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Storia e tradizioni

La morte del podestà Querini

La scomparsa a Rovigo del rettore quarantaquattrenne, nel novembre del 1657, destò un profondo cordoglio. Solenni i funerali approntati

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 67 2025 pp. 30–33

Un lettore dell’articolo intitolato “Pietro Ricchi e il Polesine” – apparso nel n. 66 del Ventaglio ed avente come argomento l’attività pittorica in Polesine dell’apprezzato pittore di Lucca vissuto nel XVII secolo – ci ha fatto pervenire una richiesta a cui cercheremo di dare risposta. Ecco il testo che contiene tre domande. Nel quadro dipinto da Pietro Ricchi per la Rotonda di Rovigo c’è l’inquietante presenza di uno scheletro (rappresentante la morte) che sta per scagliare una freccia mortale al cuore del podestà Bartolomeo Querini, il quale in effetti cessò di vivere a

Rovigo. Un accadimento sicuramente sconvolgente per la comunità. Desidererei conoscere: a) Se fu una morte improvvisa o meno e come reagirono i rodigini; b) Come avvenne il trasferimento della salma a Venezia dove immagino risiedesse il podestà? Per via fluviale partendo da uno scalo sull’Adigetto? c) Chi fu il primo podestà che inaugurò la “moda” di farsi ritrarre in una grande tela collocata all’interno del tempio della Rotonda. Rispondiamo alle prime due domande, relative al decesso e alle esequie del Querini, rimandando ad un prossimo intervento l’approfondimento del terzo quesito

Fu una morte improvvisa?

La morte del podestà Bartolomeo Querini (13 giugno 1613 – 10 novembre 1657) per la maggior parte dei rodigini si configurò come inattesa, nonostante le condizioni di salute dell’ancora giovane rappresentante della Serenissima negli ultimi tempi fossero apparse alquanto precarie. Troviamo notizia di ciò (ricavando anche altre interessanti informazioni che vengono utilizzate nel presente scritto) nella corposa opera in due tomi “Il potere nel sacro, I rettori veneziani nella Rotonda di Rovigo”, di Carla Boccato e Maria Teresa Pasqualini, edita dalla Minelliana nel 2001. Bartolomeo Querini fu rettore di Rovigo per appena sette mesi dal 25 aprile al 10 novembre del 1657, cessando di vivere a soli 44 anni. Quali le cause del decesso? Un documento – consistente in un dispaccio inoltrato al Doge all’indomani della morte del podestà da Pietro Michiel, camerlengo del rettore, – fa riferimento ad una condizione di affaticamento e raffreddamento patita dal rettore nel corso di reiterati controlli, con il clima autunnale avverso, alle arginature dei fiumi in piena.

Nonostante la salute apparisse malferma, a quanto pare non vi era però a Rovigo la percezione della gravità della malattia. Lo si desume da un’altra missiva, questa inviata al Doge in data 2 novembre 1657 (otto giorni prima del decesso), a firma del provveditore alla sanità Lorenzo Miotto, il quale si diceva fiducioso nella guarigione del rettore. Se questa era l’opinione prevalente, diversa doveva invece essere la valutazione della situazione da parte dello stesso rettore, il quale qualche giorno prima della morte sentì l’urgenza di stilare un testamento (raccolto dal notaio Cristoforo Rossi), dal quale si ricavano anche informazioni relative ai sui famigliari. A cominciare dalla sua “diletta consorte” Pellegrina Zane, a cui il Querini lasciava il godimento e l’usufrutto del patrimonio sia che nel proseguo della sua vita avesse mantenuto lo stato vedovile, sia che fosse passata ad altre nozze. Dal testamento apprendiamo anche altre informazioni di tipo familiare, a cominciare dalle tre figlie viventi, le quali avrebbero ereditato il patrimonio alla morte della madre. Apprendiamo anche che il rettore, il quale dalla moglie legittima aveva avuto solo femmine (o quantomeno solo queste erano viventi al momento di stilare il testamento), aveva riconosciuto la paternità nei confronti di tre figli maschi, frutto di rapporti continuativi con tal Apollonia Rizzi di Monselice; figli naturali per i quali Querini nel testamento previde un vitalizio. Altre provvidenze furono previste per altri parenti, ed in particolare a favore del cognato Antonio Zane, fratello di Pellegrina, nominato esecutore testamentario. Nel testamento è inoltre espresso il desiderio del rettore di essere sepolto nella chiesa della Beata Vergine del Soccorso.

