Conserverò sicuramente un piacevole ricordo della vacanza trascorsa a Pesaro nell’estate del 2016. Una scelta indovinata giacché la città, assieme all’opportunità del bel mare, offre interessanti stimoli sul piano culturale. Per i rodigini è d’obbligo una visita al Museo Civico dove (tra le altre importanti opere d’arte) sono esposte varie maioliche realizzate nella prima metà del ‘500 da Xanto Avelli, l’apprezzato ceramista che sul retro dei piatti da lui istoriati era solito apporre la propria firma (o le iniziali) facendola seguire dal toponimo “da Rovigo”.
Nelle strette vicinanze del Palazzo Toschi-Mosca che ospita il Museo Civico, sorge Palazzo Lazzarini che accoglie il Museo Diocesano, seconda tappa del mio itinerario pesarese. Ed ecco la sorpresa: nella parete sinistra dell’ampio androne di ingresso una lapide commemorativa, posta nel dicembre 2003, ricorda con affetto e riconoscenza la figura del Vescovo di origini polesane Bonaventura Porta, scomparso nel 1953.
Che dopo mezzo secolo dalla morte del presule si sia avvertito il desiderio di eternarne il ricordo ponendo una targa marmorea alla memoria, mi ha fatto pensare che il vescovo di origini polesane doveva davvero aver fatto “cose egregie” nella diocesi marchigiana. Insomma doveva trattarsi di un Polesano Illustre, la cui memoria doveva essere rinvigorita anche nella sua terra. Di qui l’idea di indagare.
La casualità mi ha fatto incontrare il dott. Filippo Alessandroni, direttore dell’archivio vescovile, che mi ha accompagnato in una graditissima quanto istruttiva visita all’esposizione museale diocesana, nonché alla dirimpettaia cattedrale. Una chiesa importantissima questa sotto il profilo storico, in particolare per il doppio tappeto musivo scoperto sotto l’attuale pavimentazione che, per permettere la visione degli antichi impiantiti, in tempi recenti è stata ricostruita in forma pensile, sorretta da appositi sostegni. (In una scheda qui allegata sono proposte alcune notizie relative alla chiesa e ai sottostanti mosaici).
Ma nella cattedrale, ecco un’altra sorpresa legata al vescovo di origini polesane: la tomba di Bonaventura Porta (accanto a quelle di altri prelati) alloggiata in un locale alla destra del presbiterio.
Di fronte alla mia accresciuta curiosità, il cortese accompagnatore, oltre a fornirmi qualche cenno relativo al presule, mi ha omaggiato di una pubblicazione realizzata a seguito di un convegno sulla figura di Bonaventura Porta (svoltosi nel 2003 contestualmente alla posa della targa marmorea a ricordo) che traccia un profilo esaustivo del vescovo di origini polesane¹.
Va subito detto che le “egregie cose” realizzate da Vescovo Bonaventura Porta non sono tanto da ricercarsi nell’ambito di opere eclatanti, né nella edificazione di edifici religiosi di particolare pregio architettonico (la cattedrale era stata da poco ricostruita, vedi scheda), quanto piuttosto sul piano pastorale; grande l’umanità manifestata nei confronti dei fedeli e di quanti si rivolgevano a lui, trovandosi in situazioni di sofferenza anche di tipo economico.
Davvero molte le persone che nell’operato del presule avvertirono il sincero lume di santità e, conseguentemente, il desiderio di tenerne desta la memoria, risultata ancora viva dopo decenni dalla morte, come testimonia la targa marmorea infissa a 50 anni dalla scomparsa.
In Polesine e a Città di Castello
Bonaventura Porta era nato a Castelmassa (allora Massa Superiore) il 23 marzo 1866, da una famiglia profondamente ancorata ai principi religiosi, tanto che tutti i cinque figli avvertirono la chiamata della fede, cosicché i tre maschi (oltre a Bonaventura, Secondo e Aser) seguirono la via del sacerdozio e le due femmine quella del convento.
Bonaventura nel seminario di Rovigo si legò in particolare alla figura carismatica di mons. Giacomo Sichirollo; il quale del giovane Bonaventura apprezzò ben preso l’intelligenza, l’impegno negli studi e la capacità di approfondire vari argomenti, tanto che gli affidò il ruolo di insegnante, prima ancora del suo ordinamento sacerdotale avvenuto nel marzo del 1890.
A Rovigo don Bonaventura come sacerdote operò per 22 anni, fino al 1912, svolgendo il suo impegno come insegnante nel Seminario e parroco di San Francesco. Un lasso di tempo, a cavallo tra Otto e Novecento, caratterizzato da molteplici iniziative messe in campo dal movimento cattolico, impegnato a dare risposte concrete alle diffuse condizioni di disagio economico, che fra l’altro avevano provocato un’impennata dell’emigrazione transoceanica, con 60.000 persone che nell’ultimo quarto del XIX secolo lasciarono il Polesine.
