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ATTUALITÀ - INIZIATIVE CULTURALI

Ottavio Munerati oggi

La rivista americana “Sugar Producer” evidenzia l’importanza degli studi attuati dal pioniere polesano della bieticoltura

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 47 2013 pp. 172–173

Cento anni fa Ottavio Munerati (1875-1949), il pioniere della bieticoltura polesana ed italiana¹, era impegnato ad effettuare una serie d’incroci tra bietole selvatiche raccolte a Porto Levante e quelle normalmente coltivate per produrre zucchero. Obiettivo: trasferire alcuni caratteri presenti nelle prime per aumentare la resistenza a certe malattie e quindi le rese produttive delle seconde.

Recentemente sulla rivista statunitense “Sugar Producer” è apparso con molta evidenza un articolo – coordinato dal rodigino Enrico Biancardi, ex direttore della Stazione Sperimentale di Bieticoltura di Rovigo – che narra la storia della collaborazione a suo tempo sviluppatasi tra Munerati ed i colleghi americani, collaborazione che produsse risultati importanti per la bieticoltura mondiale. Cerchiamo di saperne di più.

Dott. Biancardi, lo spazio dato dalla rivista americana dimostra l’interesse ancora esistente negli USA per i positivi risultati della ricerca italiana in campo bieticolo. E’ così?

“Certamente. Nonostante la bietola da zucchero sia nata in Europa e che qui si coltivi circa il 90 % della superficie mondiale, tutti i progressi sostanziali della genetica sono stati ottenuti negli Stati Uniti. Almeno la metà di questi miglioramenti sono stati messi a punto su seme italiano o in collaborazione con ricercatori italiani, Munerati in prima fila. La sua intuizione di usare la bietola selvatica (Beta maritima) come fonte di caratteristiche utili fu lungimirante, ma più complicata del previsto, prova ne sia che i primi risultati pratici arrivarono dopo 25 anni. Furono selezionate varietà di bietole resistenti alla cercospora (un fungo parassita delle foglie) che si diffusero rapidamente in Europa ed anche negli USA. Qui la bieticoltura era quasi in ginocchio a causa della malattia. Da allora, siamo attorno al 1935, il nome di Munerati è noto non solo ai ricercatori, ma anche ai bieticoltori americani. Ho potuto verificare di persona che la sua fama negli USA è ancora viva e certamente superiore a quella che egli ha in patria”.

Che influenza hanno avuto gli studi di Munerati a livello internazionale?

“La resistenza alla cercospora da lui selezionata è ancora l’unica disponibile. Se la varietà seminata non è dotata di questa resistenza, deve essere trattata con dosi almeno doppie di fungicidi. Questo basta a spiegare l’importanza di tale scoperta attribuita senza ombra di dubbio a Munerati. Le prime resistenze alla rizomania, un’altra malattia micidiale, sono state trovate su linee di Munerati circa 20 anni dopo la sua morte. Un’altra promettente variante di questa resistenza è stata da poco isolata su linee della stessa origine e anch’esse derivate da Beta maritima. Se si considera che la rizomania è diffusa in almeno il 70% della superficie mondiale e che può causare perdite produttive anche del 90 %, si spiega la gratitudine che tutti i bieticoltori dovrebbero avere nei confronti di Munerati. Altrettanto fondamentali sono state le sue esperienze sulla resistenza alla prefioritura, carattere che ha consentito la semina autunnale in zone con inverni miti, come l’Italia meridionale, nel Sud della Spagna, in California ecc. Con simili meriti, si capisce quindi come egli sia ancora un autore citato con frequenza nei lavori scientifici, a più di 60 anni dalla scomparsa”.

“Data la diffusione delle malattie sopra citate, sarebbe oggi quasi impossibile coltivare bietole sprovviste di tali resistenze in gran parte delle nazioni. Poiché le zone per ora immuni dalle due malattie sono quelle più fredde e con relativamente bassa produzione, anche qui la bietola avrebbe scarse possibilità di competere con i prezzi della canna da zucchero. Si può quindi affermare, senza timore di smentita, che la bieticoltura mondiale è diffusa e vitale anche grazie al sostanziale contributo delle selezioni messe a punto a Rovigo”.

Ci sono oggi degli studiosi che possono definirsi epigoni di Ottavio Munerati?

“Munerati era geloso del suo sapere e non ha lasciato discepoli. Fortunatamente ha prodotto un’abbondante mole di pubblicazioni. Alla Stazione Sperimentale di Bieticoltura (e denominazioni seguenti), dopo di lui sono subentrati a pieno titolo nella direzione Antonio Donà Dalle Rose dal 1950 al 1975 e chi scrive dal 1980 al 2009. Dopo quest’ultima data, i fondi per la ricerca su bietola sono stati azzerati a causa delle ristrutturazioni imposte dall’Unione Europea e troppo frettolosamente sottoscritte dall’attuale sindaco di Roma qualche anno prima. Ovviamente cercai per tempo di evitare la prevedibile fine dell’attività selettiva. Trovai comprensione di facciata, ma nessun appoggio concreto né a Roma, né a Venezia, né in ambito locale. La fine, nell’indifferenza generale, di un’attività centenaria che ha dato i risultati elencati è un fatto grave che va imputato soprattutto ai politici di allora. Senza la ricerca di base, la già boccheggiante bieticoltura italiana non avrà molti anni di vita. Risultato: se prima delle imposizioni dell’UE eravamo quasi autosufficienti, ora si deve importare l’80% del fabbisogno di zucchero. Ma sicuramente non è finita, perché dei quattro zuccherifici rimasti in funzione qualcuno è traballante ed il prezzo internazionale dello zucchero è in costante aumento. Chi non investe in ricerca lascia in eredità solo debiti da pagare”.

A Rovigo esiste ancora qualche interesse per la ricerca?

“A Rovigo, come si è detto, la ricerca sulla bietola è pressoché cessata nel 2009, quando sono finiti i finanziamenti e quando nessuno ha preso il mio posto. Un potenziale e capace successore è stato costretto ad emigrare all’Università di Padova, dove parte della ricerca sulla bietola prosegue con fondi privati. Lavoriamo ancora in collaborazione con ricercatori americani ed inglesi. Il gruppo è rimasto il solo in Italia che produce risultati e pubblicazioni d’interesse internazionale sull’argomento. Ci sono quattrini per qualche anno, dopo si vedrà.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Ottavio Munerati oggi”. Ventaglio Novanta, n. 47, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/ottavio-munerati-oggi/

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