Nel singolare territorio verso cui convergono i due grandi fiumi d’Italia, scorre una terza via d’acqua, seppur secondaria ma di particolare rilievo per la storia del Polesine, che richiede di essere meglio conosciuta e valorizzata.
Va innanzitutto ricordato che fu nelle prime fasi dell’epoca medievale che il Po e l’Adige configurarono i limiti naturali del paesaggio della nostra Mesopotamia italiana, attraversata anche dal “fiume di mezzo”, di cui ci accingiamo a parlare, e che le fonti antiche chiamarono Tartaro. Un corso d’acqua che, oltre Trecenta – a seguito di interventi di canalizzazione – prese il nome di Castagnaro, e più a valle di Canalbianco. Quest’ultimo idronimo potrebbe essere in relazione alla sua funzione di collettore delle acque bianche delle campagne circostanti, ma anche dal fatto che in corrispondenza di Canda, si immettevano, attraverso antichi canali di rotta, le acque limacciose, chiare, dell’Adige nei periodi di piena.
L’idrografia del Canalbianco e le escursioni nautiche
Il Tartaro nasce a Povegliano, presso Villafranca Veronese e prende gradualmente forma dalle acque di risorgiva dei rilievi morenici del lago di Garda. Si snoda, esile e limpido, attraverso la bassa veronese, passando per Isola della Scala e Nogara. Dal luogo di affluenza delle acque del Tione, altro fiume di risorgiva, il suo corso fa da confine tra Veneto e Lombardia fino a Bastione San Michele; da qui segna il limite tra le province di Verona e Rovigo per le terre di Melara e Giacciano con Baruchella.
Inizia ad attraversare il Polesine a Zelo, dirigendosi verso Trecenta e Castelguglielmo, prendendo la denominazione di Canalbianco. Attraversata Adria, dopo aver percorso 147 km, si porta al mare cambiando ancora il nome in Po di Levante, in quanto riprende, tra Loreo e Donada, il corso padano, deviato con il taglio di Porto Viro del 1604.
Il Tartaro-Canalbianco fu interessato, soprattutto negli anni Sessanta del secolo scorso, da radicali interventi, al fine di renderlo navigabile a scopo commerciale fino al Mantovano, attraverso il collegamento con il Fissero, canale che trae origine dal Mincio. Ne consegue che questa via commerciale ben si presta anche per la navigazione turistica su percorsi che in genere collegano la Laguna di Venezia con Mantova e con altri centri rivieraschi del Po.
Ma il Polesine, attraverso questo suo “fiume di mezzo”, si configura come territorio di passaggio, poco valorizzato dalle escursioni nautiche che magari effettuano una sosta all’Interporto di Rovigo per accompagnare i partecipanti in visita a Ferrara. Per il resto del tragitto il sommesso borbottare del natante accompagna le meditazioni nella tranquilla cornice del canale; i cui argini risultano per buon tratto coperti dall’avvolgente vegetazione di salici fino a lambire l’acqua, contornata spesso da cannucce e, a tratti, d’estate, ravvivata dai colori delle ninfee e dei nannuferi. Dice Gino Piva: … I salgàri i pare arzento/ sora l’acqua quasi verde. / Passa l’acqua; e ‘l sentimento / va con ela e po’ se perde. /… Sora l’acqua / bianchi fiori e fiori zali come quei dei funerali.
L’ambiente è dunque suggestivo, ma poco conosciuto e valorizzato. C’è però una novità che apre ad interessanti prospettive. Recentemente il particolare impegno di Alba Rosito, presidente della neonata sezione locale di Assonautica Territoriale per le Acque interne del Veneto e dell’Emilia, ha portato a dar vita ad un progetto con l’obiettivo di rendere stabile la navigazione turistica in Polesine lungo il Tartaro-Canalbianco.
