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STORIA - TRADIZIONI

Minassian e Marchiori

La fitta corrispondenza tra i due personaggi testimonia il permanere di un ininterrotto rapporto di stima e amicizia

di Nicola Gasparetto

Ventaglio Novanta n. 64 2024 pp. 58–61

Nell’ambito della mostra di palazzo Roncale, dedicata nella primavera 2023 alla figura di Virgilio Milani, la Cittadella della Cultura di Lendinara si è inserita con un proprio progetto di ricerca legato alla figura di Giuseppe Marchiori (che ebbe i suoi natali a Lendinara il 18 marzo 1901), il quale nella sua abitazione lendinarese ospitò importanti artisti dell’epoca. Un preciso angolo della sua terra – la dimora di Ca’ Dolfin ed il suo incantevole giardino romantico – divenne pertanto la cornice per coltivare una stretta vicinanza con artisti e letterati. Ne sono prova, a titolo di esempio, i ripetuti prolungati soggiorni di Carlo Levi, Hans Hartung e Giuseppe Santomaso.

Ma intendiamo qui lumeggiare soprattutto la figura di uno degli artisti che all’epoca ebbe frequentazioni particolari, anche epistolari, con Marchiori: Leone Minassian (1905-1978).

Dalle lettere conservate nel fondo lendinarese (poco più di settanta, in un arco temporale che spazia dal 1927 al 1950) abbiamo conferma che il pittore di origini armene, giunto non ancora ventenne a Venezia, rientra nel novero delle giovanili amicizie di Giuseppe Marchiori. Il vincolo tra i due prende corpo, infatti, dalla seconda metà degli anni Venti, quando quest’ultimo è completamente assorbito dall’esercizio della pittura.

L’incontro tra i due ebbe modo di svilupparsi nella comune frequentazione veneziana della cerchia di pittori ruotanti attorno alle esposizioni di Ca’ Pesaro in cui entrambi figurarono presenti con continuità. Le possibilità di contatto furono poi notevolmente agevolate dai ricorrenti soggiorni estivi di Minassian a Trecenta dove aveva modo di trascorrere lunghi periodi nelle proprietà dello zio Pasquale.

Inevitabile che Ca’ Dolfin ed il suo giardino diventassero luoghi in cui condividere le proprie esperienze artistiche; ne abbiamo la prova in una delle prime missive del loro carteggio, datata 2 novembre 1927, in cui affiora l’entusiastica scoperta di un ambiente inatteso: “L’impressione che mi ha fatto il suo giardino è che oltre ad essere bellissimo, è sorprendente. Ciò vale ancora di più. Spero bene di rivederlo meglio ancora, con lei”. Queste prime considerazioni non potevano che rafforzare la volontà di percorrere fianco a fianco la propria maturazione espressiva: “Quand’è che ci rivedremo? Abbiamo progettato tante volte di andare a dipingere insieme ma finora non abbiamo mai tradotto in atto questo pio desiderio. Io ho ripreso a dipingere e mi sono accorto che il periodo passato in campagna mi ha giovato molto”.

Occasioni che poi giunsero di lì a breve, considerato che le presenze del pittore a Lendinara continuarono e anzi presero ad intensificarsi nel corso degli anni immediatamente successivi; ce lo attesta una veduta dai colori chiari e luminosi della facciata della cinquecentesca residenza dei Marchiori rivolta verso il giardino e realizzata nel 1932.

I temi legati alla ruralità del Polesine saranno predominanti nella contemporanea produzione di Minassian; e Marchiori non esitò a dimostrare il proprio apprezzamento alla sua opera improntata ad un realismo emotivamente partecipe. Lo inserì infatti fra il ristretto gruppo di artisti inseriti ne “L’Almanacco del Polesine”; disegni di Minassian comparvero inoltre in alcuni numeri de “L’Orto”, rivista in cui il critico si misurò come editore, e sostanzialmente come unico direttore, fra le fine del 1932 e la primavera del 1933, per poi proseguire con numerosi interventi fino alla chiusura del decennio.

