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NARRATIVA

Crociera in Dalmazia

di Brunello Gentile

Ventaglio Novanta n. 54 2017 pp. 125–127

Erano salpati il 3 agosto del 1992 da Porto Levante, per una crociera in Dalmazia, su un’imbarcazione del Commendatore, il quale possedeva un impero di stabilimenti tra Adria e Donada.

La voce roca e sghignazzante del commendatore lo richiamò alla realtà. “Non sarà mica in pensiero per Tiziana! E’ andata in paese con le mie donne, ma vedrà che torna, sa?!”

Gli dava fastidio che quell’idiota chiamasse sua moglie per nome, così come non sopportava che si prendesse talvolta confidenze con lei, fino al punto di fare apprezzamenti assolutamente volgari sulla sua bellezza.

Il commendatore insistette: “Caro dottore, non so perché, ma mia moglie ha una venerazione per lei! Sostiene che nessuno psichiatra l’aveva mai capita prima. Poveretta, ormai è cotta di cervello! Deve starle vicino, sa?! Faccia tutto quello che c’è da fare. Il conto, poi… insomma, lo mandi a me, eh?! Nessuno scrupolo, d’accordo?!”

Era sul punto di gridargli in faccia che il male di sua moglie era lui, per tutte le umiliazioni che le aveva inflitto, ma in quel momento comparve Vincenzo, il cuoco di bordo, con un vassoio d’acciaio, sul quale fumava una poltiglia di cibo inondante aromi acri per tutto il pozzetto. La gioia del commendatore per il fragrante piatto a base di datteri di mare fu incontenibile. Diede inizio ad una danza grottesca, le braccia alzate al cielo, emettendo ridicoli mugolii e cercando con gli occhi il consenso dei presenti. Solo Vincenzo abbozzò un sorriso, la cui interpretazione era tutta da approfondire.

Si sentiva solo, come mai gli era capitato in tanti anni di crociera con la sua vecchia barca a vela; nemmeno Tiziana era più la stessa di allora. Sembrava quasi a suo agio in mezzo a questo branco di boriosi, il cui unico motivo di poterli annoverare fra gli appassionati di mare era legato alla proprietà di imbarcazioni incredibilmente costose. Non riusciva ancora a capacitarsi di come avesse potuto accettare un imbarco estivo con gente che già sapeva essere tanto diversa da lui. Era stata proprio Tiziana a fugare ogni dubbio: “è gente che conta, può servire per il tuo lavoro, e, poi, un modo come un altro per rivivere il nostro passato, no?!”…

Già! Il nostro passato! Un passato di appena cinque anni fa! Vendere la barca era stato l’atto più triste della sua esistenza, ma la casa e i debiti per farla lo avevano costretto.

Questa banchina… una volta gli era capitato di rimanerci accostato per quattro giorni, a causa della bora, e aveva consumato le scarpe di spago per andare ogni sei ore a leggere il bollettino meteo della Capitaneria…

C’era un’aria diversa, allora, certamente più allegra. La guerra aveva rovinato tutto, anche quel minimo di dignità che aveva sempre riconosciuto a questa popolazione slava povera da secoli… Chissà dov’era la vecchietta che scendeva ogni giorno dalle alture dell’entroterra per vendere piccole mele verdi in sacchetti di plastica trasparente. Mille lire a sacchetto, che finiva in mare subito dopo la partenza: quelle mele selvatiche erano immangiabili. Tiziana lo rimproverava ogni volta di avere speso denaro per niente, ma gli sembrava quello, in un certo senso, un modo di chiedere scusa di trovarsi lì, in vacanza, con una barca il cui costo annuo di mantenimento superava il reddito decennale di quella gente… Alzò lo sguardo verso il tramonto, che stava appena iniziando, cercando istintivamente indizi per stabilire il tempo dell’indomani.

“Questi slavi sono stupidi – intervenne alle sue spalle il commendatore – gentaglia senza voglia di lavorare. Guarda che meraviglia di posti che si ritrovano e loro ci pascolano le capre! Se mi danno una concessione, qui gli tiro su un villaggio da tre miliardi a stagione. Ah! Stupidi, ecco. E allora io mi diverto; alla fine della crociera voglio proprio vedere quanto sarò riuscito, ogni giorno, a pagar meno i loro datteri! Queste sì che sono soddisfazioni, cari miei!”

Il silenzio di qualche attimo che seguì la sanguigna irruenza di quel discorso, gli parve una piccola vittoria dell’umanità. Distogliendo gli occhi da quello strano “armatore”, che masticava felice un grosso pezzo di pane intriso di sugo, s’accorse che una persona, sul bordo della banchina, a mezzo metro dalla barca, stava attirando attenzione con un gesto del braccio.

