Nel ‘700 l’Accademia dei Concordi, in un clima di rinnovato impegno culturale e di rappresentanza, fra le altre cose provvide ad arricchire le sale della propria sede con quadri ritraenti illustri personaggi rodigini e soci accademici distintisi in vari ambiti.
Tra questi ritratti, spicca, abbigliato con una immacolata giacca bianca e una candida parrucca (come si conveniva all’epoca agli esponenti della nobiltà) il ritratto di Federigo Manfredini, commissionato al più valente pittore fiorentino del tempo Giuseppe Antonio Fabrini. La scelta dell’artista fiorentino fu dovuta anche al fatto che il rodigino marchese Federigo Manfredini al tempo dimorava a Firenze, svolgendo egli importanti incarichi politici ed amministrativi presso il Granducato di Toscana.
Ma chi fu Federico Manfredini e quali furono i momenti più significativi della sua vita?
Ricostruiamo la sua esistenza seguendolo nelle varie località in cui si trovò a vivere ed operare.
A Rovigo
Federigo Manfredini nacque a Rovigo il 24 agosto del 1743 da Giuseppe ed Ancilla Minguelli, una nobile di origine veneziana. La famiglia Manfredini affonda le sue radici nell’antica nobiltà estense, infatti è riconosciuta proprietaria di feudi nobili fin dal 1228.
La Repubblica veneta confermò le proprietà feudali alla famiglia, e nel 1683 Giovanni Battista Manfredini ricevette il titolo di marchese dal re Giovanni III di Polonia (Jan Sobieski, l’eroe della battaglia vittoriosa contro i Turchi che assediavano la città di Vienna). A proposito del titolo nobiliare, va ricordata, tra le possessioni polesane, la tenuta agraria non a caso denominata Cà Marchese: un complesso architettonico ancora sostanzialmente integro, che sorge nella frazione di Granze di Arquà Polesine. Si presenta formato da un corpo principale con Oratorio e dal rustico La Zedrara ed è visibile dalla strada nei pressi della trattoria “dagli Amici”. Si erge in tutta la sua elegante compostezza sulla campagna circostante e rientra nel novero delle ville venete.
Nell’albero genealogico di Federigo, spicca il nonno, Alfonso Manfredini, noto per aver rinnovato l’Accademia dei Concordi dopo un ventennio di assoluto silenzio, accogliendo nella sua abitazione sedici eruditi che ripresero l’attività di studio e di divulgazione. In questo clima di rinnovamento il di lui figlio Giuseppe (padre di Federigo), allora venne, divenne “principe” del rinato sodalizio culturale. Giuseppe Manfredini, per le sue riconosciute competenze in materia di agraria, nel 1768 entrò a far parte della importante Sezione agraria dell’Accademia che aveva lo scopo di difendere la popolazione rodigina dalle calamità naturali, causate dal delicato sistema idrogeologico del Polesine.
Nel 1741 Giuseppe Manfredini sposò Ancilla Minguelli e da questa ebbe vari figli: oltre al primogenito Federigo, Luigi (che si trasferirà a Padova e darà la luce all’omonimo Federigo destinato a diventare vescovo di Famagosta e di Padova), Marianna (che sposerà Antonio Oroboni, il padre di Antonio Fortunato Oroboni), Teresa (che sposerà il conte Giacomo Campo), Luisa (che sposerà Ferdinando Durazzo), Lucia Angela e Antonia (che diventeranno monache nel convento alla Trinità).
La famiglia di Federigo non abitava nel palazzo Manfredini situato nei pressi del Duomo (attualmente sede dell’Associazione degli Agricoltori) e appartenente ad un ramo collaterale del casato, ma dimorava in un palazzo che si trovava nella strada S. Rocco (l’attuale via Angeli), probabilmente demolito in epoca successiva e pertanto non più riconoscibile.
Federigo ricevette l’educazione primaria da un precettore di grande prestigio, monsignor Gerolamo Silvestri, figura eminente di studioso e letterato, protagonista della vita culturale dell’Accademia dei Concordi e grande amico del padre Giuseppe.
