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PERSONAGGI ILLUSTRI

Francesco Tenan detto Pippone

Originario di Guarda Veneta, il Robin Hood del Polesine fu catturato a metà dell’Ottocento e fucilato a Polesella

di Ventaglio Novanta

Ventaglio Novanta n. 54 2017 pp. 84–87

Eroe o non eroe? La domanda posta nel numero 34 del Ventaglio, relativamente alla vita di Giovanni Albieri di Crespino, pescivendolo soprannominato Veneri, il quale al tempo di Napoleone fu giustiziato nella piazzetta del centro rivierasco, viene riproposta per un altro personaggio salito sul patibolo 46 anni dopo, nel vicino paese di Polesella.

Il primo, certamente capro espiatorio dell’insorgenza antinapoleonica, fu decapitato dai Francesi il 14 ottobre 1806, dopo la cattura seguita da un processo sommario nel corso del quale fu ritenuto ispiratore e animatore dell’iniziativa antigovernativa; il secondo, un piccolo imprenditore sui generis, riconosciuto colpevole di vari crimini al patrimonio, di fronte all’inquisitore non intese nascondere o minimizzare il suo operato. Manifestò anzi piena consapevolezza delle proprie azioni illegali, finalizzate però non tanto all’arricchimento personale ma ad attuare una sorta di “giustizia proletaria”, togliendo ai ricchi per distribuire ai poveri. Fu fucilato il 12 ottobre 1852.

Costui, di nome Francesco Tenan, noto col soprannome di Pippone o Pippon, a capo di una banda di seguaci, si era reso responsabile di furti e rapine eclatanti di qua e di là del Po. Sprezzante non solo delle leggi degli Stati, ma anche dei pericoli della natura, più volte nottetempo aveva attraversato il fiume su esili imbarcazioni trainando bovini costretti a pericolose nuotate dopo essere stati, “prelevati” dalle stalle di vari possidenti emiliani, per distribuire poi porzioni di carne ai proletari delle contrade polesane. Azioni queste indicative della tempra del personaggio che con i suoi uomini aveva compiuto imprese banditesche soprattutto nella zona rivierasca del centro Polesine, suscitando non poca apprensione tra i benestanti e, viceversa, grande simpatia tra i meno abbienti.

A lungo ricercato dalla polizia asburgica ed infine catturato, fu riconosciuto colpevole di varie azioni illecite.

Il Robin Hood polesano, di fronte all’inquisitore nominato dall’Austria, mantenne sempre un atteggiamento fiero, spiegando la sua visione della vita e le motivazioni sociali che stavano alla base del suo operato. Non volle negare le imputazioni dei crimini ascrittigli (noti all’inquirente in seguito alle confessioni di alcuni degli uomini della sua banda che, messi alle strette, avevano preferito minimizzare il proprio operato scaricando le responsabilità sul capo), ma non andò mai oltre, sottolineando anzi la propria responsabilità “morale” e la volontà di non farsi delatore: dovere del capo, proprio nei frangenti estremi, è quello di fungere da esempio e non tradire i suoi sottostanti.

Nonostante più volte il giudice istruttore, colpito dalla personalità del personaggio, gli avesse proposto una via di uscita per salvargli la vita – in cambio di un ravvedimento e di una ampia collaborazione – Francesco Tenan detto Pippone, si mantenne sempre ligio ai suoi principi e alla sua “missione”, giungendo ad affrontare a testa alta la sentenza che lo condannava a morte. E, prima di salire sul patibolo, pregò il frate assegnatogli per assisterlo prima del trapasso, di portare un pensiero di ringraziamento a Giuseppe Chimelli, il giudice istruttore del quale aveva apprezzato i reiterati tentativi di salvargli la vita.

Il banditismo

Se il nome di Pippone non è stato del tutto dimenticato, lo dobbiamo proprio a Giuseppe Chimelli, trentino, residente ad Este, nominato giudice istruttore dal Governo del Lombardo Veneto con l’impegnativo incarico di predisporre gli atti per i processi finalizzati a por fine al banditismo dilagante nelle campagne della bassa padovana e del Polesine. Processi in molti casi conclusisi con la fucilazione del reo, eseguita nella piazza del paese di provenienza perché il fatto fungesse da incancellabile esempio.

