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ATTUALITÀ - INIZIATIVE CULTURALI

Il “tesoretto d’ambra”

Lo straordinario rinvenimento di Campestrin ha richiamato l’attenzione internazionale sul patrimonio archeologico polesano

di Francesca Magon

Ventaglio Novanta n. 47 2013 pp. 140–143

Sappiamo che il Polesine è un territorio che, a ragione, si può definire un museo a cielo aperto. In questa terra molto particolare, infatti, attraversata da molteplici corsi d’acqua che da millenni hanno condizionato l’alternarsi di insediamenti abitativi, l’uomo ha lasciato impronte del suo vissuto fin dai tempi della preistoria.

Appassionati ed esperti archeologi dagli anni ‘60 ad oggi hanno portato in superficie tesori sorprendenti per la storia del nostro territorio, nascosti nelle viscere delle campagne alluvionali tra sabbie e strati di limo torbosi.

In particolare lungo il paleoalveo della Filistina, detto anche Po di Adria – un antichissimo corso d’acqua che percorreva quasi tutta la lunghezza del Polesine fino a Loreo – sono stati individuati siti di particolare importanza a Melara, Castelnovo Bariano (Canar, Marola, Canova), Frattesina, Gognano, Frassinelle, Villamarzana, Arquà Polesine, Grignano, Borsea, S. Apollinare, San Martino di Venezze.

Si tratta di località dove anticamente vivevano comunità attive in un arco di tempo riferibile all’età del bronzo finale e agli inizi di quella del ferro compreso tra il XII° e il IX° secolo a. Cr.

Il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo e il Museo Archeologico Nazionale di Adria, ma anche i più piccoli Musei di Ficarolo, Castelnovo Bariano, Fratta Polesine e Villadose, conservano preziose testimonianze di insediamenti protostorici, ed anche delle epoche successive caratterizzate dalla presenza di Greci, Etruschi, Romani, Goti ed Ostrogoti, vissuti o transitati nel nostro territorio.

Il sito di Campestrin

L’ultimo sensazionale ritrovamento in ordine di tempo risale ad una campagna di scavi avviata quattro anni fa. Nel 2009, a Grignano Polesine in località Campestrin, a pochi giorni dalla pensione del prof. Raffaele Peretto, che per anni ha diretto il Museo dei Grandi Fiumi, un gruppo di studiosi rinvenne vari frammenti di cocci del cui esame fu incaricata inizialmente Cecilia Colonna, specialista nello studio di reperti preistorici, (purtroppo prematuramente scomparsa).

L’archeologo Luciano Salzani, grande esperto dell’età del Bronzo del Veneto e direttore della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, ha riconosciuto riferibile al Bronzo medio finale l’interessante materiale trovato in questo sito.

Gli scavi nel sito di Campestrin nell’insieme si sono articolati in quattro campagne finanziate dalla regione Veneto e condotte dalla SAP (Società Archeologica Padana), con l’aiuto di una équipe di prestigiosi archeologi: Brian Howes, Luciano Salzani, che ha coordinato le ricerche, Michele De Michelis, archeologo della stessa SAP. Costoro hanno lavorato con il personale del Museo dei Grandi Fiumi: la dott.ssa Chiara Vallini, curatrice del Museo e responsabile scientifico, e la dott.ssa Nicoletta Cittadin, dirigente della sezione culturale del Museo; con alcuni collaboratori di enti e del Comune di Rovigo. Nell’occasione Mauro Cesaretto, restauratore di reperti archeologici e dal 1985 direttore del laboratorio di restauro presso il Museo dei Grandi Fiumi, organizzò un gruppo di lavoro composto da studenti dell’università di Padova, Venezia e Ferrara e del Liceo artistico di Rovigo.

Dapprima i vari sondaggi restituirono materiali di un luogo confuso. In un primo momento si pensò al ritrovamento di una necropoli per la presenza di due tipi di sepoltura, ma nel secondo e terzo anno gli studiosi intuirono di trovarsi dinanzi ad una sensazionale scoperta archeologica, di portata internazionale.

Il tesoretto d’ambra

Fu allora, infatti, che emerse un inedito abitato artigianale protostorico, caratterizzato dalla presenza di una grande quantità di polvere e frammentazioni d’ambra: quasi sei chilogrammi di schegge di ambra leggera (ritenute scarti di lavorazione) frammiste a piccoli frammenti di ceramica decorata, di osso e di palchi di cervo e di manufatti nelle diverse fasi di lavorazione.

