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STORIA - TRADIZIONI

Rodolfo Rossi e Orlando Scavazza

Da non dimenticare il sacrificio di due giovani partigiani polesani impiccati a Rivoli nel 1944

di Vittorio Tomasin

Ventaglio Novanta n. 63 2022 pp. 77–81

La città di Rivoli (Torino) ha dedicato la sua principale piazza, Piazza Martiri della Libertà, al sacrificio di 11 partigiani, fucilati o impiccati dai nazifascisti tra il 26 luglio 1943 e il 29 dicembre 1944. Di quegli undici partigiani, due erano polesani: Rodolfo Rossi e Orlando Scavazza.

Rodolfo Rossi di Michele e di Chiarato Maria, nato a Grignano nel 1914, era emigrato in Piemonte con la famiglia per sfuggire alla condizione di povertà vissuta in Polesine. Residente a Rosta (To), sposato con Maria Rossi, era padre di quattro figli.

Al momento della cattura, faceva parte da quasi due mesi della Brigata partigiana “Monte Albergian”, comandata da Ettore Serafino. L’”Albergian” era una delle brigate che costituivano la Divisione “Val Chisone”¹ comandata da Maggiorino Marcellin. Il trasferimento precoce di Rossi in Piemonte ha reso difficoltoso il reperimento di suoi dati in Polesine. Per tracciare un suo profilo più compiuto bisognerà quindi scandagliare gli archivi piemontesi.

Più agevole è risultato invece il reperimento di dati su Scavazza, essendo depositato in Archivio di Stato il suo Foglio matricolare.

Orlando Scavazza di Bruno e di Angela Bononi, nato a Trecenta il 30 agosto 1921, risiedeva con la famiglia a Baruchella dove il padre conduceva in affitto un fondo agricolo.

La famiglia era composta dai genitori e da quattro figli: Orlando (1921), Silvio (1925), Anduccio (1929) ed Eros (1936)².

Orlando, chiamato alle armi già nel febbraio 1940, poté inizialmente avvalersi del rinvio per ragioni di studio in quanto studente dell’Istituto Magistrale di Rovigo. Parte per il servizio militare nel gennaio 1942 ed è incorporato nel “Dep. 32° Regg. Artiglieria Div. Fanteria”. In ottobre viene trasferito al 3° Reggimento Articelere di Milano. L’Italia fascista è ormai in stato di guerra permanente contro Francia, Russia, Grecia, Albania, Jugoslavia e pertanto, al termine della ferma, Scavazza viene trattenuto in servizio per disposizione del Ministero della Guerra.

Orlando opta allora per la ferma biennale, considerato che vengono ritenuti utili ai fini del conteggio del biennio anche i dodici mesi di servizio obbligatorio già prestati. Viene incorporato nel “Regg. Artiglieria a cavallo 3° Regg. Artiglieria celere in Milano, in qualità di aspirante specialista tiro artiglieria contraerea”.

A fine novembre 1942 frequenta la Scuola di tiro a Sabaudia e diventa “artigliere scelto”. Caporale, poi caporal maggiore. Un nuovo corso a Sabaudia frequentato fino all’inizio di giugno 1943 quando fruisce di una licenza straordinaria per sostenere gli esami di idoneità al terzo anno magistrale. Al rientro dalla licenza viene aggregato al 9° Reggimento Artiglieria “Brennero” di Trento per essere inviato pochi giorni dopo a Norimberga “per la frequenza di un corso sulla centrale Zeiss”.

Il servizio militare deve aver costituito per Orlando una condizione vissuta di malavoglia, imposta dalla situazione contingente. Lo si evince dalle motivazioni delle punizioni subite tra fine maggio 1942 e febbraio 1943: “Si comportava in modo poco militare durante una marcia”, “Trovato in branda 20 minuti dopo la sveglia”, “Poco volenteroso durante l’istruzione del Reparto”.

Saranno l’8 settembre 1943, l’armistizio e la dissoluzione dell’esercito a cambiare il destino di Orlando. Catturato dai tedeschi e deportato in Germania³ nel campo di concentramento di Munsingen (Baden-Wurttemberg), viene posto di fronte al dilemma secco: aderire alla RSI e rientrare in Italia oppure essere adibito al lavoro coatto sul suolo tedesco tra gli I.M.I. (Internati Militari Italiani). Scavazza opta per la prima ipotesi. Viene così inquadrato in un reparto di SS italiane, addestrato e nel dicembre 1943 fatto rientrare in Italia col reparto⁴: il 2° Btg, 1° gruppo Milizia Armata di stanza a Rivoli Torinese. Il 23 marzo 1944 è trasferito a Lecco nell’8° Btg., 2^ Compagnia Milizia Armata – Scuola “Giovanni Berta”.

