La toponomastica delle località è per sua natura conservativa, poiché è più legata alla terra che non ai suoi abitanti, che spesso cambiano nella componente etnica e nel modo di esprimersi, ma i nomi di luogo, anche se non più capiti nel loro significato originario, tendono a restare quasi immutati, subendo solo l’influsso fonetico del linguaggio corrente. Una esatta interpretazione del toponimo rappresenta, perciò, la prima fonte d’informazioni sulle origini e sulla storia di una località.
Anche il nostro Polesine, pur essendo una terra relativamente “giovane”, conserva, specie nella parte medio-alta, toponimi di formazione molto remota, che sono testimonianza di un susseguirsi di popoli e culture nella colonizzazione del territorio. Accanto a toponimi di chiara formazione romana, come Trecenta (triginta), Veratica (auratica), Melara (mellis ara), Ficarolo (vico ariolo), Zelo (agello), ne troviamo altri formatisi nel corso del Medioevo, quando il latino corrente (non quello classico), cominciò a recepire nuovi vocaboli introdotti dalle popolazioni barbariche stanziatesi nelle province dell’ex impero o a far emergere sostrati preromani presenti nei dialetti locali. Sopravvivono così toponimi che denotano un influsso linguistico di provenienza germanica, come Spizzene, Stiningarda, Strazzare, ecc. ed altri che contengono radici celtiche o etrusche latinizzate, come Sariano (da seriana, fiumicello), Ceneselli (da cenisia, palude), Gaiba e Ghebbo (da gaibo, fiume), ecc.
L’interpretazione di questi ultimi non è sempre agevole e può dare origine a diverse ipotesi etimologiche che denotano l’incertezza degli studiosi e la complessità della materia.
Emblematico è il caso di Canda, per il quale sono state proposte numerose spiegazioni, nessuna del tutto convincente. Vediamone una sintesi.
1. L’Olivieri in Toponomastica Veneta fa derivare Canda dal personale latino Candidus, ipotesi che sarebbe verosimile se l’antroponimo fosse accompagnato dal suffisso anus, -ana (come in Candiana), o altri di tipo prediale (acum, -aca, icus,-ica,atus, -ate, ecc.), che solitamente accompagnano il nome dell’originario possessore.
2. Il Gabrielli (Comunità e chiese della diocesi di Adria – Rovigo), prudentemente si limita a considerare la vetustà dell’etimo, che appare attestato nella forma attuale fin dal 1283 (atto di vendita di beni dell’Episcopio ferrarese al marchese Obizzo d’Este), senza avanzare ipotesi sulla sua derivazione.
3. Pia e Gino Braggion (in Oratori della diocesi di Adria vol. III), facendo riferimento alla voce Canda nel glossario del Du Cange (de teloneo… seu de hoc quod dicitur Canda…), ne mettono in relazione il toponimo con la riscossione di un particolare tributo fluviale, pagato in natura, detto Canda. Anche se segnalato in un contesto diverso (la Borgogna), l’evento è possibile (lo vedremo più avanti), ma ciò non spiega l’origine dell’etimo.
4. Su Wikipedia un ignoto studioso avanza l’ipotesi che Canda sia formata dalla radice pre-romana can-da, di origine indoeuropea, pervenutaci con la cultura etrusca, col significato di luogo di sosta sulla via del Tartaro, analogamente a quanto avviene per Samarcanda e Kandahar, sulle vie della seta. L’ipotesi è suggestiva, ma poco credibile, perché non sappiamo quale fosse il percorso del Tartaro in epoca etrusca (forse inalveato sulla direttrice Badia, Lendinara, Rovigo) e poi il toponimo manca dei tipici suffissi di derivazione etrusca, presenti in altre parti (enna>Ravenna, ena>Cesena, erno>Santerno, ecc.).
5. Anche la tradizione popolare ci ha messo del suo, narrando di una certa ostessa di nome Candida, che in tempi lontani avrebbe avuto un’osteria all’ingresso dell’abitato che da lei avrebbe derivato il nome Canda (in, Canda origini e vicende, di Romeo Bonfante). Lo stesso autore formula anche l’ipotesi di derivazione del nome Canda dal gerundio del verbo locare, nel senso di fundo locando o vallis locanda, essendo località poco adatta (o ambita,) per gli insediamenti antropici. E non manca chi vorrebbe far derivare Canda dalla canna palustre o dal colore biancastro “candido” delle acque dell’Adige (perché ricche di carbonato di calcio), che qui scorrevano nella rotta di Castagnaro (oggi Canalbianco), avvenuta però in epoca successiva alla formazione del toponimo.