A Modena
La sua istruzione fu poi completata al Collegio San Carlo di Modena, una istituzione che ospitava i giovani appartenenti a famiglie nobili, dove potevano essere istruiti nell’arte, nelle scienze e nell’attività fisica. Qui si distinse negli studi filosofici: viene ricordato perché all’età di diciotto anni sostenne una tesi in difesa della filosofia, dedicata alla sua protettrice la Principessa Amalia d’Este. Si distinse anche nelle discipline ginniche risultando primo in equitazione.
Al termine di questi studi umanistici, il padre gli propose l’alternativa: abbracciare gli studi giuridici o dedicarsi alla carriera militare.
A Firenze
Federigo preferì seguire questa seconda strada e si trasferì pertanto all’Accademia Imperiale di Firenze, allora capitale di un granducato retto dal granduca Leopoldo appartenente agli Asburgo-Lorena che tradizionalmente esercitavano un potere assolutistico ma illuminato. Completato l’addestramento militare, a vent’anni, nel 1763 divenne Alfiere del Marchese Botta, Maresciallo e Governatore di Toscana.
Nel frattempo l’Austria era impegnata da sette anni in una guerra contro la Prussia per il dominio della Slesia. Fedele alla causa asburgica, Federigo decise di trasferirsi a Vienna per mettersi al servizio dell’imperatore Giuseppe II, fratello del granduca Leopoldo.
In Austria non ebbe modo di partecipare ad operazioni militari perché la guerra volgeva ormai al termine, tuttavia fu promosso Maggiore, e con questo grado l’Imperatore lo inviò a Firenze con l’incarico di contribuire all’istruzione dei nipoti Francesco e Ferdinando.
Nel 1776 con il titolo di Ciambellano, tornò pertanto a Firenze per collaborare con il conte di Colloredo nella educazione dei giovani granduchi, scegliendo personalmente gli insegnanti tra i quali l’ex-gesuita Hochenwarth, futuro vescovo di Trieste. Inoltre, nella sua opera educativa, si distinse nel privilegiare la frequentazione del popolo, consapevole che l’arte di governare non può rimanere estranea alla percezione del disagio sociale.
Intanto, con lo scoppio della guerra tra Austria e Baviera, l’Imperatore chiamava a Vienna il primogenito Francesco. Manfredini fu a lungo tentato a raggiungere il suo discepolo, ma venne trattenuto a Firenze dall’Arciduca Leopoldo che nel 1784 gli conferì il grado di colonnello e lo nominò consigliere di stato e Ajo (Precettore) dei giovani arciduchi al posto del principe di Colloredo che si era nel frattempo ritirato.
E fu proprio nel corso di quest’anno – Federigo era nel suo quarantunesimo anno di vita – che i soci dell’Accademia dei Concordi di Rovigo lo nominarono per acclamazione “accademico” con il diritto di conservare un suo ritratto nella quadreria della prestigiosa istituzione culturale.
Manfredini accettò la nomina a patto che il ritratto fosse eseguito a sue spese. Per questo scopo incaricò Giuseppe Fabbrini, il pittore più in voga a Firenze in quel periodo. Il ritratto è tutt’ora conservato nella Pinacoteca dell’Accademia e rappresenta un bell’esempio di pittura aulica e declamatoria.
Nel 1788 partì per Vienna, di nuovo minacciata da una guerra, questa volta con la Turchia. Venne nominato generale e magnate d’Ungheria, un titolo onorifico tramandabile alla discendenza. Dopo tre mesi, con l’esaurirsi della minaccia turca, tornò a Firenze dove, nel marzo dell’anno successivo, giungeva la notizia della morte dell’imperatore Giuseppe II.
L’arciduca Leopoldo, pertanto, divenne imperatore e si trasferì a Vienna insieme al primogenito Francesco che rinunciava così al granducato, in quanto destinato a succedere al padre sul trono imperiale.
Nel 1791 dal nuovo arciduca Ferdinando gli venne conferito l’incarico di formare il governo. Manfredini si dedicò alla inattesa responsabilità politica con grande impegno, chiamando i più illustri personaggi dell’epoca: Fossombroni (matematico ed ingegnere), Rospigliosi (appartenente ad una nobile famiglia pistoiese), Capponi (altro uomo politico appartenente ad un’antica famiglia toscana)…
Nel marzo del 1792 giungeva in città la notizia della morte dell’imperatore Leopoldo al quale succedeva il figlio Francesco. Il nuovo imperatore non mancò di manifestare la sua riconoscenza al fedele uomo di governo italiano, chiamandolo a Vienna per decorarlo con le proprie mani con la Croce di Santo Stefano.