Esequie solenni

La morte – a quanto pare per lo più inattesa – destò un vivo cordoglio. Nonostante la sua breve permanenza a Rovigo, il rettore si era fatto apprezzare per l’interessamento verso le problematiche del territorio e per la dedizione dimostrata nell’espletamento del suo incarico. Già l’indomani del decesso, 11 novembre, il Consiglio di Rovigo, riunitosi nonostante fosse una domenica, deliberò di dar seguito alla richiesta del rettore prevedendo la sepoltura nella sagrestia del tempio della Madonna del Soccorso, a spese della comunità. Non vi fu pertanto il trasferimento delle spoglie a Venezia come ci si poteva attendere. Il Consiglio decretava successivamente anche la realizzazione di un dipinto da collocare all’interno del tempio della Rotonda, di cui si è parlato nel numero precedente di questa rivista, incaricando per l’esecuzione il pittore lucchese Pietro Ricchi. Colpisce il fatto che si siano scelte le ore notturne per le esequie, le quali furono solenni, improntate al gusto della teatralità dell’epoca barocca del ‘600. L’atmosfera cupa della notte, caratterizzata dalla fredda umidità di novembre, è immaginabile abbia avuto l’effetto di accentuare la scena lugubre. I particolari del funerale del nobile personaggio sono descritti da Gasparo Campo in due lettere delle quali troviamo notizia nel volume citato. La sera del 13 novembre, dopo che i nobili in abito di lutto ebbero portato le loro condoglianze ad Antonio Zane, esecutore testamentario, presero il via le cerimonie funebri. Ci si mosse dal Palazzo Pretorio (oggi Camera di Commercio), dove il Querini era deceduto, per raggiungere la dirimpettaia chiesa di S. Giustina (oggi piazza Garibaldi) dove si formò il corteo funebre aperto da chierici, frati, milizia cittadina e forestiera, i dottori del Collegio, le Scuole, e la presenza dei Cappuccini e degli Olivetani. Ogni soldato reggeva un lume mentre la nobiltà recava torce. Nella attonita notte rodigina, che immaginiamo avvolta da una cortina di nebbia, aleggiava uno spettrale clima di attesa. Finalmente il corteo si mosse, rischiarato appena dall’incerta luce dei lumi e delle torce. Il feretro era sorretto da sei uomini. Il corteo, accompagnato da un “flebile armonioso canto” imboccò strada Sant’Antonio (oggi via X luglio), deviando poi verso Ca’ Venezze (oggi via Cavour) e raggiungere la piazza Maggiore, per seguire la via (oggi Mazzini) che portava alla Chiesa della SS. Trinità (oggi Tribunale) e raggiungere infine (percorsa l’attuale via Verdi) la Rotonda dove, “sopra eminente catafalco fu collocato l’honorato cadavere e datoli poi sepoltura nella stessa Chiesa”. Ma non è tutto. Una nuova partecipata commemorazione si svolse dopo una settimana, il 20 novembre sotto la regia del nobile rodigino Giovanni Casalini. All’interno della chiesa fu costruito una sorta di tempietto a due piani con cupola, finte scalinate e balaustre, al cui centro era rappresentato un avello contenente idealmente le spoglie del defunto. Sopra la cupola si ergeva la rappresentazione di una morte con falce, mentre altre otto morti fungevano da colonnato alla cupola. Torce accese aumentavano la teatralità della realizzazione. Non mancò la messa cantata celebrata dal vescovo, con musiche composte per l’occasione, seguita da una dotta orazione di esaltazione delle doti dello scomparso. Un’ulteriore studiata commemorazione ebbe luogo il 28 novembre per iniziativa dell’ “Università dei Bombardieri”.

Bartolomeo Querini fu dunque un podestà molto amato, il cui ricordo è tuttora tenuto desto dal grande dipinto presente nella chiesa della Rotonda, commissionato dal Consiglio di Rovigo e prontamente eseguito da Pietro Ricchi a fine del 1657. Il corpo del Podestà fu inumato nell’importante tempio (e precisamente nella sagrestia), esaudendo così il desiderio esplicitamente espresso dal rettore morto a Rovigo mentre svolgeva l’importante ruolo di governo in nome della Serenissima Repubblica. Di questa cerimonia di sepoltura non rimane una traccia diretta nell’ archivio della Rotonda, che abbiamo consultato assieme al dott. Adriano Mazzetti, presidente del “Sindacato” del tempio rodigino. In un fascicolo è stato però trovato un documento probante, scritto in latino, proveniente dalla Parrocchia dei santi Francesco e Giustina, Archivio, Morti vol. V, c. 40, che di seguito riportiamo:

Testo in latino Die 10 Novembris 1657 Illustrissimus atque excellentissimus Dominus Bartolomeus Quirinus sanctissimis ecclesiae sacramentis munitus cessit a vita dum Rhodiginam hanc gerebat Praeturam, totamque Peninsulam cum imperio tenebat. Quem tanto haec Civitas amore prosequebatur ut ampla illi funera parato animo facienda curaverit eius ac cadaver die 12: sepultum fuit in Ecclesia B. M. V. Del Soccorso.

Traduzione L’illustrissimo ed eccellentissimo signor Bartolomeo Querini lasciò questa vita munito dei santissimi sacramenti della Chiesa mentre governava la podesteria e tutto il Polesine di Rovigo. Verso di lui fu tale l’affetto di questa città che provvide immediatamente a grandi cerimonie funebri e le sue spoglie furono sepolte nella Chiesa della Beata Maria Vergine del Soccorso.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “La morte del podestà Querini”. Ventaglio Novanta, n. 67, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-morte-del-podesta-querini/

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