Un clima di impegno² che trovò particolare slancio dopo l’enciclica “Rerum Novarum”, promulgata nel 1891 da papa Leone XIII e che non lasciò indifferente Bonaventura Porta, apprezzato come insegnante e sacerdote per le sue doti comunicative, per l’ampia cultura (non solo in ambito teologico) e l’afflato religioso.
Fu così che egli nel 1912, all’età di 44 anni, fu chiamato dal vescovo di Città di Castello, mons. Carlo Liviero di origini padovane, per ricoprire nella diocesi umbra il doppio incarico di Vicario Generale e Rettore del Seminario.
L’attività episcopale
In Umbria Bonaventura Porta ebbe modo di farsi apprezzare e ben volere, cosicché nel 1917, resasi vacante la diocesi di Pesaro, fu nominato vescovo da papa Benedetto XV. Carica che ricoprì per 35 anni, fino al 1952 quando, 86enne, ottenne dal papa di essere posto a riposo.
Nel suo lungo operato vescovile Bonaventura Porta ebbe fra l’altro a confrontarsi con i problemi delle due devastanti guerre mondiali. E il 1917, l’anno della sua nomina a vescovo, fu particolarmente tragico con Caporetto seguito dalla controffensiva italiana. Il desiderio di pace doveva essere ben radicato nell’animo del neovescovo che nel suo stemma fece apporre il motto desunto da Sant’Agostino “Ubi Charitas ibi Pax”.
Come si diceva, l’azione del Vescovo Porta, più che a realizzazioni eclatanti, fu legata alla sua attività pastorale, manifestando egli fin dall’inizio del suo mandato la volontà di diffondere il seme del cattolicesimo in una società che aveva fortemente risentito della ventata laica del Risorgimento. Diede pertanto vita ad iniziative volte all’insegnamento del catechismo non solo ai fanciulli, ma anche ai giovani e agli adulti. Al clero richiedeva impegno nella spiegazione puntuale del Vangelo e dei passi biblici. Curò la liturgia e si prodigò per diffondere il canto gregoriano.
Fin dai primi giorni del suo ingresso a Pesaro si fece notare per un’esistenza improntata alla povertà, alla preghiera e alla disponibilità a confrontarsi con la gente comune; a cominciare dai giovani con cui amava relazionarsi in un clima di spontaneità, tanto che fu ben presto denominato il “Vescovo dei giovani”.
Con l’obiettivo di migliorare la formazione dei sacerdoti e di diffondere la parola del Vangelo, nel corso del suo lungo episcopato indisse vari Congressi eucaristici, provvide inoltre alla istituzione di nuove parrocchie, con la costruzione di nuove chiese in zone periferiche, per favorire la frequentazione delle funzioni religiose da parte dei fedeli.
Con la sollecitudine del “Buon Pastore” richiamava spesso il “suo gregge” a modelli di vita improntati alla santità, dandone egli un esempio vivente, con un’esistenza ispirata alla bontà, alla preghiera (famoso il suo inginocchiatoio in cattedrale), alla penitenza (indossava spesso il cilicio) e alla povertà: aspetto quest’ultimo ben manifesto nel suo operare quotidiano, ed evidenziato anche nell’ultimo biennio della sua vita quando – dopo il ritiro dall’attività episcopale che ottenne dal papa nel 1952 – scelse di vivere in un appartamento minimo, ricavato nel mezzanino del seminario vescovile.
Con le autorità politiche applicò sostanzialmente la massima evangelica di dare a Cesare quel che è di Cesare, accentuando la missione spirituale e caritatevole della chiesa. Ebbe però a manifestare consensi nei confronti del regime fascista in due occasioni: quando si ebbe la firma dei Patti Lateranensi ed il Duce fu indicato da papa Pio XI come “Uomo della Provvidenza” e dopo la conquista dell’Etiopia, vista come opportunità per la diffusione del cristianesimo in regioni dell’Africa considerate terra da evangelizzare. Ma manifestò la sua voce critica soprattutto quando il regime attuò iniziative per limitare l’operato dell’Azione Cattolica e quando furono promulgate le leggi razziali contro gli ebrei.
Durante la guerra la città di Pesaro fu oggetto di bombardamenti che fecero anche vittime, coinvolgendo il vescovo Porta ad interessarsi degli sfollati. Intensi poi gli anni del dopoguerra per la ripresa dei programmi religiosi e delle iniziative da parte delle associazioni cattoliche.
Nel 1950, in occasione del suo sessantesimo di sacerdozio e trentatreesimo di episcopato, il Vescovo Porta concluse il suo messaggio pastorale con l’invito a suo tempo trasmessogli da Giacomo Sichirollo, suo maestro rodigino, sintetizzato nell’espressione “Fatevi santi, tutti santi”³. Massima a cui uniformò tutta la sua vita, conclusasi a 87 anni il 15 dicembre 1853.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Bonaventura Porta (1866-1953)”. Ventaglio Novanta, n. 54, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/bonaventura-porta-1866-1953/