di tritolo sull’argine destro del Canalbianco, ai piedi della confluenza con la Fossa, proprio su quelle rive dove, inconsapevoli, avevano condiviso le emozioni che solo l’amicizia del cuore – al pari o più di quella amorosa – è in grado di suscitare. Sentimenti delicati, privi di passionali coinvolgimenti ma forti e compatti come il legame con la loro terra che stava per essere sommersa dall’acqua inquietante del Po che drammaticamente aveva già invaso un’ampia porzione della pianura portando distruzione e morte.
Confuse lo scoppio con quello del suo cuore, alla notizia, ricevuta direttamente dalla fonte, ossia dal padre di Evelina. Gli comunicò, senza guardarlo negli occhi, che sua figlia avrebbe presto maritato il signor Cesare, giovanotto serio e garante di un futuro sicuramente più roseo di quello che avrebbe avuto con qualunque altro pretendente. Emilio s’era sentito umiliato, tuttavia, uomo pratico e di fede, aveva reagito alla meglio, tirando su con il suo lavoro di bracciante una discreta abitazione e un figlio, il quale aveva a malapena conosciuto la madre. La sorte gliel’aveva sottratta con l’aiuto di una complicanza setticemica verificatasi in seguito ad un’ustione.
Nella seconda settimana di settembre 2006, fece dunque il suo ingresso nella struttura per anziani il signor Emilio V. Sembrava che il figlio l’avesse convinto ad accettare un soggiorno provvisorio, il tempo di alcune cure fisiche, in questo luogo situato nel loro paese natìo, a 400 chilometri dall’attuale luogo di residenza. Sembrò, in seguito, che il figlio si fosse scordato del padre ma ciò non rispondeva al vero dato che la retta veniva regolarmente corrisposta.
Quando, dopo qualche settimana, Evelina ebbe modo di vedere l’uomo, ormai ultrasettantenne, provò una sorta di indefinibile smarrimento che si tramutò in dolorosa frustrazione nel constatare che lui non la riconobbe. Rimandò allora la decisione di farsi avanti ad una successiva occasione; nel frattempo sorprese se stessa nell’indugiare allo specchio e nel cercare tra le sue cose qualche belletto dimenticato.
L’incontro avvenne una sera nel salone dove un interessante spettacolo televisivo aveva riunito gran parte degli ospiti. Emilio riuscì a riconoscerla grazie all’intuizione, favorita dalla consapevolezza del luogo e dallo sguardo insistente di questa donna che doveva avere più o meno la sua età. Il suo fu un pianto liberatorio; c’era dentro il dolore di una vita e, adesso, la convinzione di essere stato abbandonato da quell’unico figlio che, assieme alla moglie, aveva voluto liberarsi della presenza di quello che era diventato: un vecchio brontolone bisognoso di assistenza.
Evelina provò una pena infinita e tutto l’affetto di un tempo cominciò a rifiorire innaffiato dalla reciproca commozione. Pur non sapendo nulla di certo sulle intenzioni del figlio, lo convinse che si sbagliava e che sicuramente c’era qualche problema del quale egli preferiva non parlare al padre. Gli prospettò numerose possibilità e inventò benefiche menzogne raccontate con la speranza e la fede che tali non sarebbero rimaste a lungo, pronte a smentirsi tramutandosi in verità.
Arrivava, saltuariamente, qualche telefonata del figlio. Una, in particolare, accennava a lavori di restauro sull’abitazione che avrebbero prolungato i tempi necessari all’accessibilità alla stessa. Emilio si convinceva che non avrebbe più fatto ritorno a casa e Evelina puntualmente smontava queste sue tristi congetture. Finalmente, un giorno se lo trovò davanti senza preavviso. Quel figlio confuso era venuto a riprenderselo senza troppe spiegazioni.
Ora Emilio avrebbe dovuto affrontare il nuovo e antico distacco da Evelina e, benché il pensiero di quel pentimento (così avrebbe continuato a considerare il gesto del figlio) fosse sufficiente a lenire lo strappo ancora aperto, capì di doverlo seguire, stavolta con il senno di nuovi propositi che avrebbero posto le sincere volontà di entrambi come l’incipit di un nuovo corso di eventi.
Questo è il racconto che ho immaginato nello spazio di qualche minuto, modificando i nomi, dopo aver letto la lettera che la signora Evelina, ospite di vecchia data della Casa di Riposo “Parco dei Tigli” mi mostra, accompagnandola da faticose emissioni di fiato. Quattro facciate fitte di ricordi, che Emilio le ha lasciato, abbastanza imprecisi ma sufficientemente eloquenti da non discostarsi troppo da questa rielaborazione. Non riesco a trattenere l’emozione e la bacio ringraziandola di avermi ricordato che la vita, benché quasi sempre tradisca le aspettative, non rinnega mai il suo essere mistero, stupore e fonte di risorse insondabili per chi ad essa si affida senza troppe pretese.
Uscendo, poso sul suo comodino, quasi furtivamente, l’elegante confezione contenente la cipria color rosa pallido, uno dei rari suoi vezzi dei tempi andati. Mi sembra un gesto fuori luogo, quasi irrispettoso e stonato nell’atmosfera che la breve lettura ha evocato nella mia mente, ma il reciproco sguardo d’intesa affievolisce questo timore.
Talvolta, quando le occasioni per qualche carezza si diradano, anche un soffice piumino può fare la sua parte.
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Laura Viaro. “Sponde ritrovate”. Ventaglio Novanta, n. 46, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/sponde-ritrovate/