Intanto Scavazza matura l’idea di dissociarsi dalla RSI: in data imprecisata deve aver fatto ritorno a Rivoli poiché il 20 giugno 1944, nel corso di un rastrellamento, si allontana dal reparto e passa con i partigiani.

Di questa estate 1944, che segna i destini di Orlando Scavazza, è rimasta una sua lettera⁵ indirizzata ai genitori. Datata 14 giugno 1944, è probabilmente l’ultimo suo scritto prima di passare una settimana dopo con i partigiani. Scrive che tutto va bene e che spera di tornare presto “a casa in licenza”. Un’affermazione sibillina: la decisione di arruolarsi con i partigiani non era ancora stata presa o si trattava di un semplice diversivo per sviare la censura militare? Per il resto la lettera è un classico delle missive scritte da militari di provenienza contadina: la preoccupazione espressa al pater familias per il raccolto, i saluti e i baci ripetuti a fratelli, famigliari e conoscenti. E l’incarico affidato alla madre di interloquire con Lina, la fidanzata, che “da quando son partito non ha ancora ricevuto mie notizie”.

La settimana successiva Orlando aderisce al movimento partigiano: dal 20 giugno al 13 agosto 1944 risulta inquadrato nella 1^ Divisione Alpina Autonoma Val Chisone “Adolfo Serafino”, diretta dal comandante Maggiorino Marcellin Bluter. È opportuno ricordare che nell’estate 1944 la Val Chisone è una “zona libera”, essendo stata liberata dalla presenza nazifascista paese per paese ad opera dei partigiani.

“Verso la fine di luglio si avvertono le prime avvisaglie di un attacco tedesco: vengono concentrate truppe in Val Susa e all’imbocco della Val Chisone. La formazione di Marcellin – caso unico nella resistenza italiana – dispone di dieci pezzi di artiglieria da montagna, di mortai da 81 e di mitragliatrici pesanti e si prepara a resistere facendo lavori di fortificazione. Il 31 di luglio compaiono i carri armati e si scatena la battaglia. Vi intervengono anche gli aerei Stukas che bombardano la linea di difesa partigiana. Contro gli Stukas combattono due squadriglie di cacciabombardieri decollati dalla Corsica su richiesta della missione alleata. […]

Fu una battaglia aspra, la più lunga della guerra partigiana: il 6 agosto il Comando partigiano decide di abbandonare la battaglia campale e tornare alla guerriglia. Divisi in piccoli gruppi, i partigiani raggiungono la Val Troncea. Lì Marcellin viene raggiunto da Serafino Griot, commissario prefettizio di Pragelato, in qualità di ambasciatore dei tedeschi, i quali offrono di aprire una trattativa, garantendo ai partigiani la vita in cambio della resa. Le formazioni autonome sono in generale assai disponibili a trattare col nemico e ad accettare di scendere a patti, ma questa volta Marcellin rifiuta la resa con grande fermezza: “le nostre montagne sono nostre”, risponde fieramente al nemico. Dalla Val Troncea, con marce penosissime, quasi senza toccare cibo per giorni interi, alcuni passano il confine e si rifugiano in Francia, altri si infiltrano in Val Varaita”⁶.

È nel corso delle fasi concitate di questa battaglia campale e della successiva ritirata che Rossi e Scavazza vengono catturati dai fascisti quando i partigiani, a piccoli gruppi, si ritirano dalla Val Chisone per riparare in Francia. I partigiani rientreranno poi in Piemonte durante la seconda metà del mese di agosto e il 10 settembre la formazione di Marcellin sarà di nuovo operativa in Val Chisone.

Sulla scorta dei documenti finora reperiti, non sappiamo se Rossi e Scavazza si fossero conosciuti già prima, nelle file dell’esercito o in Germania, oppure se la loro conoscenza fosse avvenuta al momento della diserzione dal reparto della RSI per entrare nelle fila partigiane.