E’ previsto che il percorso maestro della via d’acqua venga integrato con specifici itinerari ciclabili per consentire una consona fruizione e valorizzazione dei siti di interesse culturale e paesaggistico limitrofi. Qui di seguito proponiamo alcuni basilari riferimenti storici e geografici relativi al progetto, che abbiamo sperimentato durante due escursioni svoltesi nelle domeniche 18 agosto e 8 settembre 2019.
La prima iniziativa – di cui ci accingiamo a parlare – vide la partenza alle ore 8 dal Porticciolo dell’Interporto di Rovigo su motonave Delta Patavium della Delta Tur, al completo di oltre sessanta partecipanti, con destinazione Albarella.
Navigando verso Adria
Dopo il saluto e la presentazione del progetto, il lento percorso è stato accompagnato dai racconti di storie del fiume e del limitrofo territorio attraversato. Sono storie che ricalcano le vicende principali del Polesine, confermate dalle ricerche archeologiche, da fonti letterarie e documenti, dalle stesse testimonianze della nostra identità, diffuse nelle campagne e nei centri abitati.
Come in un salotto, in un clima cordiale e familiare, le trame dei racconti si sono alternate a letture di testi e poesie, ad intermezzi musicali del valente chitarrista Cristiano Gallian, all’equilibrato servizio di caffetteria e degustazione, lasciando anche spazio ai dialoghi, alle osservazioni, alle riflessioni personali. L’inusuale esperienza di conoscere e scoprire il territorio, seguendo l’andar lento del corso d’acqua, ebbe a suo favore le felici condizioni metereologiche della giornata.
Lasciato l’interporto di Rovigo, subito il passaggio per Sant’Apollinare e Fenil del Turco portò ad esaminare il particolare ruolo assunto da queste terre a partire da epoche anteriori al X secolo con la presenza dell’abbazia benedettina di San Pietro in Maone, alle dipendenze dell’Arcivescovado di Ravenna; da questi luoghi il centro monastico estendeva i suoi beni verso Pontecchio Polesine, confinando verso oriente con l’altra abbazia di Santa Maria di Gavello, dove visse e trovò sepoltura nell’anno 883 il monaco Beda, figura di forte spiritualità e santità, velata da vicende leggendarie.
Di queste abbazie (a differenza della Vangadizza di Badia Polesine, la terza documentata in quei tempi nel Polesine) non rimangono tracce archeologiche; le vicende idrografiche legate alla formazione del corso attuale del Po concorsero al loro declino e conseguente abbandono.
Nel tempo in cui le due abbazie furono in auge, la presenza benedettina contribuì sensibilmente al miglioramento della vita sociale a allo sviluppo di molti aspetti delle comunità locali. Furono, infatti, i centri monastici ad attivare la popolazione verso un consono sfruttamento delle risorse ambientali, dando sviluppo a un diffuso popolamento della campagna.
Nella metà del XII secolo l’Esarcato di Ravenna concesse in enfiteusi al conte Guido de Turco di Ferrara e ai suoi discendenti un vasto territorio tra Crespino e il Tartaro, consentendo ulteriori razionali interventi di bonifica con la nascita, rispetto al principale centro di Crespino, di alcune borgate periferiche, tra cui Fenil del Turco, che nel nome richiama sia il nobile ferrarese sia la specifica funzione della campagna.
Percorrendo il tratto di fiume tra Lama di Ceregnano ed Adria, attraverso le terre di Gavello, si sono esaminati significativi aspetti legati all’archeologia del territorio attraversato. Davvero interessanti le testimonianze conservate nel Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo e nel Museo Archeologico Nazionale di Adria.
Il rilevante ruolo assunto da Adria in passato fu determinato dall’imprescindibile legame, oltre che con il suo mare (l’Adriatico), con il suo fiume, tanto da essere stato chiamato Atriano o Atri; corso d’acqua che ancor oggi, attraversandola con uno dei primitivi tratti di corso, ne perpetua l’identità di città d’acqua e di antico porto fluviale.