Tornato nuovamente a Firenze insieme all’arciduca Ferdinando, continuò la sua opera politica unitamente ad una decisa azione di mecenatismo nei confronti degli artisti toscani, fra i quali primeggiava Raffaello Morghen, noto incisore, insegnante all’Accademia delle Belle Arti.
Nel frattempo la rivoluzione francese, con la sua azione destabilizzatrice che si propagava in tutta Europa, minacciava l’integrità degli stati italiani. Con un’accorta politica di neutralità, Manfredini riuscì a mantenere per un certo tempo le truppe francesi lontano dai confini, salvando così l’autonomia del granducato che fu pertanto in grado di dare ospitalità al papa Pio VI, esule da Roma.
La neutralità tuttavia non riuscì a garantire durevolmente la salvezza del granducato: le truppe francesi occuparono la Toscana interrompendo così la signoria degli Asburgo-Lorena. Il granduca Ferdinando si rifugiò a Vienna mentre Manfredini riparò a Messina. Non si hanno notizie della sua attività durante il periodo siciliano, né il motivo che lo spinse in Sicilia.
A Vienna
Nel 1801 venne richiamato a Vienna, dove l’imperatore gli conferì il grado di Tenente Maresciallo. A Ferdinando, il granduca di Toscana che parimenti si trovava a Vienna, venne assegnato il ducato di Salisburgo. Ovviamente Manfredini seguì Ferdinando e partecipò attivamente al governo con l’incarico di Ministro degli Affari Esteri. Durante questo periodo la sua fedeltà alla casa Asburgica venne ricompensata con l’assegnazione di una pensione di 5600 fiorini.
Poco tempo dopo seguì Ferdinando che si era trasferito in Germania per reggere il Granducato del Wurzburg. Qui nel 1806 accadde un fatto destinato a cambiare il corso della sua vita: Federigo, sessantatreenne, cadde rovinosamente da cavallo fratturandosi l’anca destra. L’infortunio lo costrinse ad un lungo periodo di immobilità che lo allontanò definitivamente dalla vita politica.
A Campo Verardo
Su consiglio dei medici si trasferì a Padova nella convinzione che il clima a sud delle Alpi potesse essere maggiormente giovevole alla guarigione. Infine nel 1811 decise di trasferirsi a Campo Verardo, un borgo situato nella campagna tra Venezia e Padova. Qui aveva comprato una villa rurale appartenente ad una nobile famiglia veneziana e fissò la sua dimora che lo ospiterà fino alla fine dei suoi giorni.
A Campo Verardo, lontano dagli affanni della vita politica, si dedicò con passione al collezionismo di tele e stampe, aiutato in questa attività dal pittore ritrattista Neu Mayr. Mantenne intensi rapporti con gli artisti più in vista dell’epoca quali l’intagliatore Cipriani, lo scultore Rinaldi, lo scrittore abate Pizzi ed altri; lui stesso scrisse dei Panegirici che vennero pubblicati nel 1823, mentre Federigo raggiungeva gli ottant’anni di vita.
Nel frattempo l’Austria introduceva l’istruzione pubblica e Federigo Manfredini si prodigò per l’apertura della scuola elementare di Campo Verardo. Accanto a questa attività di mecenatismo e promozione della cultura, l’altra sua grande vocazione fu la solidarietà nei confronti della popolazione spesso angustiata dalle inondazioni del Brenta. In occasione di queste devastanti catastrofi naturali, Manfredini non esitava ad aprire le porte della sua residenza per dare accoglienza ai contadini sfollati.
Morì il 2 settembre del 1829, all’età di 86 anni, per una probabile gangrena intestinale, lasciando le sue stampe al Seminario di Padova e i quadri al Seminario Patriarcale di Venezia. Si concludeva così la vita di uno statista che per la sua coerente dedizione all’Impero asburgico multietnico e multiculturale, anticipa la figura del politico moderno che vede nell’Europa la patria comune di popoli di diversa tradizione e civiltà, ma destinati a convivere entro gli stessi confini.
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Come citare questo articolo
Franco Gemelli. “Federigo Manfredini (1743-1829)”. Ventaglio Novanta, n. 50, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/federigo-manfredini-1743-1829/