La diserzione dal reparto di SS italiane provoca nell’immediato conseguenze pesanti anche in Polesine, sui famigliari di Scavazza e in particolare sul padre Bruno. Il 13 agosto 1944 – lo stesso giorno dell’impiccagione di Orlando – le SS tedesche di stanza in Polesine arrestano Bruno Scavazza, letteralmente preso in “ostaggio dato che non trovarono mio figlio Orlando di anni 23 dileguatosi […] per non aderire al PFR”⁷, denuncerà la madre dopo la Liberazione. Rinchiuso nelle Carceri Giudiziarie di Rovigo, Bruno Scavazza viene poi tradotto il 18 agosto alle carceri di Padova. Angelina Bononi, a Liberazione avvenuta, denuncerà il maresciallo Marco Bordin, capo delle guardie carcerarie di Rovigo, per maltrattamenti compiuti sul marito Bruno durante la traduzione a Padova.

Bruno Scavazza verrà rilasciato il 28 agosto 1944: “non avevo altra colpa che l’accusa infondata di avere nascosto mio figlio, che invece era a Torino”⁸ dirà Bruno Scavazza al Pretore di Lendinara che lo sente come teste. I “modi brutali”, le “parole offensive” accompagnate spesso da atti violenti compiuti dal Bordin sui carcerati, saranno confermati anche da un altro teste di Baruchella, Ildebrando Zani. L’aspetto paradossale della vicenda è che, mentre si compivano tali atti persecutori sul padre, il figlio era già stato impiccato a Rivoli. Esempio drammatico di inefficiente e brutale ottusità burocratica.

Rodolfo Rossi e Orlando Scavazza vengono infatti impiccati lo stesso giorno della cattura – il 13 agosto 1944 – nel Seminario di Rivoli, dove avevano trovato alloggio un presidio di SS italiane e la Scuola Allievi Ufficiali della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) diretta dal Tenente Colonnello Ettore Lucas.

Sui corpi dei due giovani andrà in scena poi il conflitto – all’epoca abituale – tra la ferocia dei nazifascisti, usi ad esporre i cadaveri come trofei, e la pietas dei famigliari che vogliono dare sepoltura ai loro congiunti. Maria Andrioli Rossi, cognata di Rodolfo, risiede nella vicina Rosta ed è la prima a farsi avanti con il coraggio e la determinazione di una novella Antigone.

“Vuole vedere le salme al cimitero ma glielo impediscono. Dopo lunghe trattative il Sergente Valenta le concede l’autorizzazione ed è ammessa al cimitero. Il giorno dopo chiede di poter trasportare la salma a Rosta, paese del congiunto, come aveva chiesto il morituro prima di salire sul patibolo e spiega al Capitano Galbiati che quell’uomo ha lasciato quattro figli”⁹.

Più complessa la vicenda del recupero dei resti di Orlando Scavazza. La famiglia vive in Polesine ed è all’oscuro della sorte subita da Orlando. I genitori apprenderanno dell’impiccagione del figlio tre mesi dopo l’esecuzione, il 16 novembre 1944, ma dovranno attendere l’estate 1945 per l’esumazione della salma e la sua tumulazione nel cimitero di Baruchella. Un’operazione costosa non solo sotto il profilo affettivo ma anche economico, tenuto conto che “per la riesumazione ed il trasporto della salma del mio povero Orlando da Rivoli ho speso circa 70.000 lire”¹⁰, ricorderà il padre al questore di Rovigo. Durante la permanenza a Rivoli, Bruno Scavazza raccoglie informazioni sui responsabili dell’uccisione del figlio che denuncerà al CLN di Torino il 2 agosto 1945. Un documento umanamente tragico che vale la pena riportare integralmente.

“Baruchella, 2 agosto 1945
AL COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE
del Comune di TORINO

Il sottoscritto, padre del volontario della libertà SCAVAZZA ORLANDO, impiccato a Rivoli Torinese il 13/8/1944 dai reparti SS italiani colà di stanza, perché era partigiano nella I^ Div. Alpina Val Chisone, comandata dal Comandante Marcellin, segnala a codesto Comitato i nominativi dei responsabili di tale delitto, affinché codesto Comitato, qualora li avesse sotto la propria sorveglianza, possa rendere giustizia:

1. Maggiore PACE – Era comandante dei reparti SS italiani di Rivoli, trasferitisi poi nella provincia di Como e che sono colpevoli di vari omicidi.

2. Capitano MARTINELLI – (sembra residente a Como) ha comandato il plotone di esecuzione ed era componente del gruppo ufficiali che ha deliberato la condanna del figlio e del soldato Rossi Rodolfo da Grignano, catturato con mio figlio.

3. Capitano BINI – (a Rivoli conosciuto per terribile) fece parte dello stesso gruppo di ufficiali che emise la sentenza.

