Pubblicità

AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Escursione a Porto Levante

Un itinerario cicloturistico alla scoperta di suggestivi aspetti del Delta.

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 12 1996 pp. 18–31

Un'escursione a Porto Levante, alla foce del fiume, è quanto mai consiglibile per un primo significativo approccio al Delta. Qualche mese fa mi sono improvvisato guida di un gruppo di tedeschi, ospiti dell'associazione "Amici della Germania", per un itinerario cicloturistico con questa destinazione.

È Porto Levante un paese davvero minimo che, per la sua esiguità, richiama alla mente i versi della celebre poesia di Palazzeschi "Rio Bo", dedicata ad un agglomerato microscopico, impreziosito di notte da una magnifica stella, così luminosa da far invidia alle più grandi città. Ma il paragone finisce qui, perché le casettine di Porto Levante non assomigliano assolutamente a quelle di Rio Bo dai tetti aguzzi, né quello che costeggia il paese è un esiguo ruscello; e poi la notte di Porto Levante, vista dall'esile diga che si protende nelle acque salmastre della laguna, presenta un cielo talmente gonfio di stelle da mozzare il fiato.

Ma procediamo con ordine, dato che Porto Levante costituisce la meta del nostro itinerario.

Il punto di partenza dell'escursione cicloturistica, di una quindicina di chilometri, è fissato a Villaggio Norge di Rosolina. Un appellativo quanto mai inconsueto quello attribuito a questa località, testimonianza di un aiuto generoso all'indomani della grande alluvione del 1951: dalla lontana Norvegia giunse un contributo per la ricostruzione di questa zona, destinata a conservare nella denominazione un ricordo indelebile del munifico gesto della comunità scandinava.

Inforcate le bici, da Villaggio Norge raggiungiamo la vicina Romea che percorriamo per un brevissimo tratto con direzione Ravenna. In tutto 500 metri che ci consentono il primo approccio col Po di Levante superato dall'alto ponte che percorriamo volgendo uno sguardo al fiume. Siamo attratti in particolare dai grandi navigli in costruzione presso le banchine dei cantieri Visentini, la più importante azienda cantieristica del Polesine. A fine discesa una freccia-segnaletica sulla sinistra ci avverte: Porto Levante/Foce Km. 12.

Mentre imbocchiamo la tranquilla via che ci porterà a destinazione, fornisco ai graditi ospiti alcune informazioni basilari. Li avverto innanzitutto che il Po di Levante non è un ramo del Po, ma costituisce il tratto finale del Canal Bianco.

Noto nel volto degli amici un moto di delusione, che mi affretto a dissipare tracciando in breve la storia del Delta. La data fatidica da ricordare è il 1604, allorché si concretizzò un intervento umano che, con il “taglio di Porto Viro”, cambiò la geografia del Delta. Il motivo è noto: la Serenissima, temendo l’interramento della laguna, volle che il Po deviasse verso sud, portando i suoi depositi sabbiosi il più possibile lontano da Venezia. Il confronto tra una rappresentazione cartografica di un tempo ed una odierna è illuminante per notare le differenze intervenute dopo il taglio, con l’attivazione di nuovi rami meridionali e l’abbandono di quelli posti a settentrione.

Il Po di Levante è dunque un ex ramo del Po che, come detto, funge attualmente da tratto finale del Canal Bianco, ma la cui figliazione dal corso principale del Po non è stata completamente cancellata, dato che le acque del grande fiume fluiscono ancora parzialmente in esso tramite il complesso di chiuse denominato Biconca di Volta Grimana, ubicato nel comune di Porto Viro.

Vedo i miei amici soddisfatti nell’apprendere che il Po Grande non ha abbandonato completamente il figlio minore. Li informo allora che questo ramo del Delta è destinato ad assumere ben più importanza in futuro quando sarà attivata la linea di navigazione fluviale Po di Levante-Canalbianco-Tartaro-Fissero che raggiungerà la Lombardia¹.

Ci concediamo frattanto una breve deviazione dal tragitto, per ammirare il complesso architettonico di Ca’ Cappello, tipica corte veneta dotata di una lunga teoria di fabbricati rurali purtroppo in stato di grave abbandono. Sul retro della lineare residenza padronale si erge un oratorio affiancato da un grazioso campanile.