Le ricerche si intensificarono: fu operato un grande scasso e furono rinvenute cinque piattaforme di lavorazione ben delineate e separate da canalette per lo scolo dell’acqua. Nello svuotamento delle canalette, sul fondo, comparve agli occhi degli entusiasti studiosi un vero e proprio “tesoretto d’ambra”: ambra grezza con foro piccolissimo, molte perle d’ambra semilavorate o finite, una vera e propria catena lavorativa per la produzione di astragali, di forme particolari di tipo Tirinto.

Compresa la straordinarietà di questo eccezionale e travagliato sito di Campestrin¹, si decise di ampliare l’area d’indagine aprendo una trincea di circa 26 metri, in corrispondenza di un antico scavo, forse di epoca romana, cosicché furono rintracciate altre probabili piattaforme di lavorazione.

Nel quarto e ultimo anno di scasso (2011), un’indagine stratigrafica della zona ha portato ad individuare il fondo di due capanne. E’ stato un luglio-agosto massacrante per quegli studenti universitari impegnati a setacciare sacchi di terra, ma la fatica è stata compensata dal recupero di una grande quantità di materiale assai interessante.

Questo di Campestrin è stato definito “il più importante sito della lavorazione dell’ambra del Mediterraneo” – ci dice con soddisfazione Mauro Cesaretto esperto di archeologia sperimentale -. L’affascinante rinvenimento della “catena di lavorazione dell’ambra” nel sito di Campestrin è stato così straordinario da trovare recentemente risonanza a Roma, a seguito di una mostra tenuta lo scorso dicembre nella Capitale presso il Museo Etrusco di Villa Giulia. All’iniziativa ha portato il suo contributo il restauratore Mauro Cesaretto, che ha studiato il metodo di lavorazione dell’ambra degli antichi artigiani, coadiuvato in questo da amici ugualmente appassionati: Francesco Pavan, orafo di Mestre, Sara Garbellini, archeologa specializzata in manufatti in ambra etruschi.

L’interesse e la curiosità di Cesaretto sono stati rivolti proprio ad ipotizzare quali strumenti di lavoro gli antichi artigiani avessero costruito, quali fossero le tecnologie utilizzate per la lavorazione dell’ambra e come fossero stati prodotti i frammenti d’ambra scoperti. Osservando i ritrovamenti dei frammenti in bronzo, e dopo tanta ambra impiegata, fornita dall’orafo Pavan, le varie intuizioni, finalmente hanno trovato riscontro, riattualizzando il metodo di lavorazione utilizzato dagli artigiani della Campestrin preistorica.

A villa Giulia di Roma

Tanti sforzi hanno avuto un significativo coronamento con l’invito giunto agli operatori del museo rodigino di partecipare a Roma al convegno dal titolo “Luce dalle terre dell’ambra: dalle rive del Baltico al Mediterraneo”, organizzato nel dicembre 2012 a Villa Giulia.

Davvero singolare, fra l’altro, l’iter di questo invito. Incredibile a dirsi, la segnalazione della specificità polesana, partì addirittura dalla Repubblica baltica dell’Estonia. Fu infatti l’addetta culturale Ulle Toode dell’Ambasciata estone (a conoscenza che a Rovigo si faceva archeologia sperimentale relativa alla lavorazione della preziosa resina fossile) ad indicare la particolarità alla direttrice del Museo di Villa Giulia, dott.ssa Alfonsina Russo, soprintendente del Museo romano. Fu così che la direttrice Alfonsina Russo, insieme alle addette culturali delle ambasciate degli Stati Baltici (Lituania, Estonia e Lettonia), in occasione dell’importate manifestazione internazionale di Roma invitò Mauro Cesaretto e i suoi collaboratori a partecipare con azioni didattiche e di archeologia sperimentale da tenersi nel prestigioso Museo di Villa Giulia.

Qui, per due giornate, il restauratore Cesaretto ha incontrato alunni delle scuole di Roma, interessandoli con la propria maestria e professionalità all’arte del restauro archeologico e a scoprire i segreti degli antichi artigiani nella fabbricazione di oggetti vari.

Il successo dell’équipe rodigina è stato tale che la direttrice del Museo Etrusco ha chiesto di instaurare con il nostro Museo dei Grandi Fiumi una stretta collaborazione scientifica e didattica, proponendo ulteriori progetti con i Musei della Basilicata e dei tre Paesi del Nord d’Europa.

Considerando il lavoro paziente, appassionato e sempre emozionante e la professionalità degli archeologi che per anni hanno contribuito a dare lustro al nostro Polesine, è auspicabile che non si lasci cadere da parte degli amministratori del Comune di Rovigo l’impegno preso di reperire risorse per la continuazione dello scavo nel sito di Campestrin, che ci potrebbe riservare nuove interessanti sorprese.

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Come citare questo articolo

Francesca Magon. “Il “tesoretto d’ambra””. Ventaglio Novanta, n. 47, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-tesoretto-dambra/

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