Sono passati cinquecento anni da quando Ludovico Ariosto nel 1516 pubblicò la prima edizione – la cosiddetta editio princeps – dell’Orlando Furioso, per i tipi (caratteri tipografici), della stamperia Mazzocchi di Bondeno.
Il poeta vi aveva lavorato per 10 anni e ne aveva pure finanziato e curato la stampa, fatica ripagata dallo strepitoso successo che ebbe l’opera: in poco tempo andarono esaurite le circa 1500 copie stampate, per cui l’Ariosto sarà costretto ad uscire con altre due successive edizioni (1521 e 1532), perfezionate sotto l’aspetto linguistico e ampliata l’ultima nel numero dei canti (ma la richiesta del pubblico fu tale che vi furono anche diverse edizioni contemporanee non autorizzate dal poeta).
Grazie alla stampa, fu la prima volta che un’opera, scritta in lingua fiorentina, ebbe una diffusione così vasta, apprezzata dalle corti e dagli eruditi, ma anche, per la piacevole trama, da quel ceto borghese e popolare poco incline alla lettura e che di norma si esprimeva nei dialetti locali. Al di là dei meriti poetici, l’Orlando Furioso divenne così strumento per la diffusione di una lingua nazionale e quindi di un’identità italiana, nel bel paese ausonio ancora frammentato in una dozzina di principati.
Le iniziative per il V centenario
Ferrara, la città dell’Ariosto, non poteva lasciar passare un anniversario tanto importante senza adeguate iniziative culturali sviluppate in più direzioni. Agli inizi di ottobre, l’Istituto di Studi Rinascimentali ha promosso un convegno di “alti studi” sull’ “incantato mondo dell’Ariosto e la cultura del suo tempo” materia specialistica per pochi eletti; nello stesso tempo a Palazzo dei Diamanti apriva la mostra “Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”, dov’erano esposti oggetti, stampe e arazzi d’epoca e specialmente dipinti dei migliori maestri del primo Cinquecento (Mantegna, Tiziano, Raffaello, Dosso Dossi, Giorgione ed altri).
La mostra ha avuto un successo di pubblico enorme, tanto che, per soddisfare tutte le prenotazioni, l’ente Ferrara Arte ha dovuto prorogarne l’apertura di un mese, oltre ai tre previsti inizialmente. E per gli amanti delle passeggiate culturali, il Comune di Ferrara ha organizzato più visite guidate per le strade cittadine alla scoperta dei luoghi in cui il poeta ha coltivato il suo estro letterario ma che, parafrasando una sua celebre rima, si sarebbe potuto chiamare: “chi vuole andare a torno, a torno vada, a me piace conoscer la mia contrada”.
Gli Ariosto e il Polesine
Se Ferrara è la città dell’Ariosto per eccellenza, va sottolineato come anche Rovigo e il Polesine siano entrati a pieno titolo a far parte della vita e degli interessi del poeta. Il padre Niccolò era stato nominato dal duca Ercole I capitano della fortezza di Rovigo, che per la verità tenne senza onore, perchè nel corso della guerra con Venezia (1482), consegnerà la città al nemico senza combattere.
Pare che l’artefice della segreta trattativa col Sanseverino, generale dell’esercito veneziano, fosse stato il canonico Brunoro Ariosto, arciprete del Duomo di Rovigo, fratello di Niccolò, che al termine della guerra (1484), avrebbe impegnato il prezzo del tradimento nell’acquisto di una grande casa in via Giuoco del Pallone a Ferrara¹.
Proprio in questa casa era venuto ad abitare il giovane Ludovico (era nato nel 1474 a Reggio Emilia); qui ricevette dai precettori l’erudizione classica e qui compose le opere giovanili e la prima versione dell’Orlando Furioso. Quando passarono a miglior vita lo zio e il padre, il poeta ne divenne proprietario e la abiterà fino alla costruzione di una nuova casa (1527), più piccola ma a sua misura, parva sed apta mihi, in contrada del Mirasole.
Alla morte del poeta (1533), gli eredi cederanno l’immobile alla famiglia Canani di antica nobiltà ferrarese e qui visse Giulio Canani, che in seguito diventerà vescovo di Adria, uno dei più longevi (dal 1554 al 1591), fondatore del seminario diocesano e unico vescovo adriense ad assurgere a dignità cardinalizia.
Dai Canani, passaggio dopo passaggio, il palazzo nel 1943 divenne proprietà della signora Rina Cavallini, che pochi anni dopo sposerà il farmacista Giuseppe Sgarbi di Stienta. Dalla loro unione nasceranno Elisabetta e Vittorio Sgarbi, regista e scrittrice la prima, noto critico d’arte il secondo, che in occasione del cinquecentesimo dell’Orlando Furioso, hanno aperto al pubblico la loro casa di Ferrara, già dell’Ariosto e dei Canani e che ora si chiama casa Cavallini – Sgarbi (trasformata in hotel de charme).
