Piccole e grandi cattedrali di luce, in un luogo già abbagliante di magico splendore. Cimiteri polesani e nel Delta del Po. Atenei Votivi, dove bisogna soprattutto spalancare il cuore, abbandonare e abbandonarsi a quel flusso di sensazioni che gli “insegnati”, residenti in questi Atenei, ci mandano sotto forma di magica ispirazione.
Le lezioni arrivano da “Altrove”. Sarà verità?, Suggestione?, Magia? Bè non è importante; l’importante è fermarsi, spegnere il tempo, lasciarsi accompagnare (i passi vi verranno da soli…) e – mi raccomando – occorre ascoltare e osservare.
Ho lavorato e “studiato” in diversi Atenei Votivi. Dall’appennino tosco-emiliano, fino alle terrazze liguri, passando per le valli bergamasche: tutti bellissimi, non esiste il “cimitero brutto”, ma quelli che ho amato visceralmente, che mi hanno fatto innamorare perdutamente sono quelli polesani e del Delta del Po Veneto.
Non mi sorprende allora leggere nel n. 55 del Ventaglio (testo di Anna Volpe “Alfredo Bonelli e Giacomo Scotti”, pag. 96 e successive) che il lombardo Alfredo Bonelli, a conclusione della sua vita inquieta, abbia deciso di trovare il riposo eterno a Taglio di Po.
I “depositi della memoria” del Delta del Po Veneto, ancora me li immagino, mi basta chiudere gli occhi per vederli e, quando sento che inizia una promettente primavera, devo tutt’ora andare incontro a loro (dimenticavo, tra le lezioni di Scienze Naturali, negli Atenei Votivi Polesani, si impara anche a riconoscere e ad anticipare i segnali che annunciano le intensità delle stagioni).
Io me li immagino sempre in un pomeriggio torrido, afoso dove nemmeno il Po di Venezia ha il coraggio di incresparsi all’altezza di Cà Zulian, per dividersi fra Po di Pila e Po delle Tolle, per non inficiare quella staticità poetica, rassicurante, abbagliante, dove i colori urlano, silenziosamente, l’ocra della terra sabbiosa, il verde rigoglioso, il blu intenso e fermo, i riflessi, quell’odore di campagna misto mare che solo lì puoi respirare.
In lontananza il volo di un gabbiano attira l’attenzione, e non sappiamo se farne tesoro per averci ricordato che non siamo nell’altra dimensione, o maledirlo per aver interrotto il sogno più bello che si possa fare.
Il Delta del Po ha infiniti aspetti, reali, surreali, vita, morte, dolce e spietato: è quell’amante di cui solo tu sai… perché ne sei innamorato e ne sei così geloso che a volte le parole per dichiarare il tuo amore ti vengono strozzate in gola.
Impossibile concedersi il sonno post prandiale, tanta è la paura di perdersi anche solo un sussurro del tempo o il passaggio di una piccola barca; del resto… forse stiamo già sognando.
Una impercettibile brezza, una strada assolata, tutto è definito e nel contempo impalpabile: un gradino sbrecciato, un cancello duro ad arrendersi alla forza delle braccia, l’ombra, l’argine, l’infinito: siamo nell’ “Ateneo” di Cà Zulian-Pila, i maestri iniziano silenziosamente le loro indispensabili lezioni, lo fanno con involontaria forza, commozione e tanta umiltà.
Un giovane sorride sempre, anzi ride… è felice con il suo gatto in braccio. Una ragazza ci guarda con aria interrogativa: cosa ci vuole chiedere? È di una bellezza che stordisce, una bellezza che avrà per sempre 17 anni. Chissà se oltre al Cavaliere con la grande falce, qualcun altro ha prima avuto la fortuna di baciarla, e se in questo momento sta pensando a lei.
Nelle parti più remote, stanno silenziosi e in autorevole disparte i maestri più antichi: esercitano un fascino e un carisma inenarrabile, un’immagine sbiadita, una lettera mancante, che dovremmo mettere noi con la nostra fantasia, la nostra intuizione, trasformarci in traduttori di testimonianze scritte sul marmo, parole di commiato che restano eterne.
Volti segnati dal sacrificio, colmi di fedele determinazione. La cosa più falsa che si possa dire è “muto come una tomba”. Le inumazioni e le sepolture non tacciono mai, raccontano storie e poesie di eternità.
Il tempo non ha più un senso e lo spazio è ovunque, siamo dentro al quadro “L’isola dei morti” che il grande pittore simbolista, Arnold Bocklin dipinse sulla fine del 1800, dove un’anima su una barca viene traghettata in questo angolo rassicurante, fra alberi e natura austera, ma fortissima.
Concrete immagini, ci proiettano nell’astratto: una grande tela il Delta del Po, dove il dialogo reale e fantastico si misura costantemente, facendo intersezioni costanti. Come decifrarle? Con i simboli, i segnali, i codici, le luci, con gli elementi della natura… Sta poi a noi essere gli artisti ispirati, che dovranno distendere su questa magica tela i colori delle nostre emozioni.
Ho iniziato nel 1998 a lavorare nei cimiteri e ho smesso nel 2008. Fu un’esperienza che descrivere indimenticabile è un eufemismo. Mi occupavo delle luci votive e ho sempre fatto il mio lavoro con passione intensissima; magari in prossime occasioni ne parleremo più nel dettaglio. Di lezioni ne ho ascoltate tante, e adesso mi mancano terribilmente.
Ho sempre preferito le “piccole sedi”, tecnicamente dette i “frazionali”, alle altisonanti “monumentali”, davanti alle quali – ci mancherebbe! – chino il capo con ammirazione. Però io non riesco a sottrarmi davanti al piccolo Deposito di Memorie sperduto, di frontiera, di confine. Vorrei raccontarli tutti, perché ognuno ha tante storie da raccontare e solo uno sguardo distratto può definirli “tutti uguali”. Nel Delta del Po, e non solo, ogni Cimitero ha storia a sé, ed è diametralmente diverso da un altro che sorge a pochi kilometri di distanza.
Nei Cimiteri, ho ascoltato, ho riso, ho pianto, ho bestemmiato e ho pregato, ho parlato coi Maestri, ho conosciuto nuovi amici, ho sofferto, ho dormito… Nei cimiteri non ho mai avuto paura e non mi sono mai sentito solo. Buona lezione, non perdetela.
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William Piana. “Depositi della Memoria”. Ventaglio Novanta, n. 56, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/depositi-della-memoria/