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STORIA - TRADIZIONI

“Origine et antichità di Rovigo”

Nella Historia di Andrea Nicolio l’invito a preservare la memoria del passato, per svolgere un ruolo attivo nella vita di Rovigo

di Carlotta Sferrazzo

Ventaglio Novanta n. 55 2017 pp. 68–70

“Sono stato sempre di questo parere: che uno dei principali obblighi ai quali sono costretti gli uomini dalle leggi della Natura e di tutte le genti sia il prendersi cura della reputazione e dell’onore delle loro patrie”.

Andrea Nicolio, Historia dell’origine et antichità di Rovigo.

Ogni storia ha una sua origine, un punto di inizio che diventa fondamentale per comprendere i personaggi che ne fanno parte, le sfumature di ogni evento, le ragioni di tutti i momenti che la vanno a comporre. Andare a ricostruire il passato equivale, in sintesi, a tessere un arazzo, un tappeto, un drappo damascato: ogni filo ed ogni movimento hanno una loro ragione d’essere necessaria e imprescindibile, ma è la cucitura finale quella che restituisce ad ogni colore il suo perchè, così come quella iniziale ha messo in moto il disegno. Questa storia, dunque, inizierà dall’ultimo rammendo che, ironicamente, coincide con l’inizio del nostro racconto.

Nel 1582 Monsignor Giulio Canano, vescovo di Adria e Rovigo, amato sacerdote e raffinato musicista, ebbe in dono un’opera a lui dedicata dal contenuto tutt’altro che banale: l’Historia dell’origine et antichità di Rovigo, una summa di tutti i principali momenti nella storia del Polesine, dagli albori sino all’Anno Domini 1578. A raccogliere con cura ogni avvenimento era uno studioso rodigino, un umanista polesano in terra bresciana: Andrea Nicolio.

Innamorato della sua (e nostra) terra, Andrea Nicolio (1536 – 1587) decise di riempire ben 240 pagine di aneddoti, battaglie, nomi e racconti, col fine di «spiegare tutto quello che nelle mie vigilie¹ ho ritrovato, per la felicità di coloro che, poco versati nell’antichità di Rovigo, non hanno finora compreso la vera intelligenza di quel luogo e delle sue contrade».

Non fu solo, il Nicolio, nella sua impresa: ad aiutarlo nella raccolta di fatti e documenti accorsero altre brillanti menti rodigine, fra cui l’avvocato e umanista Giovanni Mario Avanzi, lo storico Antonio Riccoboni e il nobile Paolo Emilio Casalini, mentre Luigi Groto² e Giovanni Fratta³ intervennero nel testo con due poesie dedicate all’autore e volte ad elogiarne l’opera e l’intento.

I tre Libri che vanno a costruire l’Historia non sono una celebrazione della nostra città della sua provincia, bensì uniscono alla narrazione elementi di tradizione, mitologia e folclore della corte di Buon Vico come è facile comprendere fin dalle pagine iniziali, che descrivono i primi insediamenti nelle paludi adriesi delle popolazioni antiche. Ecco una breve sintesi dell’opera.

Ad abitare per primi i territori fra i fiumi Adige e Po furono i Toscani, discendenti da quel Giano, che coincide col Noè della cultura ebraica: a lui si dovrebbe la cacciata del terribile Zoroastro e del mago Cameses dal Polesine e l’insediamento della popolazione tosca «da tuso, parola greca che vuol dire latinamente sacrificio, da che tioscos il sacrificio e tosca i luoghi deputati a sacrificare».

Il significato del lemma, tuttavia, ha una doppia sfumatura, come lo stesso Nicolio afferma: da un lato il riferimento potrebbe essere quello al culto vero e proprio, dall’altro, invece, alla grande forza di queste popolazioni, fatte di «uomini vessati nelle difficoltà e primi ad abitare luoghi difficoltosi e disabitati».

A loro, per Nicolio, si dovrebbero i toponimi Atriatico e Atriano, che definirono il mare che bagnava le nostre contrade ed il fiume che da Verona giungeva sino a noi «da Ater, che in lingua Scitica indica il vestibolo davanti alla porta della casa, da cui ebbe anche nome Atria, colonia dei Toscani».

Un interesse linguistico il suo, oltre che storico, che si concentra anche sull’origine del nome Polesine, che Nicolio fa derivare dal greco polynesus⁴, “terra dalle molte isole”, ed erroneamente associa alla forma del territorio che «dall’uno e dall’altro lato del fiume così serrato fu chiamato Penisola».

