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STORIA - TRADIZIONI

Gennaio, il primogenito

Tante le tradizioni legate al primo mese dell’anno. Tre erano i santi oggetto di particolari festeggiamenti

di Massimo Vigna

Ventaglio Novanta n. 64 2024 pp. 69–71

“Anno nuovo, vita nuova”! E mentre l’anno vecchio esala l’ultimo sospiro, allo scoccare della mezzanotte ecco Gennaio, il primogenito, nascere splendidamente da quelle ceneri quale araba fenice di speranze, promesse e lusinghe future.

Il poeta Diego Valeri ce lo descrive come arrancante faticosamente, avvolto nella sua mantella bianca, tetro, livido, ingrugnato, striminzito, infagottato e mentre danza con i suoi fratelli l’eterno girotondo del tempo, batte i denti e manda un gemito.

Un vecchio almanacco polesano e i vecchi libri di lettura delle elementari ne fanno un ritratto alquanto speciale e ce ne raccontano pregi e difetti.

Con al dito l’anello di granata, la sua gemma simbolo, accompagnato dalla costellazione dell’Acquario, eccolo intento – or non più, dico io – ad imbiancar di neve i cucuzzoli dei monti, ad appendere ghiaccioli alle grondaie delle case, ad incidere sui vetri trine di rara bellezza ed arabeschi di squisita ed ineguagliabile fattura.

La nostra fonte ci spiega poi che il mese fu aggiunto agli altri dell’antico calendario di Romolo, da Numa Pompilio che lo dedicò al dio Giano: “Ianuus” da “Ianua”, “porta”; e Gennaio, infatti, è la porta d’entrata dell’anno.

Figlio d’Apollo e della ninfa Creusa, oltre all’arte di coltivare i campi, Giano ricevette in dono la facoltà di conoscere il passato insieme a quella di prevedere il futuro; motivo per cui era raffigurato bifronte, con due facce opposte e contrastanti.

Gennaio, infatti, è un mese di forti contrasti.

La ricca sfilza dei proverbi, vademecum e bibbia della saggezza popolare, ne è la dimostrazione: “Gennaio fa i ponti, e febbraio glieli rompe”, “Gennaio non lascia gallina a pollaio”, “Guardati dalla primavera di Gennaio”. “Zenaro forte, tuti i veci i se inagura la morte!” Il dì si allunga? Ecco pronto il detto con tanto di benedizione divina: “Da la vecèta, n’oreta”!. “Sant’Antonio dalla barba bianca, se no’l ghe l’ha, el se la fa!” “Da Nadale un paso de galo, da Sant’Antonio un paso de demonio!”, “Per Sant’Agnese, la lucertola in paese”.

Per noi chierichetti era il tempo della triade: il 17 Sant’Antonio Abate, il 20 San Sebastiano e il 21 Sant’Agnese.

Don Giuseppe era solito festeggiarli compiutamente ed esporre le statue degli ultimi due sul baldacchino ai lati della balaustra del presbiterio.

Cominciava con la messa e la benedizione degli animali, la distribuzione dei santini e delle immagini da appendere nelle stalle, allora numerosissime.

In riferimento a Sant’Antonio Abate, dagli anziani sentimmo raccontare la leggenda che, nella notte del 17, gli animali ricevevano la facoltà di parola; era buona regola, durante la notte degli animali parlanti, tenersi lontano dalla stalla: udire gli animali conversare era segno di cattivo auspicio.

Alla benedizione in chiesa seguiva, nei giorni successivi, il giro delle fattorie e delle case per la benedizione dei bovini, delle stalle, del pollaio e dei maiali, la ricchezza vera di ogni famiglia! Ed era anche momento di questua: uova per i chierichetti, un po’ di vino per il sacrestano e qualche salame per il parroco si rimediava sempre!