Il motivo di tanta severità va individuato nella grave situazione di anarchia prodottasi a metà del XIX secolo nelle zone campestri, in balia di bande armate che, oltre a praticare furti in grande stile, nottetempo raggiungevano le fattorie isolate, introducendosi nelle abitazioni dopo aver sfondato con improvvisati arieti le porte di accesso, compiendo rapine ed in vari casi stupri e perfino omicidi. Una situazione che si era aggravata moltissimo a causa di varie circostanze, tutte comunque riconducibili alla situazione di grave indigenza in cui erano venuti a trovarsi molti braccianti¹.

Una carestia aveva infatti caratterizzato le annate agricole del 1847-48. Erano seguite nel ‘48 le insurrezioni di stampo politico sfociate nella prima guerra di Indipendenza, con i conseguenti disagi del territorio caratterizzato da azioni militari.

La successiva vittoria austriaca aveva avuto come conseguenza il disarmo dei cittadini, pena la condanna a morte; un provvedimento questo a cui dovettero sottostare soprattutto i più abbienti, nei confronti dei quali più facile si dimostrava il controllo austriaco.

Meno agevole raggiungere i più diseredati, che vivevano sparsi nelle campagne, spesso senza fissa dimora. Costoro, soliti risolvere le proprie necessità alimentari rubando nelle campagne, si erano fatti più aggressivi dopo il disarmo forzato imposto dall’Austria, che in pratica aveva tolto ai benestanti la possibilità dell’autodifesa. Erano così sorte varie bande armate che terrorizzavano soprattutto i proprietari terrieri, raggiungendo anche alcuni professionisti.

La legge “stataria”

Una situazione divenuta intollerabile, nei cui confronti il governo austriaco decise, nel marzo del 1850, di imporre la “legge stataria”, ovvero un tribunale di guerra con sede ad Este, del quale, come detto, fu nominato giudice istruttore Giuseppe Chimelli. Seguì un’azione di rastrellamento di dimensioni davvero ampie che raggiunse oltre 30.000 persone, delle quali 1.200 furono sottoposte a processo con generalizzate conclusioni di condanna, che per ben 450 imputati si conclusero con la fucilazione nei paesi di origine. Solo 9 furono le assoluzioni².

Ebbene, il giudice Chimelli, tra le migliaia di persone inquisite, mantenne lucido e indelebile in particolare il ricordo di Pippone di Guarda Veneta, tanto che, raggiunta l’età della pensione, dopo 35 anni dai fatti, gli dedicò varie pagine nello scritto in cui ricordava le vicende del grande processo noto col nome “Commissione d’Este”. Un memoriale, questo, pubblicato a Este nel 1887, nato dal desiderio dell’ex giudice istruttore di chiarire il contesto storico in cui fu celebrato il maxi processo e portare alla luce vicende che evidentemente segnarono il suo animo.

Una insolita benevolenza

E’ evidente che, nel descrivere la figura di Francesco Tenan di Guarda Veneta, Chimelli prova sicura simpatia, come si può dedurre dalle osservazioni che gli dedica:

“Era fra i detenuti della Commissione certo Pippone, di un paese alla riva sinistra del Po, che, nipote di un sacerdote, avea da lui ricevuto qualche istruzione, ma questa non essendo stata estesa e perfetta, non gli valse che per diventare un capo d’assassini. Egli era alto e ben formato della persona, regolare e bello in volto, con isguardo assai vivace, penetrante e molto espressivo. Parlava franco e disinvolto e si insinuava nella benevoglienza, nella simpatia di chi l’ascoltava. (…).

Sentendo per lui grande benevolenza mi era proposto di fare il possibile per salvarlo dall’ultimo supplizio, ma io non avrei ciò potuto ottenere senza una estesa di lui confessione, la quale mi avesse dato appoggio a dichiarare che la di lui vita mi era necessaria (…) e perciò me lo feci più volte tradurre innanzi e tentai invano di ottenere un’ampia di lui confessione”.

Aspettativa questa che andò delusa giacché Pippone di fronte all’inquirente manifestò sempre fierezza e mai un sintomo di pentimento o cedimento. Forte era infatti la volontà di differenziarsi dagli altri briganti, sottolineando, di fronte all’inquisitore, le finalità “sociali” perseguite dalla sua banda, le cui azioni erano improntate ad un obiettivo di giustizia: “…Io con la mia compagnia ho sempre colpito soltanto quei vampiri che studiavano di sfruttare tutto per sè, e noi veramente fummo vendicatori delle offese recate all’umanità”³.

