Trent’anni fa frequentavo la seconda elementare. In una fredda mattina d’inverno, con venti centimetri di neve per terra, mi trovavo a camminare per piazza Risorgimento di Lendinara, stringendo la mano della mamma che mi accompagnava a scuola. All’improvviso, nel silenzio surreale che crea la neve attenuando tutti i rumori, la mia attenzione fu attratta da un mezzo militare da cui scesero due carabinieri che accompagnavano un uomo in catene.
A quel punto la mia gioia di fanciullo per la neve che cadeva d’improvviso sparì; la mia attenzione, mista a paura, fu tutta rivolta alle pesanti catene ai polsi di quell’uomo che, accompagnato dai gendarmi, stava varcando la soglia del grande palazzo in mattoni rossi, possente, con tante sbarre di ferro alle finestre.
Per vedere meglio la scena rallentai il passo, quasi mi fermai, provocando l’inevitabile sgridata della mamma, alla quale in tutta risposta chiesi incurante dove stessero portanto l’uomo incatenato. La risposta fu immediata, "chi fa il cattivo va in preson!".
Fu così che da quel giorno di trent’anni fa anch’io imparai, come tutti i lendinaresi, che quel robusto palazzo, che si erge nella piazza principale di Lendinara, era il carcere.
Imparai poi, qualche anno più in là, per merito della mia maestra, una gentildonna dai tratti marcati del viso, elegante e dolce, che "le preson", erano in realtà gli imponenti resti del Castello Estense. In seguito per anni non cessai di chiedere notizie sulla storia del Palazzo, ma nessuno mi sapeva dire con certezza come fosse strutturata all’interno la maestosa torre; nessuno sapeva o aveva scritto qualche cosa in più delle poche righe che Rigobello nel 1976 riportava nel volumetto "Lendinara Estense". Tutto sembrava destinato a rimanere avvolto nel mistero; come priva di una attendibile documentazione appare la vicina statua della "Puazza", inserita nel muro attiguo all’antico maniero, sulla destra rispetto all’entrata della torre.
Fu così che nel settembre dell’87, intenzionato a violare l’arcano, chiesi al Pretore di Lendinara, sotto la cui giurisdizione ricadeva il carcere mandamentale situato nei locali dello storico Palazzo Pretorio, di poter entrare per fare una ricognizione delle stanze, con lo scopo di realizzare delle foto da pubblicare in collaborazione con la Pro Loco, nel volumetto stampato in occasione della ultrasecolare Fiera.
L’autorizzazione mi venne concessa, ed il fatidico giorno, con il lasciapassare firmato, mi recai al corpo di guardia, e finalmente varcai con due amici quel possente portone.
L’avventura stava per cominciare. Muniti di macchina fotografica, videocamera, con oltre 100 metri di cavo elettrico, un faro da 400 watt, una scala allungabile sino a 4 metri, accompagnati per un tratto dai custodi, iniziammo ad addentrarci nel labirinto delle stanze del palazzo, per visitare uno spaccato di medioevo ancora quasi intatto, proprio alle soglie del duemila.
Il pesante portone munito di spioncino si richiuse con un colpo secco alle nostre spalle. Uno dei custodi ci chiese i documenti per la registrazione d’uso in un vecchio e polveroso volume malamente incartato con carta di giornale ormai ingiallita dal tempo.
L’altro custode provvedeva nel frattempo a far scorrere il catenaccio e a dare tre o quattro mandate di chiave. Eravamo nell’androne d’entrata, ampio con il soffitto a doppia volta.
Iniziava così la nostra ricognizione.
Lo stanzone, complessivamente alto oltre sei metri, ci apparve diviso a metà da un muro elevato per circa due metri e mezzo. Attraverso una porta situata nel mezzo di questo muro divisorio si accedeva ad una seconda metà della stanza, da dove partivano da un lato una ripida ma ampia gradinata e dall’altro l’ingresso della torre, protetto da una pesante porta bugnata. Era questo l’accesso alle segrete.