Con una nota un po' dolente di fronte alla situazione di degrado che sembra aver avvolto Ca' Cappello in modo inarrestabile, riprendiamo il nostro tragitto. Pedaliamo lungo via C. Colombo nel comune di Porto Viro, strada che prosegue rettilinea per alcuni chilometri. Per interrompere il percorso, che appare un po' monotono, decido una piccola sosta all'altezza di un incrocio campestre, anche al fine di fornire alcune informazioni sul territorio.

Con l'ausilio di una cartina faccio notare come la strada che stiamo percorrendo si configuri quale bisettrice di un triangolo isoscele, i cui lati sono rappresentati da due corsi d'acqua: il Po di Levante a sinistra ed il Collettore Padano-Polesano, a destra. Tutt'intorno la vasta campagna, terra divenuta fertile dopo consistenti interventi di bonifica, che ha raggiunto una completa stabilità idrogeologica solo nel nostro secolo, grazie alla presenza di potenti idrovore. Gli argini che si elevano dalla pianura testimoniano chiaramente che ci troviamo sotto il livello dei due corsi d'acqua e anche del mare ormai vicino.

"Come i Paesi Bassi!" esclama uno dei gitanti sorpreso.

Annuisco, annunciando che a Porto Levante avremo modo di osservare le difese a mare e poi, portando l'indice sulla cartina e fermandomi sul vertice del "triangolo", anticipo che in quel punto vedremo qualcosa di insolito, accendendo la curiosità dei nuovi amici.

Mentre riprendiamo il tragitto, informo il gruppo di come il Canalbianco ed il Collettore possano considerarsi per certi aspetti due corsi d'acqua gemelli, perché entrambi scavati dall'uomo con un percorso che, dal centro Polesine dove ha origine il Collettore, procede in parallelo. Presso la Biconca di Volta Grimana il Collettore è poi costretto a sottopassare il Po di Levante, che proprio lì mescola le sue acque a quelle del Canalbianco.

Uno sguardo va intanto alla campagna immota e silente nella giornata estiva. Distese solari di girasoli ingentiliscono la pianura, mentre voli di gabbiani ci avvertono che sta per iniziare il regno delle acque.

Siamo ormai ad un centinaio di metri dal citato “vertice del triangolo” in cui si insinua la strada che, proprio in quest’ultimo tratto, superato il ristorante Baraonda, sale sulla sommità dell’argine, aprendo alla vista della comitiva un panorama prima impensabile.

D’un tratto siamo passati da un paesaggio tipicamente agricolo ad uno dominato dalle acque. La corrente del Po di Levante fluisce lenta; alle sue spalle, verso nord, si aprono ampie estensioni liquide: sono le valli palustri di Rosolina che brillano come specchi argentati. Siamo a Marina Nuova di Porto Levante, si tratta di una zona che da pochissimo ha individuato la sua vocazione turistica: un porticciolo ben attrezzato attira la nostra attenzione sulla sinistra, dopo che a destra lo sguardo si è posato su una serie di basse casette con alti camini; è un residence, ancora in fase di costruzione, che si presenta ben inserito in un parco verde.

Prima di scendere alla darsena è però necessario assecondare la curiosità che ho solleciato nella comitiva. Porto pertanto il gruppetto sul vertice d'incontro tra i due corsi d'acqua, ed ecco la sorpresa: l'incontro non c'è. Il Collettore, che proprio in quel punto dovrebbe riversare le sue acque nel Po di Levante, non può farlo: una diga, su cui passa la strada, glielo impedisce.

"Come mai?" è la domanda spontanea.

"Colpa delle estrazioni di metano attuate negli anni '50 e '60 a Porto Viro" affermo, disponendomi a svelare completamente le cause dello strano intervento di interruzione delle acque del Collettore proprio alla sua foce. Il problema sta a monte: il prelievo del gas dal sottosuolo ha fatto cedere il terreno in un'ampia zona del basso Polesine, al punto tale che l'acqua del Collettore, anziché correre verso il mare, aveva iniziato a rifluire verso le zone interne. Ed il Po di Levante, anziché ricevere le acque del Collettore, aveva cominciato a versare le sue nel canale. Un grave dissesto idrogeologico, dunque, causato dall'uomo! Ecco pertanto la necessità di costruire una diga di sbarramento ed una specie di "by-pass", ovvero un impianto di sollevamento delle acque del Collettore, indotte a raggiungere il Po di Levante, oltre la diga, tramite grosse tubazioni.

Gli amici tedeschi si dimostrano molto interessati a queste applicazioni tecnologiche, ed anche sorpresi nell'apprendere e constatare che la sicurezza idraulica del basso Polesine è garantita da un sistema di idrovore gestite da appositi Consorzi di Bonifica.