Più decisa, invece, è l’etimologia del nome Rovigo che occupa ben 7 pagine del Libro Primo.

Dopo aver specificato l’importanza simbolica della rosa, infatti, aiutato da riferimenti letterari importanti come quello ai greci Saffo, Teocrito, Omero, Plutarco e anche Dante, Nicolio sottolinea come dall’antico nome di Buon Vico si sia scelto di chiamare quel territorio Fondo Roda e, in seguito, Rovigo; decisione che si interseca strettamente con la storia del popolo tosco e del territorio lagunare, allora preda di continui saccheggi e incursioni ad opera delle popolazioni barbariche. Rifugio degli antichi, infatti, fu il luogo su cui attualmente sorge la nostra città, territorio per sua natura ricco di rose e rosai, simbolo di un futuro ricco e felice sin dalla tradizione classica.

La città delle rose, come ricorda anche l’Ariosto, è quindi descritta dal Nicolio non solo nelle lunghe battaglie che l’hanno vista protagonista, soprattutto contro la famiglia padovana dei Carraresi e contro gli Estensi, ma innanzitutto nelle sue particolarità, che lasciano noi lettori d’oggi straniti e incuriositi e che, proprio per questo, rendono più interessante la scoperta del nostro passato.

Non tralascia, l’autore, di ricordare la creazione di alcuni dei luoghi più importanti della città, come il Castello, con le sue mura e le sue Torri «l’una distante dall’altra con proporzionata misura», la costruzione della Chiesa di Santo Stefano, dei Castelli di Fratta e Arquà, di Palazzo Roverella e della Chiesa di San Francesco, mentre non manca, dal punto di vista della tradizione religiosa, di ricordare la vita di San Bellino, i suoi miracoli e lo straordinario ritrovamento della sua salma da parte di Giovanni dalla Fratta «poscia soprannominato Cavasanti»; segue minuziosamente l’alternarsi dei vescovi, si sofferma su quei personaggi che hanno segnato il passato della città, come Bartolomeo e Lorenzo Roverella, o ancora i membri della sua famiglia eppure, pur entrando nella politica cittadina, non si erge mai a giudice delle scelte, passate o presenti che siano.

La storia di Rovigo si snoda anche per la sua provincia, passando per i vari paesi che nel corso del tempo hanno esteso i confini polesani: Arquato, Angulare, Bovara hora, Cavello, Cere giano, Massa Campiglia, Oracano, Garignano, Sargiano, Pelosella⁵, sono solo alcuni antichi nomi dei paesi che circondano il Castello e che sono al centro di episodi di guerra, o ancora di strani aneddoti, come il passaggio di comete o la nascita di animali deformi, da Nicolio registrata e riferita come simbolo di sfortuna per il Polesine, che già dal suo racconto si mostra come una terra forte e sfortunata, dove si alternano terremoti, alluvioni e pestilenze, dove la fatica della popolazione è la protagonista assoluta di oltre mille anni di storia.

Monsignor Giulio Canano, alla lettura del testo, avrà senza dubbio provato interesse nello scoprire come la storia poteva intrecciarsi con la fantasia per disegnare la nascita di una terra e del suo popolo. Se valutiamo il valore di un’opera, soprattutto storica, in rapporto a ciò che la stessa può regalarci, di sicuro l’Historia dell’origine et antichità di Rovigo ha raggiunto l’obiettivo del suo autore: onorare la sua patria raccogliendone i ricordi e regalando ad essi una vita nuova; ma la nobiltà dello scopo, nella sua altezza, non ha reso il lavoro dello studioso fondamentale per la creazione di una memoria comunitaria condivisa: l’opera di Nicolio, infatti, resta ad oggi una lettura conosciuta da una piccola parte della popolazione rodigina, confinata com’è nella sua edizione anastatica che la mantiene in una forma ostica alla lettura e alla comprensione.

Con l’augurio di una nuova veste per questa grande opera, l’invito è quello di riscoprire una piccola parte della cultura polesana e rodigina recuperando le parole di Nicolio: se uno dei principali obblighi degli uomini è prendersi cura della reputazione della propria patria, preservarne la memoria diventa un momento essenziale nella nostra formazione come cittadini e come parte attiva nella vita di Rovigo.

Tornare a raccontare il Polesine è l’ultimo rammendo da fare per cucire un disegno perfetto.

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Come citare questo articolo

Carlotta Sferrazzo. ““Origine et antichità di Rovigo””. Ventaglio Novanta, n. 55, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/origine-et-antichita-di-rovigo/

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