Recentemente viale Fuà Fusinato, nel cuore di Rovigo, è salito all’attenzione della cronaca, in seguito ad un intervento di risistemazione su cui si sono espresse varie opinioni, senza mai far riferimento all’intitolazione della via su cui intendiamo ora soffermarci.
Va innanzitutto detto che il viale è dedicato ad una donna da non dimenticare: Erminia Fuà Fusinato, donna di valore, uno degli esempi più illustri della nostra terra polesana, eppure pressoché sconosciuta: poetessa, scrittrice, educatrice, fiera patriota.
Ecco dunque la necessità di rendere omaggio a questa esemplare figura coraggiosamente all’avanguardia e precorritrice di una moderna visione di donna colta (pur senza essere andata a scuola) anticonformista e prefemminista contro le convenzioni, lavoratrice con doti dirigenziali, che supera il tradizionale modello femminile borghese vincolato al focolare domestico, in posizione subordinata all’uomo ed emarginato dalla vita pubblica.
Tutta la sua breve esistenza, intensamente vissuta nonostante la morte prematura, è testimonianza di scelte risolute ed autonome, anche controcorrente, da cui emerge una più che mai moderna libera autonomia di pensiero e determinazione del proprio destino. In politica fu attiva patriota nel periodo risorgimentale; nella religione, capace di abiurare alla fede dei padri (ebraismo) per quella (cristianesimo) del futuro marito, pur mantenendo un atteggiamento non ortodosso ed anticlericale; nell’educazione, promotrice di un ideale pedagogico aperto e svincolato da rigide imposizioni religiose o laiche, fatta salva la centralità della morale; nel lavoro manifestò la capacità di ricoprire incarichi pubblici e di responsabilità, pur non avendo nemmeno conseguito un titolo di istruzione.
Nata a Rovigo, il 5 ottobre 1834, in una famiglia benestante di origine egizia – i Fuà erano giunti ricchi dal Cairo a Padova e Rovigo verso la fine del Settecento – e di religione ebraica non praticante, dal medico Marco e Geltrude Bianchi, si trasferì con la famiglia da piccola a Padova.
Erminia era stata istruita in casa, secondo l’abitudine del tempo per le figlie di buona famiglia, potendo tuttavia usufruire del qualificato e sensibile insegnamento dello zio Benedetto Fuà, ingegnere delle ferrovie, che la educò secondo il metodo Pestalozzi. Per anni nella sua giovane vita si prese cura della madre malata e dei fratelli, ma ben presto apparve evidente la sua naturale predisposizione per la poesia, iniziando la composizione di versi, che leggeva in casa agli amici.
Proprio la passione poetica la porterà, appena diciottenne, ad innamorarsi del poeta-patriota Arnaldo Fusinato di Schio, di 35 anni, da poco vedovo e con fama di avventuriero, reso celebre dai versi: “Il morbo infuria, il pan ci manca, / sul ponte sventola bandiera bianca!”. Egli introdusse la giovane poetessa nelle riviste femminili milanesi – La ricamatrice, Ore casalinghe -, dove pubblicò le sue prime poesie: Versi e fiori, Musica e poesia.
Il rapporto con Arnaldo Fusinato – a causa delle differenze di religione e di età – fu decisamente contrastato dai genitori di Erminia, la quale però non si lasciò scoraggiare, restando fedele a questo amore. I due fuggirono a Venezia, dove nel 1856 si sposarono con la complicità di uno zio, per trasferirsi poi a Castelfranco Veneto, presso la di lui prima suocera, la generosa contessa Teresa Colonna Savorgnan, che avrebbe imparato ad amarla come la figlia perduta.
Ma l’attivismo antiasburgico e risorgimentale del marito l’avrebbe costretta a viaggiare molto, talora con fughe rocambolesche, anche dopo la riconciliazione con i genitori. Lei stessa, divenuta cospiratrice con il ruolo importante di mantenere i contatti fra Torino e i vari comitati veneti amministrandone i loro fondi, guadagnò i soprannomi di “Quarantotto” e “Giardiniera” (così venivano chiamate le seguaci della carboneria).
Nell’autunno del ‘56, quasi una luna di miele, i due furono ospiti in Friuli nel Castello di Colloredo di Ippolito Nievo: periodo idilliaco fatto di passeggiate e di condivisioni letterarie, cui sarebbero seguiti gli anni difficili delle trepidazioni ed angosce per il marito – condannato dal governo austriaco a sedici anni di lavori forzati -, per i compagni di lotta e per le sorti della patria. Eppure, già allora emersero la sua straordinaria abilità e fine cultura che la mettevano in grado di dividersi con disinvoltura fra la conversazione disimpegnata degli incontri salottieri ed una quanto mai vivace attività clandestina, che la vide autrice di scritti ed opuscoli cospirativi, instancabile ideatrice di progetti insurrezionali contro l’oppressore straniero e perfino di coccarde tricolori.