E’ certo che lo splendore raggiunto da Adria tra VI e V secolo a.C. fu determinato prevalentemente dalla gestione della città da parte degli Etruschi, che nel suo territorio individuarono la più settentrionale espansione colonizzatrice, lungo un indefinito confine di zona franca con la regione dei Veneti, segnato tra l’antico corso del Tartaro e le diramazioni dell’Adige.
Per quanto le campagne a sud del Canalbianco confermino un altrettanto felice quadro di organizzata gestione del territorio, in epoca romana sono le terre a settentrione del nostro fiume ad essere state interessate dall’estesa centuriazione dell’agro di Atria. La grande opera agraria fu realizzata quando la città divenne Municipium, intorno alla metà del primo secolo a.C. e andò a completare una serie di interventi territoriali, avviati già cento anni prima, che fecero convergere verso Adria importanti strade consolari attraverso fertili campagne.
Durante l’età medioevale Adria, nel VII secolo, divenne sede di diocesi; ma in seguito, sia per la crisi dell’Esarcato di Ravenna, sia per problematiche ambientali, il centro di potere si spostò a Gavello e nel maggio del 920 – giusto 1100 anni fa – il Vescovo di Adria costruì un castello in loco qui vocatur Rodige (nel luogo detto Rovigo).
Nel nostro percorso fluviale non si è fatta sosta ad Adria in considerazione del lungo tragitto di navigazione (quattro ore e mezza da Rovigo ad Albarella): solo un attracco per l’imbarco di alcuni partecipanti con la loro bicicletta. Il progetto che si vorrebbe realizzare prevede necessariamente una delle principali tappe per la visita della città, con particolare riferimento almeno al Museo e alla Cattedrale.
Tornando a tratteggiare a grandi linee la storia del territorio, va detto che, dopo i problemi ambientali di epoca medievale, il Rinascimento fu rappresentato in Polesine prevalentemente dalla svolta nell’economia agraria. Nella seconda metà del Quattrocento per opera degli Estensi si realizzarono importanti bonifiche a sud del Castagnaro, mentre nel secolo successivo sotto il dominio di Venezia si operò nell’area delimitata dall’Adige, dando vita ai primi Consorzi tra cui quello di Santa Giustina. Si sviluppò nel contempo un sensibile incremento di popolazione rurale con l’edificazione di rustici, case padronali, ville, non poche di particolare valenza architettonica.
Fu poi nell’Ottocento, con la comparsa nelle nostre campagne delle ciminiere delle idrovore a vapore, che si giunse a riportare a cultura le estese “Valli di Adria, Cavarzere e Loreo” e in seguito ad incrementare la bonifica di vaste aree del Delta.
Due itinerari verso il Delta
Proseguendo nel nostro percorso lungo il “fiume di mezzo”, eccoci raggiungere l’attracco di Loreo, in prossimità del luogo che fu sede di importante porto fluviale nei pressi dell’antica linea costiera. La località fu poi centro di eccellenza, per il Delta, della Serenissima, essendo stato parte del Dogado fin dalle prime fasi di nascita della gloriosa Repubblica Marinara.
A Loreo i partecipanti che avevano trasportato sulla motonave la loro bicicletta – associati alla FIAB e sotto la guida del presidente Denis Maragno – scesero per raggiungere Albarella attraverso tranquilli itinerari costeggiando il Canale di Loreo fino a Tornova. Poi lungo l’Adige verso Rosolina Mare, prima di portarsi negli scenari anfibi di valli e specchi d’acqua del più giovane territorio d’Italia, se non d’Europa, che offre, però, la possibilità di rivivere ancora il paesaggio antico delle mitiche Isole Elettridi, dei Septem Maria e di quanto tramandato dalle fonti classiche.