Lasciamo quindi la strada e le bici, per scendere al porticciolo: vi sono ormeggiate decine di imbarcazioni di varia stazza e foggia che, cullate dalla corrente del fiume, accennano a lenti movimenti in un fantasmagorico balenìo di luci e colori. Alti pennoni contraddistinguono le barche a vela, altri scafi presentano invece attrezzature idonee per la pesca d'altura. E, a questo proposito, un cartello bene in vista ci informa che, proprio il giorno prima è stato pescato un grosso tonno.

Frattanto la nostra attenzione viene attratta da imbarcazioni un po' particolari per foggia e dimensioni: si tratta delle house-boat, che subito soprannominiamo i camper d'acqua, scafi concepiti per ospitare quattro o cinque persone ed adatti per escursioni settimanali lungo i fiumi.

L'arch. Bruno Moretti, ideatore del Centro di Marina Nuova, ci informa che la Navarchus, azienda leader nel settore, ha individuato la zona come una delle più idonee per proporre questa innovativa forma di turismo che si è subito affermata. La società milanese ha dimostrato inoltre di credere molto nel futuro del Delta, manifestando interesse per i progetti che convergono sul Centro di Marina Nuova. Dalla prossima stagione – ci informa poi l'arch. Moretti – qui si troveranno non solo barche, ma anche biciclette per escursioni giornaliere ed un servizio di traghetto per un collegamento con la strada delle valli di Rosolina che parte proprio dall'opposta riva del fiume. Dovrebbe poi sorgere un Museo del Delta, per il quale è già stato steso un progetto di massima. Tutte iniziative verso le quali gli amici tedeschi palesano un vivo interesse, ipotizzando per il prossimo anno un soggiorno in loco.

È tempo di congedarsi da Marina Nuova e riprendere il nostro percorso. Peccato che la strada ridiscenda sotto l'argine, occultando la parte più suggestiva del panorama. Sarà mai possibile che in un prossimo futuro venga tracciata una pista ciclabile sulla sommità arginale? Mi riprometto di girare la domanda al sindaco di Porto Viro, con la speranza di una risposta positiva, in relazione alla più volte conclamata volontà di puntare su uno sviluppo turistico del Delta.

Sfiliamo accanto al rinomato ristorante La Pescaccia, preceduto da un parco ben curato che suscita apprezzamenti, mentre informo gli amici che meno di tre chilometri ci separano da Porto Levante. Facciamo frattanto un'altra breve sosta presso l'idrovora Sadocca, dove è chiaramente visibile il dislivello tra le acque del canale interno e quelle del Po di Levante che vengono raggiunte solo grazie all'impianto di sollevamento installato. La posizione elevata ci permette uno sguardo tutt'intorno fino ad Albarella, la famosa isola club, che si distingue in lontananza al di là del fiume.

Ora anche alla nostra destra si profilano valli palustri, scarsamente visibili, perché delimitate da fitte siepi di tamerici, ma in uno slargo ecco apparire uno specchio d'acqua, mentre alla nostra vista due bianchissime garzette si levano in volo, seguite dal click delle macchine fotografiche pronte a catturare l'immagine degli eleganti uccelli.

Dopo poco ecco un'altra occasione per scattare fotografie: al di là di un portone, fortunamente aperto, appare il bel casone di Valle Sacchetta: in primo piano il canale "colauro" e i "lavorieri", per la cattura del pesce della valle in autunno avanzato².

Il tratto da compiere è ormai molto breve, ed il porticciolo turistico, alle porte di Porto Levante, ci accoglie pittoresco ed allegro. È d'obbligo una sosta al bar-trattoria "Il Porto" per un breve ristoro.

Il Po di Levante, che ormai è giunto alla foce, è qui utilizzato come porto-canale per pescherecci che vengono ormeggiati accostati alla sponda costruita in cemento. Il manufatto, che scende verticale nell'acqua, continua in superficie con un muricciolo, che sembra fatto apposta per offrire appoggio a persone tranquillamente intente a conversare, con gli occhi rivolti alla corrente per cogliere il guizzo di qualche pesce. Una parte della casereccia banchina è però interdetta al pubblico: vi sono infatti ormeggiate alcune potenti lance della guardia di finanza. Le veloci imbarcazioni sono più volte salite agli onori della cronaca per gli interventi dei militi nei confronti di pescatori abusivi di pregiate vongole prodotte nelle sacche salmastre del Delta, in concessione a cooperative di pescatori.

