Sappiamo per certo che, da tempi immemorabili, a Bagnolo di Po, al passo della Calà del Moro sul Tartaro, esisteva un servizio di traghetto, e che tali servizi, con alterne vicende, cessarono completamente e definitivamente agli inizi del Novecento.
La costruzione del ponte di Vallalta – nel tempo se ne costruirono ben tre – rese il servizio inutile e quindi sparì la chiatta sul Tartaro e anche il traghettatore.
Lo storico Michelangelo Caberletti ce ne traccia la storia e i risvolti sociali inerenti. Apprendiamo che, in seguito ad una rivolta di piazza a Trecenta, si ottenne l’abolizione dell’onerosa tassa di traghetto su tutti i passi dipendenti da quel Comune. Era il 1848 comandava l’Austria: disordini e brigantaggio imperversavano e, per non acuire il clima di rivolta, la piazza non poteva rimanere inascoltata.
Tolto il pedaggio, sparirono però anche gli utili e quindi “Mama”, il traghettatore, l’anno successivo, consegnò la barca e cessò il servizio, isolando così Vallalta, dal resto del paese.
Protestarono gli abitanti, protestò il parroco, Don Flaminio Morellini, impotente ad espletare il suo servizio, come pure il medico e l’ostetrica.
Due anni dopo, la Deputazione Comunale richiese a Trecenta il ripristino del passo, atto indispensabile a mantenere l’ordine pubblico. “Tra bissi, roschi e rane, giace Vallalta infame”: così si diceva un tempo, sottolineando il fatto che la località, boscosa e selvaggia, fosse sede di briganti, malfattori ed eretici.
Vennero tempi migliori e più tranquilli: il passo fu ripristinato e il Rossi tornò in servizio con una paga di 12 fiorini. Ma allorché la barca, per la sua vetustà, cominciò ad avere bisogno di manutenzione, mancando chi se ne facesse carico, essa divenne inservibile.
Il servizio doveva comunque essere ripristinato in ossequio alle norme emanante dall’autorità austriaca, e ciò avvenne con spese a totale carico dell’Amministrazione comunale.
Nel 1866 scoppiò la III guerra d’indipendenza, guerra disastrosa per l’Austria, e noi diventammo Italiani. Ma ne pagammo lo scotto: prima di andarsene, gli odiati Austriaci affondarono la barca e minarono i piloni del ponte in cotto di Canda facendolo saltare in aria,
Ancora una volta Vallalta rimase isolata. Romanini Giuseppe, abitante in Vallalta offrì allora “l’opera sua di passatore… due grandi barche di sua proprietà… al modico prezzo di fiorini 4 al mese…”.
E del vecchio passatore della Calà del Moro, tal Romanin Rossi Giosuè, che ne è stato?
L’Amministrazione comunale, detto e fatto, semplicemente lo licenziò informandolo di aver deciso di dare il passo al suddetto Romanini Giuseppe, spostando il passaggio a punta Romanini, là dove Tartaro e Fossa Maestra confluiscono dando origine al Canalbianco, dato che a Calà del Moro, da sempre luogo di passaggio, era “ormai imminente la costruzione di un ponte sul Tartaro (..)”.
Il nuovo manufatto era dunque atteso con trepidazione, anche se vi erano idee discordanti sulla sua costruzione. In data 11 aprile 1871 il nuovo sindaco, Giulio Peretti scrive al Regio Commissario sottolineando l’onerosità per il Comune della quota prevista per la realizzazione. Dobbiamo anche tener presente che in quegli anni l’Amministrazione comunale doveva far fronte anche alla ricostruzione del ponte di Canda, fatto saltare dagli Austriaci.
La situazione finalmente si sbloccò nel 1881 e la progettazione del ponte venne affidata all’Ing. Lorenzo Bari di Badia Polesine, Sovrintendente alle strade Comunali. Fatti i necessari sopralluoghi, venne redatto il progetto di un ponte in legno ad arconi per una spesa di £ 9. 000.
Alla gara partecipò anche la Ditta Bisi Luigi di Badia che si aggiudicò l’appalto col maggior ribasso, offrendo la somma di Lire 8.300. I tempi della burocrazia, si sa, sono lunghi ed anche nell’Italia umbertina le pratiche non dovevano procedere assai speditamente. Solo l’11 luglio 1882, il Ministero approvò l’opera e finalmente, il 30 agosto, la ditta poté iniziare la costruzione.
Dal diario dei lavori apprendiamo che essi cominciarono il 4 settembre. Evidentemente il ponte era nato sotto una cattiva stella, dato che il giorno 18 i lavori furono sospesi a causa della piena del fiume e della funesta e disastrosa rotta dell’Adige a Legnago che allagò tutto il Polesine tra Tartaro e Po. I lavori ripresero solo il 9 aprile 1883 per concludersi nel breve giro di due mesi, il 12 di giugno.
Tutto bene? Decisamente no, perché solo dieci anni dopo cominciarono a manifestarsi problemi a causa della cattiva qualità dei materiali usati. L’ing. Garbellini, incaricato di una perizia, trovò il ponte talmente malridotto da caldeggiarne la chiusura ai rotabili. Dobbiamo pensare che le dovute e costose manutenzioni non venissero fatte se l’ingegnere Bari e l’assessore Giovanni Calzaverini, lo videro traballare pericolosamente al passaggio di un carico pesante.
E così, il 4 settembre 1899, il ponte venne chiuso definitivamente e nel maggio del 1900 venne stilato un preventivo di demolizione. Chiuso il ponte, ecco ritornare ancora il vecchio traghettatore. Mentre si discuteva sull’operazione di restauro, si stilavano preventivi e si cercavano ditte per il lavoro di ricostruzione, “il 30 giugno, alle ore 3 pomeridiane, il ponte di legno sul Tartaro alla Calà del Moro… si spezzò a metà e cadde in acqua.”
Gisa Calzavarini, poeticamente, ne descrive così il trapasso: “Quieto come un buon cristiano che passa a miglior vita, il ponte crollò. Moriva consunto e non aveva che trent’anni. Le pietre e le travi vennero utilizzate in case private… e le due rive rimasero disgiunte, MA FU!”
Subito si provvide alla demolizione ed allo sgombero dei detriti e” i poveri resti” recuperati furono venduti all’ asta che si tenne alla fattoria della Casellata. Si ricavarono £ 174 sulle 700 previste che furono destinate a pagare il Passatore, Rossi Giuseppe, nuovo “Caronte”, dal levar del sole ad un quarto d’ora dopo l’Ave Maria.
Il nuovo ponte ritornò nel 1906, in nuove vesti, di legno e ferro, un ponte agile e resistente che conobbe gli orrori della guerra e sopravvisse alle bombe del 23 aprile 1945 che devastarono la zona e recarono dolorosissimi lutti; ma questa è un’altra storia che merita di essere raccontata per amor di patria e per perenne ricordo.
Oggi Vallalta vede il suo ponte sparire di nuovo improvvisamente. I lavori di adeguamento alle nuove esigenze di transito delle bettoline sull’asta fluviale, divenuta oggi navigabile, richiedevano l’abbattimento del ponte e la sua ricostruzione. Il blocco della circolazione a Calà del Moro ha creato qualche inconveniente, ma sarà risolto entro il maggio 2025 con l’apertura del nuovo manufatto per la gioia dei frazionisti, degli automobilisti e anche dei tanti camminatori che finalmente vedranno ripristinati gli usuali sentieri di marcia.
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Massimo Vigna. “Storia di ponti e passatori”. Ventaglio Novanta, n. 66, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/storia-di-ponti-e-passatori/