Di Sant’Antonio Abate, poi, il parroco ricordava il potere taumaturgico e la preghiera al santo contro l’herpex omonimo (il fuoco di Sant’Antonio). Una particolare credenza vuole che il Santo aiuti anche a ritrovare le cose perdute: “Sant’Antonio dalla barba bianca, fammi trovare quel che mi manca”. Un lumicino di speranza e fiducia nel santo, in confronto al più famoso e potente “Sequeri” – come si diceva nel latino del popolo – dedicato però a Sant’Antonio da Padova – di cui bisognava recitare con fede e a più riprese la tredicina!

Ma i veri festeggiamenti del mese di Gennaio erano riservati a San Sebastiano Martire che a Bagnolo di Po condivide il patronato sulla parrocchia con San Gottardo e che, per non essere da meno di quest’ultimo, nel rispetto delle gerarchie, ha anche una campana a lui dedicata: la mezzana.

Per tradizione, ancor oggi rispettata, da noi a Bagnolo è giorno di frittelle. E di tutti i tipi, secondo le usanze e le antiche ricette familiari tramandate da nonne e mamme; siano esse di polenta, di mele o di farina di castagna, con uvette e canditi o meno, poco importa: la regola impone che siano sempre e solo frittelle. A questo proposito un’irrispettosa filastrocca accompagna da sempre la loro degustazione: “A San Bastian: co’ la viola in man, con la fritela in boca, ma a San Bastian e ne gh’in toca!”.

Alle cerimonie religiose, faceva, a volte, corona la giostrina piazzata sul prato antistante il municipio. Di solito era una sgangherata “calcin-culo”, sempre quella, ma a noi bastava. A fare fiera poi arrivava la bancarella della Ida Bisi, con la sua meravigliosa “gnocca de farina papazon”, davvero unica e dalla ricetta segreta, le mistochine, le liquirizie e i dolciumi per i quali spendevamo le nostre piccole mancette e qualche uovo rubato di nascosto al pollaio.

Sparita invece del tutto la processione che si faceva in località Capo di Sopra in onore di San Sebastiano del Miracolo: una statua lignea alquanto tarlata e neanche tanto bella a confronto di quella della parrocchiale che era il vanto della chiesetta della borgata, l’oratorio Vacca-Pelà.

Gisa Calzavarini ci narrava che durante una pestilenza il Santo salvò gli abitanti del luogo. Al passare del simulacro, sorretto a spalle dai fedeli salmodianti, la terribile pestilenza miracolosamente cessò. Terminato il flagello, la statua rimase in custodia alla Parrocchiale ma sul finire degli anni sessanta la popolazione del borgo, raccolte le firme in una petizione sottoscritta da tutti i fedeli, ottenne dal Vescovo del tempo, Monsignor Guido Maria Mazzocco che l’oratorio si adornasse di nuovo del suo miracoloso protettore.

Il giorno dopo, il 21, toccava a Sant’Agnese, patrona delle giovanette.

Sita in fondo alla navata centrale, la bella statua della Santa fronteggia dalla sua nicchia quella di Santa Lucia e si mostra in guisa di una giovinetta biancovestita, avvolta da un roseo mantello, con i lunghi capelli biondi sciolti, coronati da un serto di rose ed in braccio un agnello, segno di mansuetudine e pace e il ramo di palma a ricordare il martirio subìto.

Il vecchio parroco Don Giuseppe Melandri, romagnolo sanguigno e affabulatore come pochi, ci raccontava da par suo lo strazio del martirio e, nella foga oratoria, calcava il tono sulle vicende più cruente, a sottolineare la grandezza della Santa che preferì morire in modo atroce, dopo inenarrabili sofferenze, pur di preservare la sua verginità.

A mitigar la durezza del racconto e del ricordo, conviene quindi seguire l’almanacco che riporta una più gentile e commovente leggenda sulla nascita del ciclamino: il fiore del mese.

Una leggenda dei due pastorelli inseparabili gli attribuisce la patente di pianta della bontà, della devozione e dell’amicizia eterna, ma questa è solo una delle tante perché al ciclamino non era aliena la nomea di fiore del maleficio e della sfortuna.

E alla jella e alla sfortuna, ci pensa abbondantemente anche un’antica e strana tradizione polesana: il “buon anno!”.

