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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Lungo lo Scortico

Da Villanova al Pizzon, un itinerario cicloturistico alla scoperta di beni ambientali ed architettonici di rilevante interesse

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 54 2017 pp. 24–27

La richiesta degli amici padovani era per un itinerario cicloturistico non impegnativo come chilometraggio, ma interessante sotto il profilo paesaggistico ed architettonico. Qualche anno prima avevamo percorso insieme un anello nel delta, che era sicuramente piaciuto ma, con i suoi oltre cinquanta chilometri, era risultato un po’ faticoso specie per le signore, sia pur avvezze a qualche pedalata.

“Tragitto più che dimezzato, nel cuore del Polesine con eccellenze di primo piano” avevo annunciato, precisando: “Lungo lo Scortico”. A dire il vero la puntualizzazione, con l’idronimo sconosciuto, ebbe l’effetto di generare più perplessità che entusiasmo, per cui dovetti subito chiarire che sulle acque dello Scortico si specchia la famosa Badoera del Palladio, recuperando così l’interesse.

I corsi d’acqua che caratterizzano il Polesine – aggiunsi – scorrono in senso longitudinale, da ovest ad est verso il mare, ma c’è qualche eccezione: dei canali che collegano tra loro i fiumi principali. E lo Scortico, che unisce l’Adigetto con il Canalbianco, è un corso d’acqua che, nei secoli scorsi, è risultato molto importante sotto il profilo delle comunicazioni lungo le vie d’acqua. Grazie allo Scortico che dall’Adigetto raggiunge il Canalbianco e poi, più a valle, solcando le acque di Fossa Polesella (corso d’acqua occluso a metà del secolo scorso), un tempo dal centro-polesine si poteva infatti raggiungere il Po e quindi arrivare fino al Mare Adriatico.

L’itinerario di andata

Tutti puntuali, dunque, nel mattino destinato all’appuntamento nel paese dove nasce lo Scortico: VILLANOVA DEL GHEBBO, centro polesano noto per una lunga tradizione nel ramo calzaturiero, caratterizzato da una bella chiesa settecentesca innalzata sulla riva sinistra dell’Adigetto.

Un tempio dalle linee classiche, che visitiamo prima di inforcare le biciclette. Accattivante l’interno, in particolare per il gioco di colonne che interrompono la navata unica creando degli spazi inediti nella zona del presbiterio e della cantoria. Di effetto poi la volta affrescata da G. B. Canal, incentrata sulla figura di San Michele Arcangelo a cui è dedicata la parrocchiale. Nell’abside L’ultima Cena di Tommaso Sciacca, opera realizzata dal pittore siciliano nel 1795, mentre soggiornava a Lendinara per dipingere alcuni quadri per il Santuario del Pilastrello. Di interesse anche le tele che caratterizzano gli altri altari della chiesa di Villanova ed in particolare la Madonna Assunta dipinta nel 1938 dal pittore udinese Teodoro Licini, riprendendola dal famoso quadro del Tiepolo.

Villanova del Ghebbo, storica borgata sul Gaybo (o Ghebbo), antico corso d’acqua che diede anche il nome ad una fortezza difensiva, il castello del Gaybo, di cui non permane alcuna traccia. Collocato sulla riva destra dell’Adigetto, fu teatro di aspre battaglie, per il possesso del territorio, che videro contrapposti gli armigeri di Mantova e Verona, finché il maniero fu raso al suolo da Ezzelino da Romano nel 1245. Ricostruito in forme meno auliche, riportato in un disegno di Tommaso Campanella a metà del ‘700, qualche residuo della fondazione era ancora individuabile alcuni decenni fa, prima dell’abbattimento definitivo per far posto ad un nuovo edificio.

Inforcate le bici diamo il via al nostro itinerario, seguendo per un breve tratto la riva sinistra dell’Adigetto fino alla diramazione dello Scortico. Scattata una foto superiamo due ponti al fine di procedere sulla strada arginale destra dello Scortico che delimita un’ampia campagna. La località prende il nome di VALDENTRO, a testimonianza dell’esistenza di un grande avvallamento (una valle dentro l’argine), un vasto territorio caratterizzato, per tutto il medioevo, da paludosi specchi lacustri. La zona, per lo più di pertinenza del comune di Lendinara, iniziò ad essere bonificata a partire da metà del XVI secolo: risolutivo lo scavo dello scolo che dalla valle ha preso il nome di Valdentro, ingegnosamente fatto passare proprio sotto lo Scortico, dato che il corso d’acqua che costeggiamo scorre ad una quota più elevata rispetto alla campagna. Per osservare l’interessante opera di ingegneria idraulica dobbiamo raggiungere Fratta verso cui stiamo pedalando.

FRATTA POLESINE, il paese delle ville, ci accoglie con la prima di queste storiche dimore: Palazzo Campanari, costruzione settecentesca che oggi ospita il Municipio. Proprio sulla destra dell’edificio comunale, scorre il citato canale di bonifica Valdentro che sottopassa lo Scortico con lo storico manufatto denominato “Botte Valdentro”, ideato per permettere alle acque della valle chiusa di defluire ad oriente verso quote più basse.

