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STORIA - TRADIZIONI

Il Cenacolo del Bonsignori

“Copia” del famosissimo affresco di Leonardo, la grande tela (di proprietà del Comune di Badia) campeggia nel refettorio di San Benedetto Po

di Micol Andreasi

Ventaglio Novanta n. 66 2025 pp. 61–63

Sono poche in Italia le opere d’arte contese come il “Cenacolo” del Bonsignori. Si tratta di un olio su tela di proporzioni davvero notevoli: 7,37 metri di base per 2,50 di altezza. Lo dipinse il pittore veronese frà Girolamo Bonsignori nel 1514, per il refettorio del monastero benedettino del Polirone – oggi San Benedetto Po – a due passi da Mantova.

Nel 1927 lo ritroviamo nel refettorio di un’altra abbazia benedettina: la Vangadizza di Badia Polesine. Ci pensa la Sovrintendenza di Verona a notificarne la presenza. Ed è ancora lì, quando l’8 maggio del 1981 scoppia l’incendio che devasta il refettorio.

L’anello di congiunzione tra il Polirone e Badia Polesine è il conte Giovanni D’Espagnac, un abile affarista al seguito di Napoleone Bonaparte, che con destrezza, a partire dal 1797, riesce a comprare dapprima l’Abbazia di Badia Polesine e poi quella di San Benedetto Po, dove a quel tempo il Cenacolo era ancora conservato; non più però nell’originaria collocazione ma nella neoclassica biblioteca voluta dall’ultimo abate del monastero.

Dopo l’incendio in Vangadizza, l’Ultima cena del Bonsignori è oggetto di un importante intervento di restauro e poi di un’esposizione in Accademia dei Concordi a Rovigo, che contribuisce a riaccendere i riflettori sull’indubbio valore dell’opera e ad aprire la disputa sulla proprietà.

Negli anni ’80 l’Abbazia della Vangadizza non è più degli eredi del D’Espagnac, ma di una società di Castagnaro di Verona che fa capo alla famiglia Bonetto che, dopo lunghe trattative private con i contendenti, sceglie di vendere tutto al Comune di Badia Polesine per il valore di 900milioni di vecchie lire.

È il 1985, ma per altri 4 anni si trascina tra i tribunali, a suon di carte bollate, il contenzioso tra il Comune di Badia Polesine e San Benedetto Po per la proprietà del Cenacolo del Bonsignori, finché arriva la conferma della proprietà al Comune polesano.

Intanto, fino al 2019 la grande tela del Bonsignori resta esposta in una delle sale del badiese Museo Civico Baruffaldi, uno spazio troppo angusto per poter apprezzare pienamente l’opera.

Oggi, riappacificati gli animi, il Cenacolo è temporaneamente nel luogo dove fu concepito, dove finalmente si può ammirare in tutto il suo splendore, e dove lo vide nella seconda metà del ‘500 anche Giorgio Vasari, citandolo nelle sue “Vite” come opera del “bravo depintore veronese fra Girolamo Bonsignori” e come “bella copia di quello Leonardesco”.

L’Ultima cena di Leonardo in Santa Maria delle Grazie a Milano è di certo il punto di partenza del Bonsignori. Non poteva essere diversamente. Dopo il 1494 nessun pittore che si volesse cimentare con quel soggetto poteva prescinderne. Ma è riduttivo definire la tela del Polirone una “bella copia”. Troppe sono le differenze.

Lo spazio in cui il Bonsignori inserisce la scena, ad esempio, è più stretto; ciò dà alla composizione una maggiore concitazione. Il Cristo è sempre al centro, ma dietro di lui non si aprono le tre finestre sull’esterno che rappresentavano la grande novità leonardesca, ma un’ampia porta che dialoga con l’architettura dipinta ad affresco esterna alla tela ma che contiene la tela stessa e raffigurante l’ampia navata di un tempio antico.

Nella tela del Bonsignori la figura del Cristo è inscritta in un triangolo esattamente come in Leonardo. Leonardesche sono anche la disposizione degli apostoli a gruppi di tre e la gestualità, mentre i lineamenti dei dodici sembrano qui più attentamente definiti.

Nuova è la scansione dello spazio: in corrispondenza di ogni gruppo di apostoli, il Bonsignori dipinge grossi plinti su cui poggiano illusionisticamente i pilastri della navata del tempio affrescati oltre la tela. Il pavimento a meandri è l’altra novità del Cenacolo del Polirone e rimanda al motivo del labirinto simbolo della difficile via per la salvezza. Su questo pavimento Bonsignori, a differenza di Leonardo, si sofferma sui dettagli dei piedi degli apostoli: richiamo esplicito del momento in cui Gesù lava i piedi ai suoi invitandoli a fare lo stesso.