Era costumanza che a Capodanno si andasse a far gli auguri di “buon anno” casa per casa. Di solito erano i bambini delle famiglie più povere del paese che bussavano alla porta ricevendo in cambio qualche cibaria e qualche soldino. Le porte però rimanevano chiuse se il questuante era una bambina o una donna. “A Capodanno, gli auguri delle fanciulle portano jella!”- era l’adagio ricorrente sulla bocca e nel pensiero di moltissimi.

Era credenza generalizzata, una vera superstizione, un atto scaramantico a dire il vero, che è andato via via scemando e scomparendo con il progressivo affievolirsi della cultura contadina che ne era stata la creatrice. Sul finire degli anni ’50 era ancora in voga e mantenuto in vita non senza un certo imbarazzo: segno dei tempi che stavano cambiando.

Dunque, il mattino del primo giorno dell’anno, raramente una donna ti veniva incontro per stringerti la mano e farti gli auguri di Buon Anno. Le poche che si incontravano per la strada, fossero state anche amiche, fidanzate o parenti, venivano schivate di proposito come se si fosse in presenza di un perfetto estraneo.

Le origini di questa curiosa tradizione si perdono nella memoria. Noi ne abbiamo ricevuto lumi dal maestro Walter Colognesi dalle pagine della rivista “La Vita Scolastica”.

La narrazione parla di un tempo antico in cui sembra che nelle terre del nostro Polesine la vita scorresse lieta e felice. Le isole emerse producevano messi, biade, vino e fiori in abbondanza: una mitica età dell’oro in cui i contadini conducevano una vita serena e beata come nell’Eden.

A Capodanno, il padrone scendeva in villa dalla città lagunare per ricevere gli auguri e i doni dai suoi coloni. Era così buono che non imponeva a nessuno tasse, livelli e balzelli vari. Era anche così caritatevole e generoso che distribuiva indumenti e scudi d’oro a tutti.

Ma un triste capodanno il buon padrone non scese più e al suo posto, sopra una carrozza scortata da un drappello di soldati, arrivò da Venezia la figlia, una bellissima fanciulla, legittima erede di tutti i possedimenti della famiglia.

Per giorni e giorni la nuova proprietaria si recò di casolare in casolare per porgere gli auguri e – diceva – per rendersi conto delle condizioni dei suoi sottoposti. Tutto sembrava tranquillo. Ma un freddo mattino, il banditore chiamò a raccolta il popolo da ogni contrada e l’araldo della bella fanciulla lesse un duro proclama che imponeva, per la prima volta il pagamento di tasse, decime, onoranze e balzelli di ogni tipo pena lo sfratto.

I contadini, nel sentire la lunga sfilza di “doverosi omaggi”, piansero amaramente e, per tutta l’estate, lavorarono duramente per poter soddisfare le richieste della nobile padrona.

In autunno, puntuali, scesero i soldati e sequestrarono gran parte dei raccolti così come prevedevano i nuovi patti. Quell’inverno poi, vecchi, ammalati e poveri non ricevettero più né indumenti né scudi d’oro. In ogni casa entrò la miseria e con essa la fame, le epidemie e i lutti.

A Capodanno, quando la bella proprietaria fece ritorno per i tradizionali auguri ai coloni, trovò le porte sbarrate. Così anche negli anni successivi.

Da allora, a ricordo dell’avvenimento, è tradizione credere che gli auguri di una bella fanciulla portino sfortuna e disgrazie, anziché gioia e fortuna.

E se qualche fanciulla avesse anche tentato di infrangere la tradizione? Niente da fare. Gli uomini comunque diffidavano, non rispondevano al saluto coraggioso: in essa vedevano la “bella padrona”, la fanciulla dallo splendido volto, ma dal cuore di pietra.

Superstizioni, dure a morire, ma per fortuna oggi solo un ricordo!

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Come citare questo articolo

Massimo Vigna. “Gennaio, il primogenito”. Ventaglio Novanta, n. 64, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/gennaio-il-primogenito/

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