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STORIA - TRADIZIONI

El passo sul Canalbianco

di Gino Piva

Ventaglio Novanta n. 58 2019 pp. 56–57

“Ahi del passo!” La fumara no’ fa vedar l’altra riva e par tuta ‘sta restara no’ ghe xe persona viva. “Aho del passo”. ciamo ancora, ma no’l riva. Ma chi passa in ‘sto canale zerca i sogni fati a tressa, fati ben e fati male, tuti insogni sensa pressa. Ferma el passo come fusse un funerale.

I salgàri i pare arzento sora l’acqua quasi verde. Passa l’acqua; e ‘l sentimento va con ela e po’ se sperde. “Aho del passo”. Anca el passo qua se perde? “Mai ‘na cosa l’è passada, passadore, par ‘ste sponde come questa sconsolada?” Passadore no’ risponde. Fermo el passo: eco l’anema passada.

Finalmente tanto straca quanto straco el passadore, omo e barca se destaca dal caligo e me vien tore. “Ecco el Passo…”. Più no ‘l dise el passadore. Po’ nei sàlesi d’arzento anca l’anema se perde, come prima el sentimento nel canale d’acqua verde. Sora l’acqua bianchi fiori e fiori zali come quei dei funerali.

Trasportà da la corente, drio la corda, o caldo o giasso, chi mai sa, si quanta zente l’è passada per ‘sto passo? Ecco el passo: ghe son sora finalmente.

Alla poesia qui riprodotta – tratta da “Cante d’Adese e Po / Poesie del Polesine”, opera di Gino Piva, edita nel 1931 da Aquileia editrice in Udine – l’autore fa seguire un breve commento, interessante anche dal punto di vista storico, che qui di seguito riportiamo.

I passi vanno sostituendosi coi ponti, anch’essi. Ve ne sono, o ve ne erano, di diversi tipi, dal barchetto isolato che traghetta a remi, al passo volante costituito da una grossa barca affidata ad una fune stesa da una sponda all’altra e mossa dalla corrente che la prende di fianco o da due barche unite così da costituire una maggior platea. Il passadore è una specie di filosofo che se la intende più col fiume o col canale che con i suoi simili.

C’era da aspettarlo il passo: ma un po’ di contemplazione non era tempo perduto, lungo i solinghi canali.

ostacolare la ritirata. Anche la barca-traghetto fu oggetto di mitragliate, ma per fortuna non ci furono né vittime né danni.

Nel corso degli anni, Giovanni faceva la manutenzione alla barca-traghetto, traendola in secca. Metteva la canapa tra le fessure delle tavole che componevano il fondo e le parti laterali, cospargendo il tutto con la pece liquida, sciolta precedentemente sul fuoco. Aveva anche costruito una piccola cabina attorno alla sedia che fungeva da posto di comando al centro della barca, grazie alla quale ci si poteva sommariamente riparare dal caldo in estate e dal freddo in inverno.

Un piccolo rifugio, era costruito in legno sulla riva destra del fiume nelle vicinanze dell’approdo, dove erano collocati utensili necessari al buon funzionamento del traghetto, e dove ci si poteva riparare in caso di maltempo, rimanendo protetti, senza allontanarsi dal luogo di lavoro, in caso di chiamate per l’attraversamento del fiume.

C’era molta familiarità con gli abitanti del luogo: si era instaurato un rapporto confidenziale con il “barcaro”, tanto che venivano fatte richieste di traghettamento anche al di fuori dell’orario di servizio, esaudite sempre con molta disponibilità.

Il nuovo ponte

Nel dicembre del 63, in seguito alla morte improvvisa di Giovanni, subentrò il figlio Vittorino che condusse l’attività per soli due anni, giacché nel frattempo erano stati avviati i lavori per rendere il Canalbianco navigabile e trovare soluzioni più pratiche per il passaggio da una riva all’altra.

L’opera idraulica comportò la rettifica del corso d’acqua, lo scavo del fondale e l’allargamento dell’alveo. Un intervento di modernizzazione che però fece venir meno quell’atmosfera di familiarità e di poesia ambientale che, assieme al lento andirivieni della “barca”, conferivano una particolare identità al luogo.

Ultimati i lavori di scavo, per attraversare il nuovo Canalbianco venne installato un ponte “Bayly”, di tipologia militare, con assi in legno nel calpestio, transitabile, oltre che a piedi o in bicicletta anche da mezzi motorizzati di piccole dimensioni, detto “el ponte de tole del Fenile”.

Il ponte fu inaugurato il 6 giugno del 1965 e dedicato a San Gaetano patrono del paese. E fu così che la “barca”, ormai accantonata, diventò una sorta di relitto lasciato marcire presso la riva destra del Canalbianco nel punto dove per anni era avvenuto l’attracco.

Una storia da non dimenticare

Della “barca” e del suo ambiente ci restano alcune foto in bianco e nero ed una rara e sbiadita sequenza nel cortometraggio “L’ussaro” di Luigi Ceruti. Una storia che non va dimenticata, perché intimamente legata alla tradizione e alle vicende connesse ai fiumi del nostro Polesine.

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Come citare questo articolo

Gino Piva. “El passo sul Canalbianco”. Ventaglio Novanta, n. 58, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/el-passo-sul-canalbianco/

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