Pubblicità

AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Delta del Po: un parco, perché

Una scelta "biocentrica" d'avanguardia affinché l'ambiente si faccia terziario economico

di Giovanni Garavaglia

Ventaglio Novanta n. 12 1996 pp. 8–13

Si restringono i tempi delle scelte per il Parco del Delta. Nulla è più deleterio che rimanere in mezzo al guado, dilungandosi in dissertazioni e polemiche le quali al più portano alla creazione di ibridi dove, a suon di compromessi della peggior specie, si cerca di far entrare, temerariamente, tutto e il contrario di tutto, "filosofia" ovviamente destinata a naufragare nella quadratura del cerchio.

Uno dei nodi principali, se non il principale, è il cosiddetto consenso delle popolazioni. Esse sono scettiche e perciò restìe ad approvarlo. Non a torto. Si tratta di lasciare il certo (il modello in essere) per l'incerto (un modello assai diverso). Occorre pertanto un'analisi approfondita.

Ci sono sul tappeto due ordini di ragioni, quelle che chiamiamo del cuore e quelle, più prosaiche e tuttavia molto sentite, della tasca. Per obbedire alle ragioni del cuore, occorre una previa, generalizzata presa di coscienza: il Parco come risposta di "contenimento" degli effetti negativi e talvolta nefasti della civiltà industriale.

Qui bisogna intendersi. Oggi noi, ma non solo noi, non possiamo neppure osare pronunciarci per la negazione della civiltà industriale per il semplice e decisivo motivo che conduciamo tutta la nostra vita godendoci le comodità che essa ci offre. Naturalmente dobbiamo pagare un prezzo (e che prezzo!) in termini di inquinamenti, degrado, impatto e così via. In un futuro (non prossimo) alcuni gravi problemi (sovrapopolazione: l'Italia non è in crescita, ma il resto del mondo sì e quindi sono probabili migrazioni – già visibili! – nel nostro Paese; riduzione delle risorse: l'acqua è una risorsa esauribile!) ci costringeranno a riappropriarci di uno stile di vita più sobrio, dai consumi oculati e dagli sprechi banditi. Ma è un itinerario lungo e accidentato; oggi è azzardato prefigurarsi se l'uomo lo compirà e dire eventualmente in quanto tempo.

Noi possiamo, al momento, adoperarci per temperare lo strapotere della civiltà industriale, proteggendo più o meno vaste porzioni di territorio, con tutti i benefici che questo comporta per l'uomo, per la flora e la fauna, per l'ecosistema e, in definitiva, per le generazioni future nei cui confronti – è meglio non dimenticarlo – noi abbiamo un debito e un dovere, quello di consegnare loro un patrimonio che abbiamo ricevuto senza merito e che esse hanno il diritto di poter conoscere e apprezzare.

Ai lettori di questa rivista sono certamente ben noti i pregi e i segni caratterizzanti del Delta, zona umida di straordinario valore già attestata in sede internazionale, con tutte le carte in regola per meritare valorizzazione e salvaguardia. Tralascio dunque questo pur fondamentale aspetto e anche quello non meno esaltante degli elementi immateriali, il paesaggio, i suoni, i profumi, la poesia che questi luoghi dispensano con generosità all'attento viandante, "qui dove un'antica vita/si screzia in una dolce ansietà d'Oriente".

Ho parlato di attento viandante perché questi luoghi non si addicono al turista frettoloso e dozzinale, ma al viaggiatore curioso e però anche rispettoso e non solo delle cose, della duna, del bosco e del reperto, ma anche dei residenti, del loro lavoro, delle loro abitudini, che sono il sedimento apparente del loro passato, del loro vissuto, insomma della loro storia.

Ecco, cominciamo a intravedere come oggi un Parco sia qualcosa di più, non qualcosa di meno, sia una conquista, piccola e risoluta, un argine al dilagare di un "male" così palesemente necessario al punto che non sappiamo, né possiamo, né vogliamo privarcene.