Porto Levante è un paesello davvero minuscolo, dominato da una chiesa fin troppo grande e poco in sintonia col gusto di semplicità genuina che qui ti aspetti di trovare. Costruita negli anni '60 in "stile industriale", è infatti architettonicamente priva di quella tenera atmosfera che spesso contraddistingue le chiese di campagna. Una dolcezza malinconica emanano invece ancora le pietre della vecchia chiesetta da tempo sconsacrata e ridotta a magazzino. Nei pressi sorge un ristorante frequentato dai cultori della buona cucina, che, dall'edificio un tempo sacro, ha ereditato il nome "La Chiesetta".

A Porto Levante, il sapore del buon tempo antico, quando si viveva di sola pesca, lontani dal resto del mondo, è assicurato dalla presenza di alcune casettine basse ed allungate, dipinte all'esterno con tinte forti ed allegre. Solo qualche costruzione è stata riattata per offrire ospitalità nel periodo estivo, mentre in un piccolo slargo vicino alla piazza, due roulotte stazionano da anni ai margini di un verde rettangolo dove la natura, pienamente libera di seguire i suoi estri, si configura con le sembianze del boschetto di tipo mediterraneo. Reti da pesca al sole, oleandri e altri alberelli, in estate sempre fioriti, contribuiscono a conferire al paese un'aria pittoresca di ingenuo sapore.

Dalla piazzuola davanti alla Chiesa una freccia pretenziosa indica: Tutte le direzioni. In realtà ci si trova di fronte all'alternativa di un ritorno (a sinistra) o di una continuazione del tragitto (a destra), strada che imbocchiamo per raggiungere la diga. La lingua artificiale si allunga rettilinea oltre una cortina di difesa dal mare che per chilometri segna le coste polesane. Ci si para dinanzi una veduta particolarmente appagante della grande sacca Cavallari, delimitata ad est dall'omonimo scanno che la separa dal mare. La diga, particolarmente amata dai pescatori dilettanti, ha la funzione di dividere il corso del Po di Levante dalla sacca, guidando il fiume verso lo sbocco a mare.

Un alito di vento fa increspare le acque della sacca alla nostra destra, solcate da alcuni wind-serf che, indisturbati, compiono leggere evoluzioni nell'ampio specchio lagunare. Sulla sinistra il passaggio di scafi a motore di varia stazza costituisce un diversivo consueto, mentre in cielo i gabbiani sono i veri padroni, pronti a scendere in picchiata per ghermire gli incauti pesci che risalgono alla superficie.

Il paesaggio è davvero suggestivo e lo sarebbe ancora di più se all'orizzonte non apparisse la scura ciminiera della centrale Enel col suo eterno pennacchio di fumo e se, all'imboccatura del molo, si provvedesse a togliere gli indecorosi e maleodoranti rifiuti insinuatisi tra i massi. Una soluzione quest'ultima che non richiederebbe un grosso intervento, mentre per la centrale sarebbe necessario quanto meno procedere alla riconversione del combustibile utilizzato, puntando sul poco inquinante metano. Ma i sindaci del Delta sono compatti nel portare avanti con determinazione una tale richiesta?

Mi riprometto di rivolgere al sindaco di Porto Viro anche questa seconda domanda, a cui se ne aggiunge ben presto una terza, sollecitata da uno dei componenti del gruppo circa la possibilità di raggiungere scanno Cavallari con un traghetto. La mancanza in loco di un tale mezzo di comunicazione è veramente una grave lacuna. In un paese dove tutti praticamente hanno la loro barca, nessuno, né pubblico né privato, sembra aver pensato ai turisti interessati a raggiungere lo Scanno o l'isola di Albarella che sorge proprio di fronte a Porto Levante. O si ha la pretesa che tutti coloro che giungono a Porto Levante siano proprietari di barca?

Gli accenni critici non ci impediscono di gustare il panorama e di progettare per il prossimo anno la continuazione dell'itinerario cicloturistico lungo la via delle valli che si snoda da Porto Levante fino a Ca' Venier.

Ormai è l'ora del pranzo e pertanto decidiamo di chiudere in bellezza l'incontro nel Delta in uno dei locali tipici della zona, ove l'ottimo menù a base di pesce fa riconfermare agli amici tedeschi la promessa di un ritorno nel Delta Padano.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Escursione a Porto Levante”. Ventaglio Novanta, n. 12, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/escursione-a-porto-levante/

Pubblicità