E se Stienta entra solo per merito della proprietà Sgarbi nella storia dell’Ariosto, è invece risaputo che nel vicino comune di Bagnolo Po la famiglia del poeta possedeva una grande tenuta, per cui si può dire che qui gli Ariosto fossero di casa. Ovviamente, la biblioteca di Bagnolo non poteva che essere dedicata a Ludovico Ariosto, ma anche la strada principale del paese conserva il nome di Via Arioste, da quando serviva per l’accesso alla tenuta.
Quest’ultima, detta delle Arioste, consisteva in un vasto compendio di terre compreso tra detta strada e il fiume Tartaro: si estendeva dai confini con Trecenta fino a quelli di Castelguglielmo, di diretto dominio della Camera Ducale Estense, ma concessa in enfiteusi a Francesco Ariosto, zio del poeta. Alla sua morte la tenuta passò al figlio Rinaldo che, essendo prematuramente deceduto nel 1519 di mal francese (sifilide), la lasciò in eredità al cugino Ludovico (e ai fratelli), con cui aveva un legame più che fraterno.
La scrittrice bagnolese Adalgisa Calzavarini, che in quanto a fantasia gareggiava con l’Ariosto, si diceva certa che i due cugini nella loro spensierata giovinezza venissero qui a cavalcare sfrenatamente fra le braglie alberate della tenuta, a sedurre donzelle, a guadare il Tartaro per raggiungere la misteriosa Vallalta. In effetti, le figure ariostesche dei paladini – cugini Orlando e Rinaldo, coi loro cavalli Brigliadoro e Baiardo, innamorati dell’inafferrabile Angelica, di Alcina e Logistilla (la seduzione e la ragione), sembrano rifarsi a queste follie giovanili dei due cugini Ariosto; così pure certi paesaggi boscosi e selvaggi descritti nel poema, sembrano ispirati alla vegetazione rigogliosa che ricopriva questa terra cinque secoli addietro.
La tenuta di Bagnolo sarà anche causa di una lunga lite giudiziaria tra il poeta e la Camera Ducale, per via di certi debiti lasciati da Rinaldo che avevano provocato il pignoramento del bene e la sua devoluzione al patrimonio estense. Affezionato a questo luogo, Ludovico aveva chiesto che l’ipoteca fosse trasferita ad altro bene del defunto cugino, ma ogni tentativo fu inutile, per cui egli ebbe a dire sconsolato: “tale heredità mi ha procurato più noia e danno che piacere et utile”.
La tenuta delle Arioste finirà per essere assegnata in dote ad una delle figlie del marchese Francesco d’Este che, per ironia della sorte, si chiamava Bradamante e Marfisa la sorella, come le donne guerriere dell’Orlando Furioso, prova tangibile di quanto avesse influito il poema dell’Ariosto sui costumi del tempo.
Il Poema e il Polesine
In relazione all’Orlando Furioso, va poi sottolineato come il Polesine sia più volte ricordato nel poema. In particolare al canto terzo (Stanza 34) così si esprime il poeta con raffinata eleganza:
la bella terra che siede sul fiume dove chiamò con lacrimoso plettro Febo il figliuol ch’avea mal retto il lume quando fu pianto il fabuloso elettro e Cigno si vestì di bianche piume
Un Polesine legato al mito di Fetonte, ancor oggi ricordato nel nome della piazza centrale di Crespino (che ha fatto parte del ducato di Ferrara fino al 1815), dove Fetonte, il figlio del Sole (Febo), sarebbe precipitato nel fiume Po, per aver male guidato il carro del padre (lume). Piansero la sua morte le sorelle Eliadi (trasformate in pioppi), la cui lacrime divennero ambra (elettro) e pianse l’amico Cicno, re dei Liguri transpadani, trasformato in cigno.
E poco più avanti (Stanza 40), in rima baciata viene ricordata la gloriosa città di Adria che diede il nome al mare Adriatico:
E con maggior fermezza Adria, che valse da sè nomar l’indomite acque salse
Infine, alla stanza 41, ecco la bellissima definizione di Rovigo:
Come la terra il cui produr di rose le diè piacevol nome in greche voci
Con la licenza che solo ai poeti si concede, egli collega l’etimologia di Rovigo al nome greco rhódon, rosa, da cui Rhodigium, città delle rose, stupendo!
Già tre secoli or sono il Silvestri osservava: “io non saprei con qual fondamento si potesse sustenere una si fatta etimologia…”.
E siamo d’accordo con lui, i greci col toponimo Rovigo pare c’entrino poco. La forza del poema ariostesco non sta però nel razionale, ma piuttosto nel descrivere un mondo immaginario, una realtà fantastica, e poco importa se Rovigo fosse anche un ambiente poco adatto al produr di rose; è bello, invece, pensarlo, sognarlo.
Così, la suggestione della rosa, grazie all’Ariosto, è entrata a far parte della storia di Rovigo, che con tale paternità ha tutto il diritto di fregiarsi come città delle rose, e andarne fiera.
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Come citare questo articolo
Michelangelo Caberletti. “Ariosto e il Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 55, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/ariosto-e-il-polesine/