Sul lato sinistro dell’androne, proprio sopra il muretto, ecco apparire i primi particolari che ci stimolarono a procedere a ritmo serrato nella ricerca. Incastonata nel muro della torre, quasi come una pietra preziosa nella sua montatura d’oro, ci appariva una lapide in marmo con la seguente iscrizione: L’anno del signore 1585 il giorno 30 del mese di marzo il Vigilantissimo pretore di Lendinara Geronimo Barozzi fece adibire e fortificare queste carceri per la corretta custodia dei malfattori". Certo il Barozzi sapeva di aver fortificato bene quel carcere, ma io credo che mai si sarebbe immaginato che per altri cinque secoli questo edificio sarebbe stato utilizzato a tale scopo.
Il palazzo, costruito dagli Estensi intorno al 1390 per opera e volontà di Alberto d’Este, dopo due secoli di vita cambiava dunque destinazione d’uso sotto i Veneziani: da residenza nobiliare a carcere, e ciò avveniva proprio qualche anno prima della costruzione dei famigerati "Piombi" di Palazzo Ducale a Venezia.
Proprio sopra l’iscrizione suddetta si apre una finestra con tanto di balcone e triplo ordine di inferriate; sul lato destro individuammo tracce di un affresco, forse raffigurante S. Pietro, distrutto dal tempo e dall’ignoranza dell’uomo anche in anni a noi vicini. Davanti a noi la porta d’accesso alla torre. I due enormi catenacci si aprirono e finalmente entrammo nelle "segrete". Si tratta di minuscole celle, luoghi angusti con poca luce, poca aria e tanta umidità, munite esclusivamente di una piccola finestra che dal fondo della cella a due metri e cinquanta di altezza dà sulla piazza (lato ovest della torre).
L’uso del marmo agli stipiti, agli angoli, e sulla soglia d’accesso (marmi rossi di Verona giunti a Lendinara sicuramente per via d’acqua) testimonia come gli Estensi avessero buon gusto e mezzi finanziari per queste cose: il Castello di Ferrara ancor oggi ne è una validissima testimonianza.
Le celle, munite di due porte, permettevano un’ottima operatività ai custodi, sia per il passaggio del rancio, che per qualsiasi altra necessità.
Usciti dalle due piccole celle, attraverso un breve corridoio, salimmo lungo una minuscola scala in legno, o quello che ne rimaneva, raggiungendo un ballatoio in marmo sul quale si trova l’accesso alla cella numero tre, ampia il doppio delle altre due, con soffitto a volta.
Quale tipo di belva umana custodissero queste celle non è dato sapere, certo che quelle porte così pesanti, con catenacci, spioncini e serrature enormi forgiate da mani esperte, avrebbero resistito a mio modesto avviso anche all’assalto di qualche orda barbarica.
Per salire ai piani superiori della torre, dovemmo uscire dalle segrete, passare attraverso la seconda metà dell’androne d’entrata, da dove, superata l’ampia scalinata, salimmo in un locale posto appena sopra l’entrata.
Percorrendo questo tortuoso giro passammo davanti a delle nuove celle, a quell’epoca ancora utilizzate per detenuti che scontavano qualche residuo di pena. Credo di poter dire tranquillamente che provavamo sentimenti simili a quelli di ansiosi esploratori: salivamo gradini sconnessi, calpestavamo pavimenti ora in legno, ora in marmo, ora in cotto rosso, e tutto ci appariva misterioso.
Ma il bello doveva ancora arrivare. Raggiungemmo il salone ubicato proprio sopra l’androne d’entrata, dove recenti lavori di restauro avevano ricavato un vano caldaia, una controsoffittatura, ed uno stanzino utilizzato come ripostiglio per brande e materassi in disuso.
Fu qui che facemmo una delle scoperte più eclatanti di quella giornata indimenticabile: la controsoffittatura, creata qualche anno prima, mostrava una botola in legno proprio sul punto in cui uno stemma seicentesco la intersecava perpendicolarmente. Sullo stemma legemmo una iscrizione in nero su campo verde: "Illustrissimo et eccellentissimo Domino Hieronimo Pizzam / Pretori Iustitia / integritate maxima / clementia unico / añoXptiDñi – MDCLXV (1665). Quasi sicuramente in questa lapide si cita Geronimo Pizzamano Tomà, in quel tempo reggitore della giustizia a Lendinara.
