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UN RICORDO

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Nel 50° anniversario della drammatica alluvione di Porto Tolle, la testimonianza di un problematico intervento di soccorso

di Leone Rigolin

Ventaglio Novanta n. 54 2017 pp. 88–91

Ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario dell’alluvione di Porto Tolle, un evento drammatico che è ancora vivo dentro di me perché, in quella occasione, anch’io mi sono reso disponibile per aiutare chi aveva bisogno. Penso di non aver fatto nulla di particolare rispetto alle tantissime persone che, in tanti e diversi modi, si sono impegnate aiutando in quei giorni tutti coloro che hanno dovuto abbandonare il territorio di Porto Tolle invaso dall’acqua. A me è stata data la possibilità di rendermi utile e non mi sono tirato indietro.

Non ho prove né documenti per quello che ho fatto; qualche testimone ormai non c’è più, mi rimane il rammarico di non aver preso nota delle persone che ci furono d’aiuto in quella notte, ma era l’ultima cosa a cui pensare, vista la situazione che stavamo vivendo e mai avrei pensato che un giorno mi sarei trovato a raccontare quegli avvenimenti. Mi sono anche chiesto: chissà se a qualche bambino di allora i genitori avranno raccontato quanto avvenuto quel sabato 5 novembre 1966, quando hanno lasciato partire i loro figli.

Allora abitavo a Contarina (oggi Porto Viro) e il 4 novembre – Festa delle Forze Armate – quell’anno cadeva di venerdì. Nel tardo pomeriggio si sparse la voce che il territorio del comune di Porto Tolle stava andando sotto acqua a seguito della rottura di un argine a mare. Le notizie erano confuse, non si sapeva esattamente cosa stesse accadendo, ma già si parlava di sfollati che dovevano giungere e bisognava predisporre l’accoglienza.

Avevo 19 anni e facevo parte del gruppo boy scouts e così, con un veloce passa parola, ci radunammo in diversi giovani presso il Centro Sociale di Via Marconi, dove ci si stava organizzando per ospitare gli sfollati. Ci venne dato il compito di rimuovere le poltroncine di legno del teatro, che vennero poi accatastate sul palcoscenico. Furono frattanto montate le brande tipo militare, costituite da un’intelaiatura pieghevole in ferro con anelli ai quali si agganciava un telo, che vennero poi allineate sino ad occupare tutta la sala. Il lavoro andò avanti sino a notte inoltrata.

Il sabato 5 novembre il Centro Sociale era già occupato da numerosi sfollati ed era anche il luogo di passaggio per chi poi riusciva a trovare una diversa sistemazione presso parenti, amici od altre strutture. Si cercava di aiutare chi arrivava praticamente senza nulla, con lo sguardo smarrito, preoccupato, triste, con gli occhi pieni di lacrime. Erano soprattutto donne, bambini ed anziani. Immagini che mi sono rimaste nella mente e nel cuore e mi facevano ricordare quanto raccontato dai miei genitori sull’alluvione del ’51, quando anche noi dovemmo abbandonare Contarina e anche la nostra casa crollò.

Nella mattinata di quel sabato, il Vescovo Mons. Piasentini, presente presso il Centro Sociale, chiese al parroco don Umberto Pavan di cercare due persone di fiducia che fossero disponibili ad accompagnare degli sfollati nel bellunese, presso la colonia Stella Maris della Diocesi di Chioggia, che si trovava in località Pedavana nei pressi di Feltre. Don Umberto chiese a me e a Bruna Pozzati, una mia coetanea, la disponibilità che offr immo subito senza pensarci più di tanto.

Nel primo pomeriggio, con una corriera giunta da Chioggia, messa a disposizione dalla ditta Ferlin (guidata da un autista, che conoscevo perché originario di Lendinara, il paese natale di mio padre) ci recammo in località Tolle per caricare sul pullman le persone che ci attendevano. Arrivati sul luogo scoprimmo trattarsi di bambini. Dire oggi con esattezza quanti fossero mi è un po’ difficile ma, considerato che il pullman era pieno, penso che non fossero meno di quaranta, oltre a due suore. Dopo i pianti e gli abbracci dei piccoli che non volevano separarsi dai genitori, ritornammo a Contarina per ricevere le ultime disposizioni e la benedizione del Vescovo. Dopo di che partimmo.

Erano le 16,00 circa, già iniziava a fare buio anche a causa del brutto tempo, ed ebbe così inizio un viaggio che durò molte più ore di quanto preventivato. Lungo la strada infatti, a causa del mal tempo diffuso, ostacoli e deviazioni, impensabili alla partenza, resero il viaggio veramente difficile. Ricordiamo tutti che in quei giorni l’Italia intera era stata colpita da violenti nubifragi. Pensiamo a Firenze, città emblema della catastrofe e anche il Veneto non era stato risparmiato dagli eventi: l’eccezionale acqua alta a Venezia, lo straripamento di vari fiumi, tra i quali il Bacchiglione e il Brenta che interessarono vaste aree della provincia di Padova, proprio quelle zone che noi dovevamo attraversare per raggiungere Feltre.

