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UN RICORDO

Ricordi dell’alluvione

La lunga notte di Marino Tinazzo, aggrappato ai rami di un albero circondato dalla limacciosa acqua turbinante

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 63 2022 pp. 107–109

Sono passati 70 anni da quando – dalla frana degli argini violentati a Occhiobello, Malcantone e Paviole – il grande Po, il 14 novembre 1951, dilagò sul Polesine. Un’alluvione devastante, ancora ben presente nella memoria collettiva. E ad ogni anniversario qualcuno degli anziani, che a quell’epoca erano solo degli adolescenti, richiama alla memoria fatti e vicende, casi ed episodi, personaggi e loro storie rimasti attaccati dentro l’animo; storie che ormai fanno parte del patrimonio, tra l’epico e il mitologico, di chi è nato in Polesine o vi è rimasto.

L’alluvione del 1951 fu un avvenimento eccezionale e catastrofico che colse questa terra acquatile in uno dei momenti più difficili della sua esistenza. La guerra, la seconda guerra mondiale, era finita da pochi anni; intorno c’erano ancora le macerie fisiche e morali e la gente del Polesine portava ancora addosso la sofferenza degli anni passati che ne avevano fiaccato la resistenza fisica, ma non quella esistenziale.

Pioveva, è il caso di dirlo via dalla metafora, proprio sul bagnato. Sul Polesine piombarono otto miliardi di metri cubi di acqua: una catastrofe. Tuttavia, nonostante il disastro, i morti furono relativamente pochi: circa un centinaio di persone, compresi gli ottantaquattro sfortunati del cosiddetto “camion della morte” di Frassinelle Polesine.

L’alluvione provocò però circa 180.000 senzatetto e la crisi profonda dell’economia agricola, la principale fonte di reddito di quel momento.

Per alcuni anni la campagna malata non diede reddito. L’insicurezza idraulica proseguì almeno per tutti i tre lustri successivi con continue alluvioni o straripamenti di corsi d’acqua, qua e là, ad ogni stagione. L’esistenza divenne precaria e si ebbe l’inizio dell’esodo delle migliori forze del Polesine verso le regioni più ricche del Piemonte e della Lombardia.

Dicono le statistiche che tra il 1951 e il 1961 l’esodo costò al Polesine circa 80.000 persone (per l’esattezza 80.183) con un calo medio della popolazione del 22%. In molti comuni la popolazione residente si dimezzò. Mentre i giovani in larga misura cercavano altrove possibilità di guadagno, nel territorio desolato restarono solo gli anziani, le donne e i bambini e si continuò raccontare l’alluvione sul filo dei filò, come una favola.

Per anni a Sant’Apollinare, frazione di Rovigo, si narrò l’avventura capitata a Marino Tinazzo, un giovanotto sui vent’anni che, temendo che il Canalbianco non riuscisse a contenere la piena, fece evacuare tutta la famiglia all’Albara, una cascina che si collocava sull’argine dell’Adigetto, un luogo alto sulla campagna. Marino successivamente divenne una figura popolare in città per essere stato a lungo l’ottico di fiducia della Ottica Toffoli

Lui stesso era solito raccontare che, mentre ritornava verso casa per prendere altre cose necessarie, fu colto da un’ondata di acqua. “Improvvisamente – ricorda – mi sentii in pericolo di vita. Anche il Canalbianco aveva rotto gli argini, pensai, e preso dal panico cercai di raggiungere un casolare dei Rossignoli, un pugno di case a ridosso della strada. La corrente era forte e le mie forze insufficienti e non ci riuscii”.

Marino, terrorizzato, temendo per la sua vita, cercò scampo, frastornato, infreddolito e bagnato com’era, su un salice appena capitozzato lungo un filare di viti.

Non trovò di meglio, dunque, che arrampicarsi su quest’albero dove già c’era un altro inquilino, inzuppato e spaurito come lui, un cagnolino piccolo piccolo che appena lo vide inarcò la schiena e lo salutò mostrandogli i denti. Marino non ci fece caso, anzi cercò di tranquillizzarlo, mentre si guardava intorno preoccupato.

L’acqua ormai era dovunque, le case vicine erano immerse già fino al soffitto, mentre la corrente forte trascinava con sé, carogne di animali, alcuni altri vivi su qualche tronco, e passavano galleggiando pagliai interi e biche di fieno strappate non si sa dove, suppellettili di casa, come mobili e sedie…. Di tutto insomma. Vide perfino un porcile galleggiante sulla corrente con addirittura due maiali ancora chiusi dentro, povere bestie che, sentendosi in pericolo si agitavano e si scagliavano contro il tavolame cercando di scappare da quella che era divenuta una trappola.