Una nuova ipotesi
Tante ipotesi, dunque, che oltre a non aver risolto il problema etimologico, hanno stimolato il desiderio di saperne di più. Per questo, in una recente conferenza, organizzata dal Comitato di Gestione della biblioteca comunale di Canda, mi è stato chiesto d’intervenire sulla vexata quaestio. Grazie ad una certa dimestichezza con i glossari del latino medievale, anziché propendere per l’una o per l’altra ipotesi, ne ho formulato una nuova, che risolverebbe una volta per tutte l’enigma del nome Canda.
6. Esso potrebbe derivare, infatti, dal sostantivo femminile latino-medievale gandaae, formato dalla radice celtica ghent, che significa confluenza di corsi d’acqua (si veda in Deonomasticon Italicum alla voce Gand, ma in contesti geografici diversi, il termine ganda ha assunto anche altri significati).
La morfologia del territorio avvalora l’ipotesi, essendo questa una zona di confluenza di vari corsi d’acqua: qui infatti il Tartaro incrociava il Castagnaro e la Malopera originatisi da rotte dell’Adige, che con le loro divagazioni hanno determinato i tortuosi confini tra i comuni di Canda, Castelguglielmo, Bagnolo e Trecenta. Solo al tempo del duca Borso d’Este (e del suo fattore Prisciani), i tre rami fluviali verranno riuniti a formare un solo corso, il Canalbianco.
Ritengo però che la confluenza responsabile del nome Canda sia antecedente a questo intervento e da identificarsi con l’immissione del Caobuso, antico canale di rotta dell’Adigetto (oggi Via Gorghi, strada Canda-Badia), nel Tartaro-Canalbianco, in quanto l’abitato sorge proprio all’incile dei due corsi.
Una confluenza di corsi d’acqua è anche luogo adatto alla riscossione delle imposte fluviali, per cui, come riporta il Du Cange, il termine Canda sarebbe divenuto in epoca medievale sinonimo di dazio fluviale (il teloneo): a maggior ragione se a confluire è una fossa trasversa – qual era il Caobuso – per il ruolo che essa rivestiva nei collegamenti mercantili tra il bacino del Po e quello dell’Adige, analogamente a quanto avveniva per lo Scortico o la fossa Litiga (poi fossa Polesella) o il Busovecchio.
Si tratta, quindi, di un nome geografico, legato alla morfologia del territorio e, solo in seguito, a un centro demico, perciò, sempre indicato nel passato con l’articolo determinativo: la Canda (come la Motta, la Sacca, la Volta, i Dossi, il Gorgo, ecc.). Esso è ascrivibile alla numerosa schiera degli idronimi, già rappresentata in Polesine dai citati Ceneselli, Gaiba, Ghebbo e Sariano, ma anche da Paolino, Paviole, Polesella e Ramodipalo (da Padus), Canalnovo (dal canale della rotta di Ficarolo), Bagnolo (terra allagata), Bergantino (terra paludosa), Fiesso e Arquà (meandro), Gurzone (gorgo), ecc. Una messe di nomi che dimostra come la presenza delle acque impetuose o stagnanti, confluenti o tortuose, abbia avuto un grande influsso sulla formazione della toponomastica locale.
In quanto all’alterazione dell’originario Ganda in Canda, essa è documentata sia in toponimi analoghi presenti in altre regioni (per esempio, si veda in Toponomastica romagnola, di A. Polloni, alla voce Canda), che nell’onomastica derivata, tutt’ora presente nei cognomi sia nella forma in g (Gandi, Gandini), che nell’evoluzione in c (Candi, Candini).
Ovviamente, anche questa è un’ipotesi aperta al contributo sempre gradito di altri studiosi e che spero non tolga alla gente della Canda il piacere di tenere ancora viva l’attenzione sull’origine del nome del loro comune.
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Come citare questo articolo
Michelangelo Caberletti. “Il nome di Canda”. Ventaglio Novanta, n. 54, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-nome-di-canda/