Descrivere pertanto con esattezza, dopo 50 anni, il percorso fatto sotto la pioggia battente e al buio mi è veramente difficile. Sembrava che tutto si rivoltasse contro di noi: strade interrotte, ponti non transitabili. Fare manovra poi con una corriera in quelle condizioni era veramente arduo, anche se l’autista, molto esperto, sapeva cavarsela egregiamente. Procedevamo a rilento cercando la strada migliore, aiutati da una segnaletica approssimativa realizzata al momento a causa delle varie interruzioni. Incontravamo pattuglie di polizia e carabinieri che ci indicavano i percorsi modificati e sembravano dirci: ma dove volete andare con questa situazione e con questo tempo.

Mentre io cercavo di essere utile all’autista guardando la segnaletica, scendendo dalla corriera per aiutarlo nelle manovre, Bruna aiutava le suore ad accudire ai bambini. C’era chi piangeva, chi voleva i genitori, chi vomitava, chi aveva fame e, per fortuna, qualcuno già dormiva. Eravamo proprio nella bufera in tutti i sensi, ma a nessuno è mai venuto in mente di tornare indietro, bisognava arrivare a destinazione.

Ormai erano le una di notte della domenica 6 novembre quando finalmente arrivammo in prossimità di Feltre. Purtroppo non era finita perché trovammo l’ennesimo ostacolo: un ponte chiuso al transito. Cosa fare? Veramente per un attimo ci siamo sentiti impotenti e smarriti ma non c’era tempo da perdere, bisognava reagire.

Scesi dalla corriera sotto una pioggia gelida. Ero impreparato a quella temperatura, vestito con abiti autunnali, non avevo pensato di portarmi qualche indumento pesante considerato che si andava verso la montagna. Mi guardai attorno, era tutto buio, scorsi in lontananza un’insegna illuminata. Mi avvicinai, era un bar con annessa abitazione e, vista l’ora, non c’erano imposte aperte. Non vidi nessun campanello e allora cominciai a bussare, prima piano, pensando a come avrebbero reagito le persone che vi abitavano, ma poi sempre più forte. Un rumore, uno sbattere di balconi ed una voce a chiedere chi è.

Mi feci forza e urlai a gran voce che avevo bisogno di aiuto. Si aprì la porta e l’intera famiglia era sull’uscio per capire cosa stava succedendo. Vista la mia faccia disperata ed implorante, mi fecero entrare e con poche parole raccontai la situazione. Nel bar c’era il telefono e così mi misi in contatto con la polizia di Feltre chiedendo soccorso. Ringraziai di tutto il cuore e corsi alla corriera per riferire che il viaggio stava terminando.

L’attesa sembrava eterna quando finalmente in lontananza apparvero alcuni fari. I mezzi, che poi vidi essere dei fuoristrada, all’altezza del ponte chiuso, scesero nell’alveo del torrente per poi risalire dal lato dove eravamo noi. Non nascosi la mia esultanza nel vederli.

Valutata la situazione, i poliziotti fecero salire sugli automezzi i bambini più piccoli e le suore, con i loro pochi effetti personali e, riattraversato il greto del torrente, si avviarono verso destinazione. Poi ritornarono per recuperare i bambini più grandi e anch’io andai con loro. Grande fu la soddisfazione nel vedere che l’accoglienza presso la colonia “Stella Maris” era stata attivata e che finalmente il viaggio si era concluso positivamente e senza incidenti, almeno per quelli che ci erano stati affidati.

La polizia mi riportò poi alla corriera e così con Bruna e l’autista, che aveva sempre guidato con grande perizia ed attenzione, riprendemmo il viaggio di ritorno.

Fu certamente un rientro più facile perché non c’era più la tensione dovuta alla presenza dei bambini che ci avevano molto preoccupato ed impegnato nel viaggio di andata con la loro comprensibile agitazione, i vari malesseri e i pianti insistenti. Rientrati a Chioggia e lasciato il pullman al deposito, l’autista ci accompagnò con la sua “cinquecento” a Contarina, dove arrivammo verso le 12.

Al Centro Sociale ferveva l’attività, c’era ancora molto da fare: continuare l’accoglienza, la distribuzione dei pasti, dei capi di vestiario, restare a disposizione per riuscire ad evadere i desideri degli sfollati. Continuai così a prestare il mio servizio, pur essendo in piedi praticamente dal venerdì. Disponibilità che, dopo un meritato riposo, diedi anche nei giorni successivi e che mi permise di entrare in contatto con tanta gente, persone semplici ma piene di dignità, volontari sempre disponibili, funzionari della Prefettura fra i quali ricordo il dott. Ronsisvalle, Olivieri, Cantone, tutti impegnati nel portare aiuto e rendere meno traumatica e difficile la situazione.

Ero soddisfatto perché mi ero reso utile, perché avevo fatto qualcosa di buono ed è un ricordo che porterò sempre dentro di me.

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Come citare questo articolo

Leone Rigolin. “24415.0”. Ventaglio Novanta, n. 54, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/24415-0/

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