Marino incominciò a pensare che neppure l’albero su cui si era rifugiato era tanto sicuro: se fosse stato travolto da tutti quei rottami e se l’acqua avesse scavato alle radici… Fu preso dal panico e incominciò a gridare, a chiamare aiuto. Ma chi poteva aiutarlo? Quale aiuto poteva ricevere se da più parti, ovunque ormai, si alzavano invocazioni di aiuto di persone che si erano rifugiare sui tetti delle case? E quelli erano i più fortunati: c’era qualcuno che non aveva trovato di meglio che infilarsi in qualcosa di galleggiante, come una botte sfondata, il cassone adoperato normalmente per impastare il pane (la mesa da pan) o addirittura il mastello per il bucato. Cercavano di aiutarsi con qualche legno adoperato come remo, ma restavano comunque in balia dei capricci di un’acqua impazzita che li sospingeva di qua e di là secondo il caso.

Alcuni contadini tentavano di remare nella laguna ormai uniforme verso qualche ancoraggio dentro il veturo par l’ua (il cassone dove pigiavano l’uva), adoperato come un caiccio della laguna veneziana.

Quale aiuto poteva ricevere in questo frangente Marino dell’albero e il suo cagnolino? Urlò e chiamò, pianse e supplicò per tutta quella notte, invano, mentre l’albero su cui si trovava oscillava malsicuro sempre di più, spinto dalle acque che continuavano a investirlo.

Alla luce flebile di un’alba livida del giorno dopo, ormai allo stremo delle forze, si sentì chiamare: Marino, Marino, dove sei?..”.

“Il buon Dio, si stancò di sentirmi urlare – raccolta – e venne in mio aiuto nella persona di Giuseppe Malfatto, un pescatore mio amico che era riuscito a raggiungermi con il suo barchino”.

Giuseppe Malfatto è ancora ricordato a Sant’Apollinare per essere stato il primo, in quel tragico momento, ad andare su e giù per l’immenso lago alla ricerca di molti suoi compaesani, manovrando come sapeva fare lui il suo barchino tra le mille insidie.

Davvero agghiacciante lo spettacolo che si presentò davanti agli occhi i giorni successivi. Ogni sforzo di salvare qualcosa risultò vano; un senso di impotenza si diffuse in tutti, mentre l’acqua continuava a montare, a portare via animali e cose, ad allontanare persone e a invadere le abitazioni.

Momenti strazianti ed indescrivibili vissuti direttamente anche da chi scrive questo testo. Non avevo più notizie di Ezio e di Zelino, due dei miei fratelli. Si erano allontanati da casa prima dell’acqua per dare una mano a Mario, l’altro fratello che gestiva una farmacia a Pontecchio Polesine, nella zona che era stata già messa in allarme perché ritenuta in maggior pericolo, dato che si trovava a ridosso del Po in piena e il dosso del Canalbianco.

Secondo le previsioni degli esperti, il Canalbianco doveva proteggere la zona polesana più a nord. La parte a sinistra del Canalbianco sembrava dovesse rimanere immune, secondo i tecnici della prefettura. Non fu così. Anche la parte del Polesine verso l’Adige fu in poche ore travolta dalle acque per la frana dell’argine del Canalbianco a Sant’Apollinare.

Avutane notizia, Ezio e Zelino decisero, nonostante il disastro attorno, di ritornare presso le proprie famiglie: a Ceregnano, il primo, a Villadose, il secondo. Anche lì ora avevano bisogno più che mai della loro presenza. Come fare? Quale via prendere se in quel momento sembrava tutto sconvolto e la rotta aveva cancellato ormai ogni itinerario? Con una scala di legno, di quelle triangolari che sono adoperate in campagna, e quattro damigiane sigillate che facevano da galleggiante costruirono una zattera e con quella per tutta una giornata si misero a navigare nella laguna verso casa, cercando di evitare correnti improvvise e oggetti sotto la superficie che potevano rompere qualcuna delle damigiane.

Per un giorno intero arrancarono nella laguna tra il pericolo di essere travolti o di perdere l’orientamento e ritrovarsi chissà dove. Si orientavano tenendo come riferimento i campanili dei paesi dei dintorni e facendo a vista i necessari calcoli trigonometrici per restare in rotta.

Erano soli, in balia del caso, mentre nulla potevano far sapere di loro alle loro famiglie. Anche sul loro zatterone ad un certo momento trovò scampo, un coniglio o una lepre (o era un gatto?) non seppero dire. Quella bestiola rimase con loro fino a quando non tirarono in secca la zattera sulla riva del Canalbianco per ributtarla subito dopo nel canale per attraversarlo.

Da Pontecchio a Ceregnano in linea d’aria ci saranno una decina di chilometri e ci misero più di dieci ore.

Episodi, fatti, vicende come questi si narrano ancora oggi in tutto il Polesine, come appartenenti ad un mito. Il ricordo è ancora vivo e ancor oggi, a distanza di sette decenni, amiamo raccontare, poiché la vicenda acquatica di questa terra è perennemente presente.

Il Polesine continua a convivere con le sue acque e i suoi fiumi; è una terra che continua a conservare il ricordo delle sue valli, delle sue paludi, dei suoi maceri, dei suoi fiumi benèfici sempre, ma qualche volta maligni e perversi.

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “Ricordi dell’alluvione”. Ventaglio Novanta, n. 63, 2022. https://ventaglionovanta.it/archivio/ricordi-dellalluvione/

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