E nello stesso tempo, fu moglie e madre esemplare – in quegli anni nascevano infatti i suoi tre figli: Gino (1857), Guido (1860) e Teresita (1863) – trovando anche il tempo di recitare come prima attrice nella Compagnia teatrale di Castelfranco diretta dal marito.
Anche quando, nel 1864, alla fine fu costretta con l’inseparabile Arnaldo a scegliere la via dell’esilio per sfuggire alle persecuzioni austriache, a Firenze poté godere del rispetto ed amicizia degli uomini più illustri del mondo letterario e politico, che a gara le tributavano onori consolandola della lontananza dalla patria: Nicolò Tommaseo, Gino Capponi, Raffaello Lambruschini, Giacomo Zanella, Michele Amari, Francesco Dall’Ongaro, Cesare Correnti, Marco Tabarrini. Al punto che, superiore ad ogni faziosità ideologica e partitica, riuscì a mettere insieme anche avversari politici come Alberto Cavalletto e Benedetto Cairoli.
In quegli anni Erminia si occupò della pubblicazione postuma, presso Le Monnier (1867), delle Confessioni di un ottuagenario – titolo da lei stessa ideato per paura della censura – sottraendo all’oblio il caro amico Ippolito Nievo, caduto nell’impresa garibaldina dei Mille nel 1861. Collaborò inoltre con diverse testate femminili, tra cui La donna, pubblicata a Venezia e diretta dalla padovana Gualberta Alaide Beccari.
Costretta a cercare un lavoro retribuito per contribuire alle difficoltà economiche causate da sbagliati investimenti edilizi del marito nella città toscana, Erminia accettò l’incarico di ispettrice nelle scuole femminili a Roma, Napoli e nell’Umbria, che il ministro della Pubblica Istruzione Cesare Correnti le offrì, pur senza titolo di studio.
Fu così che nel 1871 ella si trasferì a Roma da sola fino al 1874, quando la raggiunse il marito, dopo aver affidato casa e figli ad una famiglia inglese.
Nella capitale la Fuà ricoprì vari incarichi importanti: cattedra di lettere italiane alla Scuola Normale (1871-72), fu vicepresidente di sezione – unica donna – al Congresso pedagogico di Venezia (1872), fondò e diresse l’Istituto Superiore Femminile alla Palombella (1873-76), istituì la Società per l’istruzione superiore della donna (1874), di cui fu presidente fino alla morte nel 1876.
Prolifica la contemporanea attività di scrittrice: dalla collaborazione a riviste, come La Cornelia di Anna Folliero, alla redazione di un diario, pubblicato postumo col titolo Ricordi dal senatore P.G. Molmenti (1870), cui si aggiungono vari scritti letterari e pedagogici. Memorabili le sue conferenze sull’educazione delle donne, alle quali accorreva il fiore dell’aristocrazia e borghesia femminile, compresa la sua appassionata sostenitrice Margherita di Savoia, allora ancora principessa del Piemonte.
Intanto si palesavano sempre più forti i segni di una salute delicata, compromessa anche dalle gravidanze. Quasi presaga della fine vicina, durante un suo breve viaggio in Veneto nell’agosto del 1876, si racconta che lasciando Venezia avrebbe detto: “Addio, mia bella Venezia, chi sa se ci rivedremo mai più”.
Nei pochi giorni di riposo trascorsi poi nel Bellunese, patria dei genitori di Arnaldo, compose le sue ultime tre poesie: Emigranti, Coscritti, i chiamati alla leva e Pastori che costituirono i suoi Bozzetti alpini, i quali facevano da contro canto ai Bozzetti marittimi, scritti cinque anni prima a Viareggio.
Rientrata a Roma, la tubercolosi miliare, che si era manifestata durante la prima gravidanza, l’avrebbe purtroppo rapita alla vita a soli 41 anni, il 30 settembre 1876, lasciando tutti nella profonda costernazione: gli affetti familiari ed il mondo pubblico, che le riconobbe un ingegno unico, irripetibile, tributandole solenni funerali con la partecipazione di numerose personalità, l’intitolazione a suo nome della Scuola Superiore Femminile da lei fondata, poi Istituto Magistrale, ed un monumento ad opera dello scultore Galletti, inaugurato nel 1882 nel Cimitero del Verano a Roma, presso cui riposano anche il marito e i due figli maschi.
Nel centenario della sua nascita anche Rovigo, sua città natale, le dedicò una lapide sulla facciata di palazzo Montalti, ora sede dell’Istituto per Geometri e la via che da allora porta il suo nome, un tempo conosciuta come strada Capitello.
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Rosanna Beccari. “Erminia Fuà Fusinato (1834-1876)”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/erminia-fua-fusinato-1834-1876/