Sabato 26 luglio 1502 nella accogliente dimora di Tito Vespasiano Strozzi a Raccano, antico centro abitato a poca distanza dal sostegno di Fossa Polesella, il veneziano Pietro Bembo (1470-1547) concluse la trascrizione della Commedia di Dante ed inviò l’ultimo fascicolo del lavoro a Venezia, ove lo stampatore Aldo Manuzio aveva già avviato la stampa dell’opera che sarebbe uscita il mese successivo col titolo, scelto dal Bembo stesso e mai più utilizzato in seguito, Le terze rime di Dante.
L’impegno di Pietro Bembo era iniziato da poco più di un anno, il 20 luglio 1501, come rileviamo dalla data autografa posta sotto il titolo nel Codice vaticano latino 3197 della Biblioteca vaticana, mentre la nota nella pagina conclusiva offre altre interessanti informazioni: Finitus in Recano rure Herculis Strozze mei. Sept. Kl. Aug. MDII (Concluso a Raccano nella dimora del mio amico Ercole Strozzi il 26 luglio 1502)¹.
Da alcuni anni il Bembo alternava il soggiorno a Venezia con quello a Ferrara ove il padre, Bernardo Bembo, aveva ricoperto negli ultimi anni del Quattrocento la carica di Vicedomino, cioè rappresentante della Serenissima. Il giovane Bembo, inseritosi rapidamente e brillantemente nei circoli letterari estensi, era legato per interessi culturali a diversi esponenti ferraresi, in particolare ad Ercole Strozzi e al padre di questi, Tito Vespasiano.
Tito Vespasiano Strozzi, allievo di Guarino Guarini e cognato di Matteo Maria Boiardo, aveva ricoperto incarichi di rilievo nell’amministrazione estense; era stato, tra l’altro, Visconte a Rovigo negli anni ‘70 del Quattrocento; nel 1497 era stato nominato Giudice dei Savi a Ferrara ed era proprietario di vaste estensioni di terra nel Ferrarese e nel Polesine.
Amante della tranquillità e della vita agreste Tito Vespasiano aveva scelto come residenza Raccano, a poca distanza dal corso principale del Po – in posizione favorevole per rapidi contatti con Ferrara e con la corte estense – per trascorrervi gli ultimi anni della sua vita. Lo affiancava, per l’amministrazione dei beni e negli impegni civili, oltre che per la passione per i classici e la poesia, il figlio Ercole.
A Raccano gli Strozzi nel corso del Quattrocento avevano realizzato, nell’ampia golena del Poazzo, una piccola corte con varie residenze padronali, edifici per i dipendenti, stalle, orti, giardini, peschiere, ed un piccolo oratorio con altare volto ad oriente secondo la prassi medioevale.
Nel palazzo degli Strozzi di Raccano tra il 1501 e il 1502 il Bembo, aderendo alle sollecitazioni di Tito Vespasiano, ed ancor di più a quelle dell’amico Ercole, si soffermò a più riprese, gradito ospite, per stendere – dopo accurato confronto tra codici e lezioni diverse – il testo definitivo della Commedia. Allo scopo egli raccolse e consultò diversi testi manoscritti e opere a stampa che riportavano il poema dantesco, di proprietà sua o di suo padre. Proveniva, infatti, dalla raccolta libraria di Bernardo un codice che alcuni ritenevano “scritto di mano del Boccaccio e appartenuto al Petrarca”², identificabile con il cod. Vaticano Latino 3199 della Biblioteca vaticana e, con molta probabilità, una Commedia con commento di Cristoforo Landino.
Ai libri della raccolta di famiglia, Pietro poteva affiancare manoscritti e opere dantesche che certamente non mancavano nella biblioteca di Tito Vespasiano e di Ercole Strozzi. Da Raccano, utilizzando le vie d’acqua, il Bembo spediva i fogli della Commedia a Venezia ove Aldo Manuzio riuscì a concludere la stampa de Le terze rime di Dante nell’agosto 1502, offrendo al pubblico un volume nuovo ed agile, con carattere corsivo e formato tascabile.
Il testo della Commedia steso dal Bembo conobbe nei decenni successivi numerose edizioni e prevalse nettamente sulle altre redazioni dell’opera dantesca, per l’eleganza della stampa, per la coerenza metodologica in tutte le parti del lavoro oltre che per “il successo che nei decenni successivi ebbe la riforma letteraria e linguistica imposta alla cultura italiana dallo stesso Bembo³”. Carlo Witte, attento studioso tedesco delle edizioni della Commedia, affermava nel 1862 che l’Aldina del 1502 costituiva” il fondamento di tutte le stampe del libro di Dante, che nel corso di tre secoli e mezzo, e sino al giorno d’oggi furono fatte in Italia e fuori”⁴.
Il rapporto tra Pietro Bembo e gli Strozzi continuò negli anni successivi al 1502, connotati dalla minor fortuna politica ed economica di Tito Vespasiano dopo l’insediamento del nuovo duca Alfonso I, succeduto nel gennaio 1505 ad Ercole I d’Este. Dopo aver partecipato alle cerimonie per la presa di possesso del duca Alfonso, il vecchio Tito Vespasiano si ritirò definitivamente a Raccano ove morì il 30 agosto dello stesso anno.
Il figlio Ercole, che da tempo aveva preso le redini della famiglia, mantenne con il Bembo una grande amicizia accresciutasi proprio nei primi anni del Cinquecento grazie alle attività letterarie della corte estense animate dalla duchessa Lucrezia Borgia giunta a Ferrara nel 1501. Ercole continuò a coltivare l’interesse e la passione per le composizioni latine e per questo venne inserito dal Bembo nell’ideale confronto tra letterati riportato nelle Prose della volgar lingua, opera fondamentale dello scrittore veneziano data alle stampe nel 1525, diversi anni dopo la tragica, misteriosa scomparsa dello Strozzi avvenuta a Ferrara nella primavera del 1508.
Una edizione aldina del 1513 riporta le poesie latine di Ercole Strozzi, assieme a quelle del padre Tito Vespasiano, nelle quali emergono personaggi della corte estense e letterati del tempo, e tra questi Pietro Bembo destinatario di numerose composizioni, tra le quali un piacevole distico Ad Bembum che ben riflette la sensibilità rinascimentale: Tecum habita, ut vivas. Alibi quicumque moratur/non vivit: vita est vivere Bembe sibi.
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Come citare questo articolo
Adriano Mazzetti. “Bembo e la Divina Commedia”. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/bembo-e-la-divina-commedia/