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ATTUALITÀ - INIZIATIVE CULTURALI

Ancora sul parco

In un’epoca in cui il turismo ha superato per fatturato il petrolio, occorre tracciare un realistico progetto per il Delta del Po

di Giovanni Garavaglia

Ventaglio Novanta n. 13 1996 pp. 134–137

Le resistenze opposte alla creazione del Parco del Delta Po vanno tenute in considerazione soprattutto perché provengono dagli abitanti, cioè da coloro che su queste terre, di formazione relativamente recente, hanno incardinato la propria esistenza, gli affetti, le speranze per sè e per i propri figli.

È facile intuire quali possano essere i motivi di seria preoccupazione di fronte all'ipotesi di trasformare in area protetta, con i suoi vincoli e le sue peculiarità, un'area, tutto sommato di modesta estensione, nella quale è già stata impostata, e con fatica perseguita, una linea di sviluppo inquadrabile nell'economia industriale, testimoniata in particolare dalla grande centrale termoelettrica di Porto Tolle.

Tentiamo qualche riflessione, senza preconcetti, su un'operazione che si presenta non semplice, anzi molto impegnativa e che costringe ad un cambiamento di rotta.

Un Parco non è accettabile solo perché è una bella cosa in sè, ma perché è anche uno strumento di ricchezza e di prospettiva.

Il Parco è destinato essenzialmente a due categorie: i visitatori e i residenti. I primi, economicamente parlando, sono "la domanda". In verità si tratta di consumatori sui generis perché essi, più che consumatori di beni, sono consumatori di cultura il che però non può offuscare il ragguardevole apporto all'economia, magari in valuta pregiata. Il Parco, si sa, non è un luogo qualunque, la sua attrattiva sta proprio nella possibilità di rintracciare ambienti davvero naturali, di osservare animali nel loro habitat, flora ed endemismi, e di calarsi in un mondo magico, che, proprio perché tale, non ha parole adeguate a descriverlo. Bisogna viverlo.

La prevalente attività del Parco non può dunque che essere il Turismo, ma un Turismo, sottolineiamolo subito, praticato diversamente che in una "riserva indiana", volto alla scoperta di un originalissimo patrimonio ambientale, umano, storico, artistico e archeologico.

Un'altra constatazione. In Europa, stentatamente in Italia, va sempre più facendosi strada l'idea di "tenere da conto" alcune porzioni di territorio. Si tratta di "isole" giudicate meritevoli di un trattamento privilegiato perché scampate allo scempio o alla distruzione totale o parziale: qualcosa di autentico e originario che si reputa giusto preservare, valorizzare e destinare alla fruizione generale, con la prospettiva di una consegna alle generazioni che verranno. A ben pensare è un atto minimo di emenda da parte dell'uomo dopo tante aggressioni e sfruttamenti. Ma può anche essere il sintomo di una nuova sensibilità.

Questa illazione è autorizzata da alcuni segnali che si sono sintetizzati nel tema di fondo, "Cultura e Turismo", che ha accompagnato tutta l'ultima Borsa Internazionale del Turismo, principale manifestazione del settore in Italia, svoltasi alla fine dello scorso febbraio a Milano.

Il dato sorprendente non è stato la messa in risalto del fatto di colui che lascia la propria abituale dimora e, non pago di rincorrere solo le più banali forme di svago, vi associa un’attività di arricchimento interiore e di più intima soddisfazione, ma del fatto che i termini Cultura e Turismo sono stati chiamati a denotare una esigenza di trasfusione aggettante in un fenomeno di massa. Ci si è resi conto che nel momento in cui dagli esploratori, dai viaggiatori, da una élite più o meno ampia si passa ai grandi numeri, sono prevedibili – e debbono quindi essere prevenute – conseguenze dirompenti.

Oggi il turismo ha superato, come fatturato, il petrolio; centinaia di milioni di persone ogni anno si muovono, nel 2030 graviteranno sul Bacino del Mediterraneo 200 milioni di turisti annuali e 150 milioni di automobili. Ora si capisce meglio perché il binomio cultura-turismo sia inscindibile. Tuttavia bisogna fare i conti con la realtà.

“Culturale” è uno degli aggettivi più abusati, d’altro canto il binomio “Cultura e Turismo” non si può credere che sia uno slogan, perché il Turismo deve divenire culturale per necessità. Certo il nuovo messaggio viene a proporsi – e non occorre darne prova, tanto è lampante – in mezzo ad una incultura diffusa. Quindi occorrerà compiere uno sforzo non indifferente perché culturale sia l’atteggiamento di tutti coloro che animano il fenomeno Turismo: visitatori, operatori dell’offerta, intermediari e tutti coloro che, a vario titolo, apprestano servizi connessi. Il che altro non significa se non che si deve andare verso una nuova Educazione, l’Educazione all’ambiente.

Credo che questo processo meriti di essere assecondato anche perché un mondo naturale “vissuto” correttamente schiude uno scenario di portata economica. Sviluppo vuol dire produzione di reddito, vuol soprattutto dire occupazione e qualità della vita. Negare questa prospettiva si può, sostituendola con una diversa e migliore. Ma oggi, realisticamente, c’è?

C’è modo, realisticamente, nel Delta del Po (tutti i principali Delta d’Europa sono zone protette) di tracciare e realizzare (non a parole) un disegno di più alto profilo che dia sicurezza ai giovani, che sia in grado di far meglio di un Parco perché ci sia un futuro? Se c’è, avanti, e addio Parco, ma se, per avventura non c’è, allora sia benedetto il Parco.

* Il prof. Giovanni Garavaglia, esperto di tematiche ambientali ed economiche, è presidente dell’associazione “Gea Ambiente e Turismo” di Milano.

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Giovanni Garavaglia. “Ancora sul parco”. Ventaglio Novanta, n. 13, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/ancora-sul-parco/

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