L’imbarcazione riprese subito la navigazione solcando le acque del Po di Levante, quel ramo padano di mezzo ancora mantenuto attivo, e che prima del Taglio di Porto Viro (1604), assieme al ramo di Tramontana e di Scirocco, caratterizzava una prominenza deltizia, che con il suo avanzamento minacciava l’insabbiamento della bocca meridionale della Laguna di Venezia. Il pensiero è quindi andato ad un’epoca ben più remota facendo rivivere le parole di Flavio Cassiodoro che, nel VI secolo d.C., consigliò ai marinai, diretti da Aquileia a Ravenna, di seguire percorsi endolagunari, tranquilli e sicuri in caso di sfavorevoli condizioni:” … Quando per l’infuriare dei venti, sia preclusa la navigazione per mare, a voi si schiude il ridente paesaggio dei fiumi. Le vostre imbarcazioni non temono la violenza dei venti; raggiungono la terra senza alcun danno e non conoscono naufragio, perché spesso toccano i fondali. Viste da lontano, si direbbe quasi che esse si muovono attraversi i prati, perché accade che non si scorga l’alveo del loro fiume… Qui le variazioni della marea, con l’alternarsi del flusso e riflusso, ora coprono ora scoprono la visione dei campi. Qui voi avete la dimora alla maniera degli uccelli acquatici…”
Abbiamo frattanto raggiunto Albarella, accolti da un raffinato buffet a base di ricette della tradizione locale presso l’Hotel Capo Nord. Dopo una breve sosta in spiaggia, gratificati dalla bella esperienza, si è ripresa la via di ritorno, in attesa di incontrare il gruppo dei ciclisti, che attraversato il Po di Levante con il tragetto, si erano portati a Loreo, secondo un altro itinerario, fino alle dune fossili di antichi litorali etrusco-romani e medievali sui quali si svilupparono le sequenze della via Romea.
Lungo l’itinerario del ritorno, dopo che si fu ricostituito il gruppo originario, ripresero le spiegazioni sulla motonave, limitate ad alcune integrazioni di quanto narrato nell’andata, con richiami al ruolo dei fiumi nel segnare i confini durante le dominazioni succedutesi in Polesine, dagli Estensi allo Stato della Chiesa, dai Veneziani, al periodo napoleonico ed austriaco, senza trascurare storie locali e il contribuirono di nobili famiglie alla bonifica agraria dei loro latifondi. Hanno avuto, pertanto, più continuità gli intermezzi del chitarrista.
In questa particolare atmosfera, la sera che cominciava ad avanzare favoriva le riflessioni sull’esperienza di una giornata dedicata ad esplorare la quotidianità del paesaggio che ci circonda, seguendo un percorso diverso, inusuale e per diversi partecipanti mai sperimentato.
Ed ecco che il tramonto, coincidente con la fase ultima del viaggio, nel ravvivare di tonalità calde il cielo e di riflesso il fiume, tra le quinte di avvolgenti salici lasciava intravedere le Eliadi e le Naiadi d’Esperia, facendoci vivere miti cari agli antichi, e non solo.
Per completare la descrizione del progetto di navigazione turistica lungo il “fiume di mezzo”, va detto che una seconda escursione si è svolta domenica 8 settembre risalendo il Canalbianco fino al Pizzon di Fratta Polesine. Quanto ci offriva il percorso integrava, con ulteriori significativi tasselli, momenti della storia polesana, giungendo, inoltre, a caratterizzare l’identità di particolari aree. Anche in questo caso il programma prevedeva la possibilità di alternare la navigazione con percorsi ciclabili, per portarsi nei centri di Fratta Polesine ed Arquà Polesine, ma per le incerte previsioni metereologiche si ricorse ad un bus navetta. Per questa occasione è stata utilizzata un’imbarcazione della Ditta Marino Cacciatori, al completo di 25 partecipanti.
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Come citare questo articolo
Raffaele Peretto. “Lungo il “fiume di mezzo””. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/lungo-il-fiume-di-mezzo/