Scorrendo la documentazione degli anni successivi si moltiplicano le notazioni dell’artista sul proprio lavoro, che ribadiva essere particolarmente proficuo durante le consuete estati polesane, assieme a continui aggiornamenti sugli artisti di cui condividevano la frequentazione. Della serrata corrispondenza degli anni Trenta ci concediamo solo un ultimo aneddoto, una lettera del 14 ottobre 1939 si chiude con questa segnalazione: “Ho disegnato ancora i burattini. Ora non so se tu abbia caro che li porti a Lendinara, anche se tua moglie è già a Venezia. O preferisci che li faccia custodire qui. Vorresti rispondermi in proposito?”. Il tema dei burattini, o la variante delle marionette, è infatti ricorrente nelle nature morte di Minassian realizzate in quella decade, e da questa lettera sappiamo che i soggetti prescelti per la versione, datata allo stesso anno, furono individuati proprio nelle stanze di Ca’ Dolfin, autentico scrigno di quell’Ottocento minore più volte decantato dallo stesso Marchiori.

Nonostante la prolungata lontananza del periodo bellico, il contatto fra critico e artista si mantenne vivo tramite l’ininterrotta corrispondenza in cui, fra le tante osservazioni sull’ambiente artistico veneziano, Minassian non esitava a ribadire una profondità di analisi che sentiva di condividere con l’amico; così si esprime il 24 dicembre 1942: “Parlando con te di artisti e di esposizioni mi sono creato l’illusione di vivere una delle tante indimenticabili ore che abbiamo trascorse parlando di cose dello spirito. Poiché malgrado le traversie della vita io credo che siano queste le preoccupazioni che ci inseguiranno sempre. Perché ogni evento che va considerato dall’uomo comune sotto un solo aspetto, presenta per noi mille facce. E la nostra ricerca, la nostra ossessione, è di scegliere una di queste facce stabilendo che sotto un certo aspetto è o la più vera o la migliore. E noi non si può sfuggire alla calca dei pensieri, perché siamo nati per cercare sempre il nocciolo più recondito delle questioni”.

È una fase in cui il realismo di Minassian, che indaga ormai quasi esclusivamente il genere della natura morta, nella sua esasperata analiticità si sta approssimando alla rivelazione di una forma che travalica la superficie dello stesso dato reale insistentemente osservato; un itinerario svincolato da condizionamenti esterni, in virtù di una fiera autonomia.

Nei dettagliati spaccati che Minassian delineava nelle lettere all’amico, emergevano gli interpreti veneziani della nuova generazione artistica, destinati a prender parte al Fronte Nuovo delle Arti (aggregazione da cui l’artista armeno volle tenersi discosto) fra essi: Emilio Vedova “dotato di una maturità di comprensione dei problemi pittorici assolutamente rara in un ragazzo ventitreenne”, Alberto Viani “che ha modellato alcune sculture che lo pongono al sommo della gerarchia degli scultori d’Italia” ed infine Giuseppe Santomaso che “prosegue con passi notevoli e si muove sempre su un piano elevato e singolare, mantenendo le promesse, e la fiducia che numerosi estimatori hanno riposto in lui non sarà delusa” (citazioni dalla missiva del 24 dicembre 1942).

Quest’ultimo rappresentava una conoscenza condivisa con Marchiori da lunga data, essendo anch’egli cresciuto alle collettive della Bevilacqua La Masa; ma soprattutto di lì a pochi anni, precisamente nell’estate del 1947, avrebbe vissuto a fianco del critico un’intensa scoperta delle nostre atmosfere rurali nella località fluviale nota come Rotta Sabbadina.

Tuttavia, per conoscere i dettagli di questa vicenda, per scoprire i percorsi che condussero tra Adige e Po gli artisti Corrado Cagli e Carlo Levi, e infine per ripercorrere le letture che Marchiori seppe dare di interpreti polesani come Mario Cavaglieri, invitiamo i lettori del Ventaglio ad una visita alla mostra d’archivio allestita alla Cittadella della Cultura che proseguirà anche nei primi mesi del 2024.

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Come citare questo articolo

Nicola Gasparetto. “Minassian e Marchiori”. Ventaglio Novanta, n. 64, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/minassian-e-marchiori/

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