Duecento metri più avanti, affacciate sullo Scortico, ecco le due ville cinquecentesche che connotano il paese: Villa Badoer e Villa Grimani-Molin-Avezzù, sorte vicine (anche cronologicamente parlando) sui terreni che dall’inizio del XVI secolo appartenevano a Giovanni Francesco Loredan. Il quale destinò i due appezzamenti, con relative doti, alle due figlie (rispettivamente Lucieta e Lucrezia) maritate a due rampolli dell’aristocrazia veneziana, Giorgio Badoer e Vincenzo Grimani che diedero il loro nome alle nobiliari dimore innalzate in seguito al matrimonio. Si inaugurò così a Fratta la “civiltà delle ville”, continuata fino a tutto il Settecento con la costruzione di vari prestigiosi storici edifici.

Alla Badoera, insigne opera del Palladio, è d’obbligo una tappa prolungata (destiniamo oltre un’ora) per gustare il fascino delle sue armoniose forme classiche, per ammirare gli affreschi di Giallo Fiorentino; nonché per un tuffo nella preistoria con la visita al Museo Archeologico Nazionale di Frattesina, ospitato nella barchessa destra della villa. La tappa risulta veramente appagante. Uno sguardo all’orologio ci avverte che il tempo prefissato è già superato.

Ci portiamo pertanto davanti alla vicina villa Grimani-Molin-Avezzù, la cui architettura, derivata dal Palladio, fa pensare alla famosa Malcontenta, mentre sul muro di cinta una grande lapide ci porta all’Ottocento: ci ricorda infatti il tragico epilogo del cosiddetto “Banchetto di San Martino” organizzato nella villa nel 1818 da Cecilia Monti allo scopo di ordire una trama politica contro l’Austria imperante. Una spiata diede motivo alla polizia asburgica di avviare la nota retata dei patrioti carbonari di Fratta, poi incarcerati allo Spielberg, dove trovarono la morte il notaio Antonio Villa e il giovane conte Antonio Oroboni.

Della Carboneria torneremo a parlare nell’itinerario di ritorno, quando si costeggerà la riva sinistra dello Scortico, mentre ora proseguiamo seguendo la segnaletica per Fiesso Umbertiano, sottopassando la Transpolesana e riportandoci sulla strada arginale destra dello Scortico.

Dopo un breve tratto di strada eccoci presso l’Idrovora Vespara dove torniamo a parlare dei problemi idrogeologici del Polesine, con molte aree rese vitali grazie ad interventi artificiali dell’uomo, per secoli impegnato a contrastare le acque invasive. Situazioni oggi facilmente controllate grazie alle pompe elettriche in grado di eliminare l’acqua in eccesso dai territori vallivi mediopolesani. Un’azione questa che è anche reversibile, nel senso che, in periodi di siccità, l’acqua può essere prelevata dai canali pensili per irrigare la campagna.

Ci stacchiamo dalla strada principale per seguire l’indicazione Mulino al Pizzon, struttura che identifichiamo ben presto proprio in riva allo Scortico, là dove il corso d’acqua finisce la sua corsa tuffandosi nel Canal Bianco con una cascatella. E proprio questo dislivello tra i due corsi è stato sfruttato in passato per utilizzare la forza motrice dell’acqua che azionava una grande ruota in grado di trasmettere il movimento alla macina del molino.

Il Mulino del Pizzon (Pizzon indica il terreno triangolare posto tra due fiumi) è nato nell’Ottocento e, con i dovuti aggiornamenti e l’elettrificazione degli impianti, ha continuato la sua attività produttiva fino agli anni Sessanta del secolo scorso, per restare poi inattivo e in preda al degrado. Finché, una quindicina di anni fa, l’idea di un recupero ai fini di salvaguardare l’originale patrimonio di ingegnosità del passato, con l’obiettivo di dar vita ad un inedito punto di visita ed accoglienza turistica nell’ambito del territorio mediopolesano. Col progetto di salvaguardia degli storici impianti, ecco nascere infatti l’idea di utilizzare quella che fu la casa del mugnaio destinandola a locanda con ristorazione.

E’ sicuramente il punto più indicato per la nostra sosta-pranzo. Al Mulino del Pizzon, ci accoglie Maurizio, abile non solo sotto il profilo culinario, ma anche quale costruttore e riparatore di barche. Motivo per cui un locale del magazzino del Pizzon è stato adattato a “squero” e, nelle acque del Canalbianco, da qualche tempo un gruppo di appassionati del Ctg pratica la voga alla veneta (Vedasi Ventaglio n. 53, pag. 174).

Il pranzo è all’insegna della tradizione polesana con vini dei colli Euganei in onore agli amici padovani che manifestano il loro compiacimento, accettando di buon grado l’idea di prolungare il percorso fino a Pincara.

(1. continua)

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Lungo lo Scortico”. Ventaglio Novanta, n. 54, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/lungo-lo-scortico/

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