I matrimoni che coinvolgono importanti casati – si sa – non sono mai esenti da motivazioni di natura economica e/o politica. Ciò è tanto più vero quanto più si sale nella graduatoria sociale, e specialmente in passato, ai livelli più elevati, tali tipi di unioni obbedivano in particolare alla ragion di stato.
Nel numero precedente del Ventaglio (Adria e gli Estensi, pag. 62 e successive) abbiamo evidenziato le motivazioni che stavano alla base dell’accordo matrimoniale stipulato tra il papa Alessandro VI Borgia e Ercole I d’Este per i rispettivi figli: Lucrezia ed Alfonso. Accordo che fu perfezionato grazie all’attivo interessamento di due Vescovi della cattedra adriese legati alla corte estense, ovvero Niccolò Maria d’Este e Bertrando Costabili.
Le trattative furono lunghe e delicate (anche per un sopravvenuto ripensamento da parte di Ercole I, i cui motivi sono stati esposti nel citato n. 46 di questa rivista) ma, alla fine, si conclusero con piena soddisfazione di entrambe le parti.
Come si è già sottolineato, uno dei punti fermi dell’accordo (di grande interesse in particolare per il duca estense) ruotava attorno all’incondizionato appoggio del Pontefice nella contesa sul Polesine, in corso tra Ferrara e Venezia. Le altre questioni riguardavano le proprietà e la dote della sposa.
La delegazione estense a Roma
Finalmente, l’8 Dicembre 1501, cadute le ultime resistenze, il duca Ercole diede il via libera alla delegazione incaricata di recarsi a Roma per incontrare Lucrezia e poi scortarla nel viaggio verso Ferrara per la celebrazione delle nozze con Alfonso. Il gruppo dei delegati fu scelto direttamente da Ercole I, il quale decise inoltre che Alfonso sarebbe rimasto a Ferrara, in attesa della futura consorte.
La delegazione era guidata dal Cardinale Ippolito, terzogenito del duca e fratello dello sposo, affiancato dai due fratelli minori don Ferrante e don Sigismondo, dal cugino Ercole e dai due Presuli di Casa d’Este: Meliaduse, Vescovo di Comacchio e Niccolò Maria, Vescovo di Adria. Chiudeva la piccola schiera degli ecclesiastici il nuovo ambasciatore ferrarese a Roma mons. Bertrando Costabili, che a sua volta sarebbe salito nel 1508 alla Cattedra Adriese, riconoscimento offertogli per il prezioso lavoro diplomatico svolto presso il Vaticano.
Per completare il quadro che ci interessa particolarmente da vicino (ovvero l’influenza degli Estensi nel governo della Diocesi di Adria), non possiamo ignorare la presenza tra i delegati dei conti Gerardo e Guido Rangoni. Anche la nobile Famiglia Rangoni infatti fu gratificata dalla Casa d’Este con la nomina di un suo autorevole esponente al Vescovado del Polesine. Si tratta di mons. Ercole Rangoni, che dopo aver retto la Diocesi di Adria (1519-1524), ricevette le insegne cardinalizie da Papa Clemente VII de’ Medici¹.
Tra i componenti della delegazione nuziale entrarono i migliori esponenti della nobiltà ferrarese chiamati a fare da scorta d’onore accanto ai giovani addetti ai servizi logistici. Complessivamente, la comitiva scelta dal Duca raggiunse il ragguardevole numero di cinquecento persone.
L’avanguardia del gruppo, con gli “spenditori” ed i “siniscalchi” incaricati di provvedere all’alloggio ed al cibo per tutti, partì da Ferrara l’8 dicembre 1501. A quei tempi era in uso presso le Signorie regnanti offrire piena ospitalità ai rappresentanti di altre Signorie, in transito nel territorio di competenza. Questo naturalmente quando i rapporti diplomatici erano quanto meno discreti.
Il giorno seguente, 9 Dicembre, il duca Ercole in persona e il figlio Alfonso guidarono il resto della comitiva inviata a prelevare la futura duchessa, fino al limite della cinta muraria di Ferrara. Da lì la delegazione imboccò la strada per Bologna dove il 10 Dicembre fu accolta con grandi onori dalla nobile famiglia Bentivoglio, signora della città.
Giunti a Firenze il 15, gli uomini del duca arrivarono a Siena la sera del 17. Finalmente, dopo gravi disagi dovuti a giorni e giorni di pioggia, alle otto del mattino del 23 Dicembre, antivigilia del Natale, i cavalieri estensi raggiunsero Roma.
La lunga carovana sostò a Ponte Milvio per circa due ore, in attesa di essere ricevuta dai cerimonieri pontifici. La sosta provvidenziale fornì ai delegati l’opportunità di riassettarsi prima di disporsi in parata come imponeva il rigido cerimoniale di corte.
L’attività della delegazione durante il soggiorno romano fu assai impegnativa. Innanzitutto doveva dissipare ogni possibile dubbio sullo stile di vita degli Estensi, sulla loro effettiva potenza economica e militare, sui loro rapporti con gli altri Stati. I “chiarimenti” ufficialmente richiesti per ragioni di Stato celavano tuttavia anche le legittime preoccupazioni di un padre, Alessandro VI, deciso ad assicurare a Lucrezia un lungo periodo di tranquillità e di pace dopo le brutte esperienze dei due matrimoni precedenti.