Va da sè che chi ama questa terra, per avere qui le radici o anche solo per averne assaporato l'intimo fascino, sarebbe ben felice di saperla sottratta ai tentacoli della cosiddetta società del benessere: lembi di terra sospesi tra cielo e acqua, intrisi di acque e di nebbie evocanti lontane e non remote sventure, vite di donne e uomini a volte d'un'apparente ruvidità, ma di titanica tenacia a "coltivar acqua dove c'è acqua e terra dove c'è terra".

E su tutto lui, il Grande Fiume, a farla da dominatore, a scandire le ore della speranza e della tragedia, ora maestoso e solenne, ora impetuoso e travolgente. Poi il silenzio, rotto dal fruscio dell'acqua tra i canneti, un battito d'ali, versi, voci, fili invisibili, dialoghi che pochi, quelli di lì, sanno intrecciare con la vegetazione, con gli animali, col suolo, col cielo e comprendere l'incanto di tramonti di fuoco, l'abbraccio della foresta planiziaria, umbratile e misteriosa, brulicante di vita.

Sfrondato di alcune brutture, esempi dell'umana insipienza, il Delta del Po rappresenta un'area di attrazione eccezionale. Non meno che altrove storia, arte, civiltà, patrimonio ambientale si fondono in una proposta di rara suggestione. Se tutto questo è vero, non è men vero che modelli "regressivi" sono improponibili: non ambienti sottratti alla gente, ma aperti alla fruizione intelligente, non attività poco rimunerative, ma vere fonti di reddito.

La nuova realtà deve corrispondere a un disegno di ampio respiro che si concretizzi mediante azioni condotte sul filo delle tecniche gestionali avanzate, ferma restando la filosofia di fondo.

Il Turismo Ambientale è un affare se e soltanto se il turista-viaggiatore-visitatore-escursionista può disporre di un Ambiente preservato, conservato, valorizzato e organizzato. Per i "giocatori delle tre tavolette", per i furbastri e i funambolici illusionisti non c'è posto. Essi vengono presto smascherati e il fallimento è garantito.

Il Delta del Po ha la potenzialità per ambire ad una posizione di baluardo, di presidio nella geografia europea.

A questo punto il discorso passa dal cuore alla tasca.

Bisogna anzitutto sgomberare il campo da un facile equivoco: nessuna anacronistica nostalgia per ritorni ai "tempi andati", il secolo esige concezioni moderne e, trattandosi di ambiente, anche di alto profilo ci vuol poco ad alterare delicati equilibri che mettono in crisi anche il più ambizioso e lungimirante progetto.

Si tratta di compiere scelte coraggiose, di avanguardia affinché l'ambiente si faccia terziario economico e con ciò divenga anche fonte di occupazione (quale giovane non è in ansia per il suo futuro?). Bisogna individuare il punto di equilibrio tra sviluppo e conservazione, bisogna saper dire "fin qui, non oltre" avendo la coscienza che i limiti hanno valenze positive.

Il disegno strategico, tutto imperniato su una concezione etica che sostituisce all'antropocentrismo il biocentrismo e che propone dunque un uomo nuovo, sia egli operatore o fruitore, è essenziale. Ma da solo non basta. Deve trasfondersi in azione e non c'è tempo da perdere: bisogna fare presto perché ci sono istanze che non possono attendere, come la prevenzione dello sgretolamento definitivo del patrimonio edilizio esistente, sotto la sferza degli agenti atmosferici e il maglio dell'incuria dell'uomo, o il bisogno di posti di lavoro. E la via è ancora una volta in salita. Bisogna accantonare le invidie, i campanilismi, gli interessi di bottega in nome di un interesse superiore e comune.

Se così non è o non sarà, meglio dimenticarselo il Parco. In fondo, ci sono sempre le discoteche, i trial roboanti, i fast food, i festini a luci rosse, la droga. Pazienza se con la morte nel cuore o magari già all'uscio.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Giovanni Garavaglia. “Delta del Po: un parco, perché”. Ventaglio Novanta, n. 12, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/delta-del-po-un-parco-perche/

Pubblicità