Anche gli oggetti, citati nella loro valenza simbolica e disposti sul tavolo sopra una tovaglia bianchissima di cui l’autore con bravura ci restituisce persino il segno della stiratura, sono una novità. All’interno dei piatti si riconoscono i gamberi di fiume, nella simbologia cristiana espressione del cambiamento e del rinnovamento. Accanto ci sono frutti come mele e pere, alcune delle quali guaste, espressione del peccato. C’è il pane bianco ma anche quello scuro di segale, a dire che la salvezza è per tutti. Il vino, nei bicchieri di vetro trasparente, è di due colori: il bianco che accompagna il pasto a base di pesce ed il rosso che è il rimando esplicito al sangue di Cristo.

Solo Giuda ha il bicchiere pieno di vino rosso. Egli, infatti, è l’ebbro incapace di discernere il bene dal male. Davanti alla figura di Giuda, che stringe in mano la sacca con i denari, c’è una delle tante saliere poste sul tavolo – Il sale per i benedettini del Polirone aveva una grande importanza; avevano infatti autorità per imporre una tassa sui carichi di sale in transito sul Po – La saliera di fronte a Giuda è rovesciata, a contraddire ciò che Gesù aveva detto loro “Voi siete il sale della terra”.

Le scelte iconografiche di Bonsignori esprimono bene lo spirito di rinnovamento e l’atmosfera culturale che al tempo si respirava nel monastero di San Benedetto Po e di cui il monaco Gregorio Cortese fu il principale interprete.

A Gregorio Cortese (1483-1548) è dedicata oggi la piazza antistante al monastero. Figlio di una tra le più importanti famiglie di Modena, dopo la laurea in Legge intraprende la carriera ecclesiastica. Intellettuale, giurista, uomo di eccezionale cultura e sensibilità Cortese è a Roma accanto a Papa Leone X de Medici, di cui diventa consigliere. Ma presto una forte inquietudine spirituale lo spinge a rinunciare alla carriera ecclesiastica e a scegliere il monachesimo. Sua intenzione è approfondire la conoscenza delle Sacre scritture. Così prima degli anni dieci del ‘500 arriva a San Benedetto Po di cui è cellerario e maestro di scuola.

In quegli anni il Polirone diventa un centro culturale internazionale, ed è Gregorio Cortese ad ispirare i temi per la decorazione del Refettorio dei monaci. Avrebbe voluto che a realizzarla ci fosse Raffaello Sanzio, la cui opera gli era ben nota, ma l’urbinate era troppo impegnato e così, su suggerimento del duca di Mantova, affida l’incarico a quel frà Gerolamo, Bonsignori fratello del pittore di Corte dei Gonzaga Francesco Bonsignore stimato ritrattista dal duca.

Nelle intenzioni del Cortese il tema dell’Ultima Cena doveva dialogare con l’annuncio di salvezza dell’Antico Testamento. Così la tela ad olio viene concepita e inquadrata in un’architettura dipinta ad affresco rappresentante la navata di un tempio, da cui emergono le figure di profeti e di angeli portavoce della venuta del Cristo.

Per molto tempo si è creduto che frà Girolamo fosse l’autore sia della tela che dell’affresco, che in realtà fu realizzato da Antonio Allegri da Correggio, nel 1514 appena ventenne.

L’affresco nel corso del ‘700 fu ricoperto da uno strato di intonaco e per secoli se ne persero le tracce. Quando nel 1985, durante i lavori di restauro del refettorio riemerse, il compianto Antonio Paolucci affermò che si trattava di una scoperta straordinaria per la storia dell’arte: perché anticipava di un decennio la diffusione dei modi raffaelleschi nel nord Italia e perché accertava la legittima proprietà del Cenacolo del Bonsignori a San Benedetto Po.

Se la vicenda giudiziaria per la proprietà non ha dato ragione al professor Paolucci, a distanza di qualche decennio, c’è da credere che il suo auspicio di non smembrare per interessi privati o campanilistici il complesso pittorico del Polirone, possa essere rivalutato.

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Come citare questo articolo

Micol Andreasi. “Il Cenacolo del Bonsignori”. Ventaglio Novanta, n. 66, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-cenacolo-del-bonsignori/

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