4. Capitano GALBIATI – Interessato dal parroco di Rivoli perché i due patrioti fossero graziati, non se ne diede cura ed assistette alla esecuzione capitale. Trattò in malo modo una cognata del Rossi della quale unisco copia di una dichiarazione.

5. Capitano MUTI – Ufficiale della SS di Rivoli.

6. Capitano SPANO’ – Altro elemento conosciuto in Rivoli come terribile

I dati esposti sono stati raccolti dal sottoscritto a Rivoli Torinese ove si è recato per la riesumazione della salma del figlio.

Prego codesto Comitato a volermi indicare se ha sotto la propria sorveglianza qualcuno dei suddetti ufficiali, e quali provvedimenti ha preso a loro carico.

Resto in attesa di cortese sollecito riscontro e ringrazio.

Scavazza Bruno¹¹”

Il resto delle carte rimaste nel fascicolo a corredo della denuncia di Bruno Scavazza aggiungono poco alla nostra storia, replicando solo uno dei tanti sconfortanti esempi di inconcludente burocrazia italica.

Devono passare quasi 8 mesi perché la questura di Torino si attivi rivolgendosi alla consorella rodigina pregandola di invitare Bruno Scavazza “a presentare una nuova denuncia a carico del capitano delle S.S. Martinelli, la quale debitamente ratificata dovrà essere trasmessa alla R. Questura di Como”¹². Il questore di Rovigo Ambrosi trasmette ai Carabinieri di Trecenta l’incarico di contattare Scavazza per il disbrigo degli adempimenti richiesti dalla questura di Torino. I carabinieri di Trecenta comunicano alla questura di Rovigo che “il giorno 15 o 16 [aprile 1946] si presenterà a cotesta R. Questura il padre del patriota Scavazza Orlando che presenterà una nuova denuncia a carico del capitano delle SS Martinelli”.

Da notare che, mentre si svolgeva questo fastidioso gioco dell’oca, Angelina Bononi – madre di Orlando – era già stata sentita come teste sia a Como che in Pretura a Lendinara. Il capitano Pietro Martinelli di Emilio e di Ostinelli Giovanna nel marzo 1946 risultava detenuto nel Carcere Giudiziario di Como a disposizione della locale Corte d’Assise Straordinaria. E, nel frattempo, era trascorso più di un anno dalla denuncia circostanziata indirizzata da Bruno Scavazza al CLN di Torino.

E chi scrive non può non pensare a quei due coniugi contadini di Baruchella, abituati al pacifico lavoro dei loro campi, costretti a girovagare senza sosta tra caserme dei carabinieri, questure, tribunali a Trecenta, Lendinara, Rovigo, Torino, Como cercando di ottenere dalla nuova Italia, per lenire il proprio dolore, quanto avevano semplicemente chiesto sin dall’inizio: giustizia.

Un dolore che non troverà consolazione dalle istituzioni ma solo dalla solidarietà delle persone vicine o di quanti avevano conosciuto Orlando, come la maestra Anita Pasqualini Verzola che, in una toccante lettera alla madre di Orlando, ricorderà “questo caro scolaro che ha lasciato in me un ricordo incancellabile di bontà, di generosità e di rispetto”¹³.

Orlando Scavazza sarà riconosciuto “partigiano combattente caduto” dalla Commissione Regionale Piemontese per la Qualifica di Partigiano il 23 marzo 1946. Bisognerà invece attendere 23 anni perché il Distretto Militare di Padova disponga che ad Orlando Scavazza siano concesse alla memoria le “Croci al merito di guerra”, la cui “insegna metallica e i brevetti” saranno consegnati ai famigliari solo nel febbraio 1968.

Il Comune di Giacciano con Baruchella dedicherà ad Orlando Scavazza una delle principali vie del paese e precisamente la strada che congiunge il comune altopolesano con Badia, l’antica via Corbolano dove, all’epoca, risiedevano gli Scavazza. La targa attuale riporta però solo il suo nome e cognome, senza alcuna ulteriore specificazione, rendendo impossibile risalire oggi alle ragioni dell’intitolazione della via.

Rossi Rodolfo ha subito una sorte più triste nella sua terra d’origine poiché, per quanto è noto, il suo nome risulta assente dalla toponomastica di Grignano.

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Come citare questo articolo

Vittorio Tomasin. “Rodolfo Rossi e Orlando Scavazza”. Ventaglio Novanta, n. 63, 2022. https://ventaglionovanta.it/archivio/rodolfo-rossi-e-orlando-scavazza/

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