L’acquisto di uno dei più bei piatti di maiolica istoriata realizzato ad Urbino nel XVI secolo dal pittore rodigino Xanto Avelli e la sua esposizione permanente presso il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo ha rappresentato un evento di grande significato nell’ambito della tutela e della valorizzazione del patrimonio artistico e culturale di Rovigo. Evidente la soddisfazione delle istituzioni e dei rappresentanti del mondo dell’associazionismo culturale convenuti lo scorso 6 marzo presso la Sala Fulmina del Museo rodigino per la cerimonia dell’accoglienza del prezioso manufatto rinascimentale.
Ha aperto la manifestazione Adriano Buoso, presidente della Fondazione Banca del Monte di Rovigo, in prima fila nel concordare con l’antiquario di riferimento le modalità d’acquisto. Operazione portata a compimento unitamente alla disponibilità del Comune, della Provincia di Rovigo, della Fondazione per la Cultura e dell’Associazione Xanto Avelli, in una apprezzabile consonanza di progettualità.
Un’opera quella giunta a Rovigo – ha sottolineato Buoso – che, oltre al grande interesse artistico, assume per Rovigo ed il Polesine un consistente valore simbolico: un riferimento identitario per un territorio in grado di esprimere eccellenze, un motivo di promozione della terra tra Adige e Po, e una ulteriore occasione per incentivare la cultura dell’accoglienza.
Ed il sindaco Fausto Merchiori ha evidenziato l’importanza dell’iniziativa, nata dalla sinergia di vari soggetti: una sorta di “restituzione” nel capoluogo polesano di un’opera veramente significativa dell’autore, il quale cinque secoli fa, nell’apporre la sua firma sul retro delle proprie realizzazioni, spesso la accompagnò con la precisazione “da Rovigo”. L’assessore alla cultura Federico Frigato dal canto suo ha posto l’accento sul rilancio del Museo dei Grandi Fiumi che, una volta completata la sezione medioevale, avvierà l’allestimento della Sala del Rinascimento, al cui interno, al piatto di Xanto Avelli sarà destinata una collocazione di grande evidenza.
Laura Negri, assessore provinciale alla cultura ed al turismo, ha ricordato il percorso, avviato lo scorso anno con la traduzione dall’inglese e la pubblicazione del bel catalogo dedicato a Xanto Avelli, fino all’acquisizione dell’opera dell’artista del Rinascimento italiano e le prospettive che si aprono di collaborazione con gli altri musei italiani e stranieri che possiedono opere dell’artista rodigino.
Piena soddisfazione ha manifestato anche Gianpaolo Capuzzo della Fondazione Cultura, seguito da Andrea Pirani, presidente dell’Associazione Xanto Avelli, che ha rimarcato l’importanza della figura dell’artista rodigino, interprete con i suoi lavori degli avvenimenti del tempo. Pitture vascolari di grande valenza artistica, che a volte si presentavano quasi come messaggi subliminali rivolti ai potenti della sua epoca.
La manifestazione si è conclusa con la visita al piatto acquisito, datato 1540 e realizzato nella città di Urbino al tempo della Signoria dei Dalla Rovere. Un’opera che illustra con colori molto vivi il racconto mitologico di Ero e Leandro, destinato anche questo d’ora in avanti a divenire patrimonio culturale del Polesine, accanto al ben noto mito di Fetonte.
Ero e Leandro
Nel piatto dipinto da Xanto Avelli, recentemente acquistato ed esposto presso il Museo dei Grandi Fiumi, è rappresentata la vicenda mitologica di Ero e Leandro. Una storia d’amore conclusasi tragicamente, già narrata da Ovidio e successivamente ripresa anche da altri autori.
I due giovani vivevano nelle due opposte sponde dell’Ellesponto (ovvero lo stretto dei Dardanelli) e si amavano. Ma ad Ero, sacerdotessa di Venere-Afrodite, era vietato avere rapporti con persone dell’altro sesso, motivo per cui i loro incontri dovevano rimanere segreti.
L’aitante Leandro aveva pertanto preso l’abitudine di attraversare a nuoto, nelle ore più profonde della notte, lo stretto per raggiungere Ero la quale, per facilitare l’arrivo dell’amato e segnalare la giusta direzione, era solita accendere un fuoco su un’alta torre. Ma in una notte di tempesta il fuoco si spense (fu forse l’intervento di qualche divinità invidiosa?) e Leandro perse l’orientamento morendo tra i flutti.
All’alba Ero vide il corpo senza vita dell’amato sulla spiaggia e, affranta dal dolore, si suicidò gettandosi da una torre.
La storia di Ero e Leandro ispirò vari scrittori e musicisti, primo fra tutti Dante Alighieri che lo riprese nel XXVIII Canto del Purgatorio. Il mito divenne particolarmente popolare durante il Romanticismo e si dice che Byron sia stato così coinvolto dalla vicenda da volerne verificare la credibilità attraversando lui stesso l’Ellesponto a nuoto. Robert Schumann infine dedicò alla vicenda di Ero e Leandro l’opera dodicesima “Fantasiestucke”, composta nel 1837.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Lino Segantin. “A Rovigo un piatto di Xanto”. Ventaglio Novanta, n. 39, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/a-rovigo-un-piatto-di-xanto/