Durante il soggiorno romano i dubbi e le perplessità del Pontefice e della sua corte vennero affrontati in sede diplomatica nel corso di una specie di “question time” permanente tra l’ambasciatore mons. Bertrando Costabili ed i collaboratori del Papa.
Lucrezia Borgia alla corte di Ferrara
Dissipati tutti i dubbi e composte le residue vertenze ancora in atto tra il Vaticano e la Signoria ferrarese, col beneplacito del pontefice Lucrezia iniziò il lungo viaggio verso Ferrara, scortata dagli Estensi ed anche da un seguito proprio di dame e cavalieri messi a sua disposizione per rendere meno traumatico il suo distacco dai fasti romani.
Il poderoso corteo giunse nei pressi di Ferrara (nella località di Bentivoglio) la mattina del primo Febbraio 1502. Lucrezia fu fatta salire in una barca messa a sua disposizione dalla futura cognata, la duchessa Isabella di Mantova. Lì fu raggiunta da Alfonso.
Questa strana conclusione del viaggio attraverso i canali, fu decisa dal duca Ercole, al quale premeva far sapere a tutti che Ferrara, oltre ad essere città d’arte e di cultura era anche una città d’acque.
Nonostante i molti dubbi e timori nutriti in segreto da Lucrezia, la sua accoglienza in città fu trionfale, ed ancor più trionfali furono le nozze celebrate alla presenza di nobili, ambasciatori e regnanti giunti da ogni parte per suggellare rapporti di alleanza e convenienza con la Signorìa degli Este ma, soprattutto, per rendersi graditi al Pontefice. Anche il territorio adriese contribuì al banchetto nuziale, non in modo del tutto spontaneo, ma con la requisizione di tutto il pescato dei fiumi e delle valli che fu conferito alla corte estense².
Il patto matrimoniale si profilò dunque positivo per gli Estensi che però, nonostante il sostegno papale, non riuscirono nell’intento di tornare ad esercitare la loro supremazia sul Polesine, tenuto sempre più saldamente nelle mani dei Veneziani³.
Va inoltre detto che – ironia della sorte – nei primi anni del suo soggiorno ferrarese, Lucrezia coltivò qualcosa di più che una semplice amicizia, proprio con un nobile veneziano. E’ una pagina chiaccherata di vita privata, concernente il rapporto instauratosi tra Lucrezia e il letterato veneziano Pietro Bembo (1470-1547). Si tratta di un amore, scandito prevalentemente per via epistolare, che gli storici moderni sono per lo più propensi a definire platonico. Protagonisti: il giovane e promettente scrittore – considerato, dopo la morte del Poliziano, principe degli umanisti italiani – e l’affascinante duchessa, definita da alcuni storici “la più discussa, ingombrante ed enigmatica donna del Rinascimento”⁴.
La nobildonna spagnola, educata alla corte pontificia, aveva certamente trovato nel fine intellettuale veneziano, autore de “Gli Asolani” (tre libri di ragionamenti e versi d’amore dedicati proprio a Lucrezia Borgia), quel sostegno culturale che il rude guerriero estense esperto di fortificazioni, bombarde e cannoni, non era in grado di darle. Probabilmente, noto alla Corte ferrarese, il rapporto fu tollerato dal pragmatico Alfonso, conscio dei propri limiti e rispettoso delle esigenze intellettuali della moglie.
Diradati gli incontri con la duchessa e rientrato a Venezia, il Bembo sostò qualche tempo alla Corte di Urbino prima di passare a Roma dove divenne influentissimo segretario di Leone X, che lo fece Cardinale quando ormai Lucrezia era scomparsa.
La figura del Bembo ci riporta anche ad Adria, per ricordare come il passaggio definitivo di Adria dal dominio estense a quello veneziano sia avvenuto proprio in virtù di un’azione militare guidata nel dicembre del 1511 da Pietro Bembo, che al tempo ricopriva la carica di Procuratore Veneto presso la vicina Cavarzere⁵. In questa occasione l’ultimo rappresentante del Duca di Ferrara, il Visconte Superbo degli Assassini, dovette lasciare precipitosamente la città che da allora seguì le sorti della Serenissima.
La morte prematura di Lucrezia
Lucrezia, che prima del matrimonio con Alfonso d’Este aveva già dato un figlio (Rodrigo) al duca di Bisceglie⁶, abbandonate in gran parte le forti passioni dei suoi anni giovanili, divenne madre premurosa presso la famiglia ducale di Ferrara, specie dopo che nell’aprile del 1508, all’età di 28 anni, diede alla luce il futuro Ercole II, seguito l’anno successivo da un altro maschio, Ippolito II, destinato ad assumere la porpora cardinalizia.
Lucrezia, divenuta nel frattempo molto religiosa (indossò il cilicio e si fece terziaria francescana) continuò a dare alla luce altri figli⁷, e fu proprio l’ennesima gravidanza a portarla alla morte. Morì il 24 Giugno 1519, pochi giorni dopo il parto di una bambina, a soli trentanove anni.
Era alla sua ottava gravidanza ed aveva adempiuto al suo dovere di sposa nel garantire agli Estensi la continuazione della loro prestigiosa dinastìa.
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Come citare questo articolo
Aldo Rondina. “Lucrezia, Astolfo e… Adria”. Ventaglio Novanta, n. 47, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/lucrezia-astolfo-e-adria/