Eroe o non eroe, dunque? La domanda, già posta per Giovanni Albieri, detto Veneri, giustiziato a Crespino, trova una risposta ben diversa nel caso di Francesco Tenan, detto Pippone, fucilato a Polesella.

Completamente differente la statura morale dei due: il primo un pescivendolo, probabilmente finito per caso tra il gruppo di quanti parteciparono alla sedizione antifrancese, divenne il capro espiatorio della situazione e del pugno di ferro usato da Napoleone in persona; il secondo, ben consapevole di essere al di fuori della legge, agiva con l’obiettivo preciso di compiere azioni di giustizia sociale.

Pippone il vendicatore

Francesco Tenan detto Pippone, si palesa dunque con i connotati del vendicatore delle turbe oppresse. Una figura davvero particolare che così viene descritta da Elios Andreini nel suo libro “Crimini e Storia tra Adige e Po”⁴:

“Era un bandito con i connotati giusti, forte, coraggioso, rispettato come un dio da tutti, seguaci e non. Per lui, il furto e la rapina servivano soprattutto a dimostrare che la ricchezza è già di per sé un privilegio contro natura e va punita quando diventa alterigia e sopruso contro i poveracci. Non era l’alibi del disperato, ma una chiara scelta politico-ideologica.

Figure simili troviamo a tutte le latitudini e in tutti tempi, mosse da un unico principio: rubare ai ricchi per dare ai poveri. Poco più a sud, in Romagna, negli stessi anni era emersa la leggenda di Stefano Pelloni detto il Passatore, spavaldo ed irridente oltre misura, ma più violento e meno altruista di quanto non si creda.

Al confronto il Nostro era un gigante, per qualità morali ed intellettuali. Non lo diciamo per banale vanità di contrade, ma perché in tale modo viene giudicato dal Giudice Istruttore, il noto Chimelli.

Di lui, una volta catturato, il Giudice stesso aveva scritto che se non avesse scelto la via del brigantaggio sarebbe diventato un grande uomo, glorioso, “e nella memoria dei posteri venerato”!

Il “Migliore” tra i banditi, e il Chimelli n’aveva conosciuti a migliaia! Per le Autorità politiche e militari Pippone era un simbolo da eliminare, viceversa per il suo estimatore andavano tentate tutte le strade pur di salvarlo. Sarebbe bastato che egli avesse fatto qualche nome dei suoi seguaci. E proprio in attesa di questo, la sua prigionia ad Este era stata prolungata.

Nulla da fare, Pippone aveva troppa dignità e principi saldi. Fra l’altro considerava i suoi uomini non dei banditi, ma dei “proseliti”, “vendicatori delle offese fatte all’umanità”. Vampiri, invece, considerava la sue vittime, i derubati delle due sponde, lieti del languore altrui.

Pertanto il 12 ottobre del 1852, un anno dopo, fu portato assieme ad altri, in giorno di mercato a Polesella, centro stradale e fluviale di prima grandezza, passaggio obbligato tra Padova e Ferrara. Con il Tenan, altri due di Guarda (associati casualmente o proseliti?). Il primo si chiamava Michele Graspia detto Pansavo, classe 1805, tre figli, mugnaio di mestiere. Alle spalle molti reati. Il secondo, classe 1806, era vedovo con cinque figli, mugnaio anch’egli, e non aveva grandi precedenti.

Il Tenan era più giovane: aveva solo 36 anni. Non si era mai sposato e risultava “industriante” (qualifica insolita). “Di triste fama” per i Giudici e di molte colpe…

Il Tenan, sapendo che di lì a poco avrebbe lasciato il suo fiume e la sua gente, non ebbe timore e riconobbe il diritto di chi ha solo la forza di uccidere quanti rivendicano, con il nascere, il diritto di disporre di una parte dei beni della terra. Con calma si bendò ed assieme a Pansavo (suo attendente?), offrì il generoso petto alle pallottole, in un silenzio intenso e prolungato, d’affetto, meraviglia e rispetto. Un Radezkj per i suoi e cioè con il massimo di prestigio…”

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Come citare questo articolo

Ventaglio Novanta. “Francesco Tenan detto Pippone”. Ventaglio Novanta, n. 54, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/francesco-tenan-detto-pippone/

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