La nostra curiosità stava crescendo sempre più: qualcosa ci spingeva, quasi come dei cercatori d’oro, a vedere cosa ci fosse sopra quella botola. Presto detto, presto fatto: un tavolo, poi una sedia sopra e su oltre la botola, inutile perdere tempo a recuperare la scala che temporaneamente avevamo lasciato indietro. Giusto premio a tanta temerarietà apparve ai nostri occhi un’altra iscrizione e tutta una striscia di colore ocra a testimonianza che la stanza in passato doveva essere stata frescata.
Su quest’ultima effigie appariva leggibile solo questo: "Ludovico A… / Commissario… / invictissimo Princ… / Estense duce Tertio / Sancte Matris Ecclesie / MDVIIII (1509)". Probabilmente il riferimento va a Ludovico Marcello nominato Commissario di Lendinara il 9/6/1509 dopo l’invasione del Polesine da parte di Alfonso d’Este.
Richiusa la botola entrammo nello stanzino tanto male utilizzato, che si doveva rivelare altrettanto ricco di tesori. Appena spalancata la porta apparve d’innanzi ai nostri occhi increduli un bellissimo affresco raffigurante una Madonna in trono con bambino, contornato da un ampio scenario raffigurante il paesaggio con, in secondo piano, una verde collina; bellissimo il delicato volto della Madonna e del bimbo, così pure il colore delle vesti.
Questa apparizione fu quasi una visione celeste, che scatenò in me la sensazione di aver riportato alla luce qualche cosa di importante, di prezioso, per tanto tempo dimenticato da tutti. Ebbi poi infatti modo di verificare che l’unico cenno a questo affresco risale alla metà degli anni Trenta, per mano del Marchiori e del Cappellini che già all’epoca ne chiedevano la salvaguardia.
Il dipinto risultava ai nostri occhi delimitato da vari strati successivi di calce e colore che ne racchiudevano i contorni, tanto da far pensare che l’affresco continuasse e fosse stato successivamente occultato. A conferma di ciò, tolte piccole scaglie di calce sul fianco destro del dipinto, ne vennero alla luce nuove parti.
Mi chiesi allora perché solo le immagini sacre fossero rimaste visibili, mentre tutto il resto era stato coperto. Ecco una probabile risposta: nel periodo in cui la peste imperversò in Polesine, tutte le pareti di questo stabile furono imbiancate per disinfestarle dal terribile morbo, fatta eccezione per i dipinti di carattere religioso.
Proprio sotto l’affresco, prima di accedere alla cella numerata con il sei, vi era appoggiato sul lato destro dello stanzino un magnifico forziere medioevale, di notevoli dimensioni, circa un metro e cinquanta centimetri di base e altezza per un metro e venti di profondità, in legno e metallo, a doppia anta, bugnato in metallo su tutti i lati con all’interno una decina di cassetti e cassettoni divisi in strani scomparti; probabilmente si trattava di un vecchio forziere del Sacro Monte di Pietà operante in Lendinara sin dal 1501, (sarebbe oggi una delle più antiche banche esistenti se non avesse cessato la sua attività come Banca del Monte di Lendinara agli inizi degli anni settanta).
Dalla porta sotto il dipinto, passando davanti al forziere, entrammo nella cella sei, all’interno della torre, dove trovammo un altro forziere più piccolo, con l’interno in legno e corazzato in ferro all’esterno, anch’esso assai robusto.
Le emozioni non erano ancora finite: sulla trave centrale di sostegno del pavimento in legno della cella, vi erano ben incastonati due anelli di metallo, simili a quelli che alle porte delle città servivano per attaccarvi cavalli e muli, avevano un diametro di 15 centimetri; erano questi sicuramente passacatena, utilizzati anche nelle navi negriere; in essi venivano fatte scorrere due lunghe catene che andavano ad infilarsi nelle cavigliere in metallo dei galeotti.
Uscimmo da questa cella pensando ognuno per proprio conto alle strazianti sevizie che l’uomo, unico animale al mondo, è capace di riservare ai propri simili. Ritornando sui nostri passi, salimmo poi al sottotetto, nella porzione centrale del palazzo, proprio sotto la parte merlata attraverso una scala fatiscente, frutto dei restauri ottocenteschi del fabbricato, a metà della quale appariva dipinto sul muro un piccolo crocefisso, completamente imbiancato da recenti tinteggiature.