Doveva avere quasi ottant’anni, l’aspetto dimesso, ma solo negli abiti, perché dagli occhi traspariva un qualcosa di più di una superficiale abitudine al pensiero. Capì che era proprio lui il destinatario del richiamo di quell’uomo e gli si avvicinò, appoggiando la coscia su un punto di forza della battagliola.

“Signore, può guardare francobolli da collezione? Voglio vendere, ho bisogno” e gli porse, aprendolo a caso, un vecchio album a fogli grigi e spazi prestampati, con qualche piccola voluta in stile liberty, come si usava un tempo. Appiccicati, a scacchiera irregolare, francobolli, tutti monocromatici, dall’aspetto antiquato.

Di tutto si sarebbe aspettato, meno che di dover sfogliare un album di francobolli in un porticciolo sperduto della Dalmazia e, per questo, si ritrovò un mezzo sorriso fra le labbra. Raccogliere francobolli era stata la sua grande passione da ragazzo, poi abbandonata, perché travolta dai fatti della vita. A quindici anni sapeva tutto su tutti i francobolli del mondo, perché non c’era stampa filatelica che non avesse consultato con attenzione. Ancora adesso, pur non essendo più né collezionista, né tantomeno investitore, acquistava dei cataloghi e curiosava sull’andamento di alcune emissioni rare, che un tempo aveva sognato di possedere.

“La ringrazio, ma non colleziono francobolli”, rispose con garbo, anche se a capo chino su quel classificatore che aveva cominciato a sfogliare.

“Prego, controlli, pezzi di valore! Ho bisogno!” L’uomo si esprimeva abbastanza bene in italiano e la cadenza impressa era sì supplichevole, ma non fastidiosamente implorante.

Anche se sapeva che non avrebbe comprato nulla, gli sembrò poco cortese non osservare almeno cosa l’altro gli stava offrendo. Sfogliò una decina di pagine e non ci mise molto a comprendere che si trattava di una collezione di tutto rispetto: occupazioni militari e amministrazioni postali temporanee del Montenegro, periodo seconda guerra mondiale. In qualche pagina vi erano addirittura buste originali con tanto di timbri dell’epoca. Senza listino tra le mani era difficile stabilire con precisione il valore complessivo, ma solo quel rosa-salmone di posta aerea italiana, sovrastampato in tedesco, del 1943, doveva valere almeno venti milioni di lire. Osservò in faccia quel vecchio.

“Questi francobolli valgono molto, io non ho tanti soldi per te!”

“Fai offerta tu!”

“Ma no, no… valgono troppo, tu non devi darli via così. Dai a me una fotocopia o un elenco e io vedo di farteli vendere in Italia, allora guadagni!”

“So… ma troppo tempo… Io ho bisogno… ora!”

“Gli offra centomila, dottore, che glieli lascia!”. La voce roca del commendatore lo colpì alle spalle come una frecciata. Si era scordato della sua presenza….

“No, non si può fare…. Dammi retta” – disse al vecchio – “procurami l’elenco del tuo materiale ed io vedo di vendertelo presto. Lasciami anche il tuo nome e l’indirizzo, dove possa comunicarti cosa riesco a realizzare”.

“Se non li prende lei, dottore, gli offro io duecentomila lire!” Si intromise ancora l’armatore.

Il vecchio osservò con vivo interesse il commendatore, le sue labbra parvero atteggiare un mezzo sorriso e le mani stavano già muovendosi per riprendere e porgere nuovamente il classificatore. Passarono lunghi secondi e tutti e tre si osservarono l’un l’altro, come in attesa di sapere chi avesse deciso per primo.

“Aspettatemi qui un attimo!” Aveva parlato quasi seguendo un istinto.

Tenendo stretto il classificatore entrò sotto coperta, attraversò la dinette, infilò la porta della cabina che era stata destinata a lui e a sua moglie, frugò nel borsello che stava sulla retina sopra la sua cuccetta, estrasse dal portafoglio due biglietti da centomila lire e tornò di corsa in pozzetto.

“Tieni, sono tuoi!” disse infilando le due banconote fra le pagine del classificatore e porgendo tutto insieme.

“Dottore, cosa fa! La collezione, adesso, è sua!”

Il vecchio annuì e stava già recuperando per sé solo i soldi.

“Va via!” – gli urlò in faccia – “se non vuoi che chiami la polizia!”

Lo vide allontanarsi spaventato, affrettando il passo quanto più poteva.

Gli occhi del commendatore lo stavano osservando increduli, ma quel leggero movimento di labbra indicava solo un grande disprezzo.

“Adesso capisco perché riesce a parlare con quelli che hanno il cervello cotto! E’ fatto anche lei della stessa pasta!” Osservò sarcastico. Gli girò le spalle e si allontanò chiamando Vincenzo.

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Come citare questo articolo

Brunello Gentile. “Crociera in Dalmazia”. Ventaglio Novanta, n. 54, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/crociera-in-dalmazia/

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