Fu da questo punto in avanti, viste le infiltrazioni d’acqua dalle finestre e dal soffitto, che iniziammo a fare gli Indiana Jones della situazione. Ma un premio ci attendeva anche per tanta irresponsabile temerarietà. Montando sui punti del tavolato che apparivano a vista più solidi, entrammo nella cella Sette: tre o quattro magnifiche chiavi, enormi, facevano bella mostra appese chissà da quanto tempo a dei chiodi; erano le chiavi di quelle porte di sicurezza ancora perfettamente funzionanti.
Per accedere all’interno della prigione dal tavolato fradicio si doveva scendere, poiché il piano-pavimento della cella nella torre era più basso; una differenza di circa trenta centimetri tra la porta esterna e quella interna alla camera di sicurezza.
All’interno, nella penombra, regnava un pesante olezzo, poiché il guano dei colombi di piazza aveva ormai quasi ricoperto del tutto le piccole finestre a bocca di lupo.
Eravamo arrivati ormai quasi alla sommità, ma le difficoltà non erano ancora finite. Stendemmo due travi su un tratto di tavolato fradicio per l’acqua che filtrava da una finestra sul lato nord del fabbricato e che, correndo lungo la parete, scendeva al piano inferiore minacciando di danneggiare irrimediabilmente anche l’affresco della Madonna. Salimmo sulle travi stese per poter accedere ad una specie di ballatoio in legno con annessa scaletta di servizio per equilibristi, per entrare nella cella numero otto, da me poi ribattezzata la stanza dei dipinti.
Passo dopo passo, gli scricchiolii del pavimento e della scaletta ci facevano avanzare adagio, quasi fossimo all’interno di un campo minato. Riuscimmo ad entrare nella stanza dove però non potevamo né vedere né respirare bene, giacché la penombra era ancor più pesante, e l’odore del guano dei colombi quasi insopportabile.
Decidemmo allora di accendere il faro e di effettuare una rapida videoripresa. La luce illuminò quelle pareti imbiancate che si stavano scrostando per le infiltrazioni d’acqua dalla finestra del sottotetto. Fu così che apparvero ai nostri occhi, da sotto quella calce, parti di raffigurazioni dipinte, di colore simile a quelle già viste poco prima nell’affresco della Madonna. Erano forse immagini mitologiche, forse angeli; chiara si stagliava, a destra della porta, la parte superiore di un’ala dal colore giallo vivace.
Su tutti e quattro i lati della cella apparivano parti di affresco e assaggi d’immagini a colori vivissimi, protetti e occultati per secoli sotto quel manto di calce. L’emozione per quella scoperta fu vivissima. Era questo probabilmente lo studio del Pretore, visto che in questa stanza insisteva anche una specie di ballatoio malamente murato, tant’è che anche dall’esterno, ma maggiormente dall’interno, se ne intravvedeva ancora la forma.
Quale colpo di fortuna per noi aver trovato l’esistenza di dipinti estensi all’interno della Torre! Una grande, bellissima sensazione ci assalì; eravamo stanchi, ma quasi inebriati da ciò che i nostri occhi avevano intravisto. Staccammo molto delicatamente ancora qualche crosta di calce e colore per avere la certezza dell’esistenza di quel tesoro.
Come un trapezista salii allora lungo la scaletta in ferro di quattro metri, portata fin lassù a spalla per giungere proprio sotto il tetto della torre.
Quella copertura, costruita agli inizi del novecento, dopo aver rasato quasi completamente l’originaria merlatura estense, si presentava come la dimora abituale di un battaglione di colombi.
Dalla finestra rivolta ad est, proprio sotto il tetto, mi affacciai a 26 metri di altezza a guardare il mantello in cotto dei tetti della cittadina, resi ancor più bruni sotto il sole di un rossastro tramonto settembrino. E chiara dentro di me maturò l’esigenza di lanciare un s.o.s. affinché qualcuno provveda a salvare dalla rovina le preziose testimonianze artistiche del palazzo estense di Lendinara.
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Come citare questo articolo
Paolo Celin. “All’interno di un antico maniero”. Ventaglio Novanta, n. 8, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/allinterno-di-un-antico-maniero/