Florindo era un figlio del Delta, nato in un casone a Scano Boa, una lingua di sabbia, canne e terra tra il mare Adriatico, la laguna del Basson e due rami del Po secondari: Busa Dritta e di Scirocco.
Oggi questo è uno tra gli Scanni più affascinanti del Delta del Po polesano. In sostanza è un isolotto raggiungibile solo dal mare oppure, dall’interno, percorrendo un ramo del Po e attraversando la laguna del Basson.
Desolato, angusto e poco ospitale, subito dopo la prima guerra mondiale era il luogo dove stagionalmente avveniva la pesca dello storione. Su quello scanno erano stati costruiti dei casoni di canna palustre, con un grande camino in muratura all’interno che serviva per il riscaldamento e la cottura delle povere vivande. Nei primi mesi dell’anno, parecchi pescatori di Pila e Polesine Camerini si trasferivano stabilmente per un lungo periodo in quel posto, oggi rivalutato e dichiarato sito naturalistico unico nel suo genere, ma a quel tempo considerato selvaggio e misero per via delle tribolazioni che dovevano sopportare i pescatori per sopravvivere.
A quel tempo un pescatore era anche cacciatore, per cui la vecchia doppietta non mancava mai. Ci si portava dietro anche un'arrugginita e cigolante macchinetta che serviva per riempire di pallini e polvere da sparo i bossoli usati, in modo da "rifare" le cartucce. Allora come adesso la selvaggina abbondava. Mentre svolazzavano tra i canneti, folaghe e anatre erano facilmente prese a fucilate dai pesca-cacciatori per finire arrosto o bollite.
La campagna del “cobse” ovvero dello storione cobice, allora molto presente nelle acque deltizie, durava parecchi mesi, fino a maggio, e la preziosa preda era conferita al mercato del pesce di Pila o a quello di Donada. Oggi lo storione è completamente sparito dal Delta e chi desidera mangiare qualcosa della prelibata specie acquatica, una tra la più antiche del mondo, deve rivolgersi agli allevamenti presenti in zona e nel Mantovano. Qualche pescatore, durante la campagna del “cobse”, portava con sé anche la giovane moglie e i figli. Aveva così modo di farsi aiutare non solo nella pesca, ma anche nella raccolta della legna che serviva per cucinare e riscaldarsi.
I genitori di Florindo erano dell'isola di Polesine Camerini, una delle tre del comune di Porto Tolle. Partivano con la barca dal porticciolo antistante la vecchia scuola elementare per portarsi verso lo scanno; per compiere il tragitto impiegavano quasi mezza giornata a suon di remate. Attraversavano il Po grande per poi infilarsi nel paradello che sfocia nella sacca del Canarin, raggiungendo così la sacca del Basson per sbarcare sull’isolotto dove restavano per lunghi periodi.
Una volta alla settimana si recavano a Pila dove, presso la piccola bottega che vendeva di tutto, acquistavano un po’ di roba da mangiare, però, date le precarie condizioni economiche, compravano soltanto il pane e la pasta. La minestra era condita con le cotiche e i ciccioli ottenuti dal grasso del maiale che era stato macellato da poco: quelli non mancavano mai. E neppure il riso. Infatti, stagionalmente, si lavora anche nelle risaie a compartecipazione e, prima dell’inverno, si riusciva a portarne a casa qualche sacco. Durante la permanenza sullo scanno, il piatto giornaliero era a base di risi duri con i fagioli e riso alla canarola; per il secondo, arrostire sulla brace qualche cefalo era l’unico diversivo; non ci si poteva permettere di mangiare pesci più pregiati perché questi dovevano essere venduti al mercato in modo da racimolare qualche soldo.
A quell’epoca i genitori di Florindo erano molto giovani: lui poco più che ventenne e lei, non ancora maggiorenne, rimase incinta proprio nel periodo in cui si pescavano gli storioni. A differenza di Clara, la giovinetta violentata dal pescatore nella storia narrata nel film Scanoboa di Renato Dall’Ara, tratto dall'omonimo romanzo di Gian Antonio Cibotto, la madre di Florindo era rimasta incinta per l’inesperienza dei due giovani. Florindo nacque fortunatamente di giorno, in uno di quei casoni, con l’aiuto di alcune donne che venivano sullo scanno per collaborare con i mariti nella pesca.
Il bambino era molto vispo, non particolarmente bello, ma con gli occhi azzurri e non assomigliava per niente al padre il quale, scherzando, diceva che quello non era suo figlio, anche se era sicuro della paternità perché la moglie non si era mai spostata di un solo centimetro senza di lui.
Florindo trascorse l'infanzia e l’adolescenza tra Polesine Camerini, Scano Boa e la borgata di Pila. Allora quel paese era formato da fatiscenti edifici costruiti vicino all’argine del Po. In seguito, subito dopo la guerra, fu costruito un blocco di case popolari, ma di nuovo sotto l’unghia arginale, per cui, con le frequenti piene del Po, i fontanazzi zampillavano nei cortili delle abitazioni come delle fontanelle.
Florindo aveva compiuto da poco quattro anni e andava all’asilo delle suore. La struttura era stata costruita durante il ventennio e aveva la forma tipica di quegli anni. Il prete era colui che organizzava tutto, che comandava le suore e che decideva cosa dovevano mangiare i bambini a pranzo. Qualche volta erano a corto di vivande, allora le madri dei bambini portavano loro qualcosa per attivare la frugale mensa.
A mezzogiorno, quando i pescatori tornavano dalla laguna di Barbamarco, sentivano provenire dall’asilo un odore di cibo che faceva accelerare il passo per giungere a casa in fretta e sedersi a tavola. Solitamente la minestra che andava per la maggiore erano i “risi e capussi”, poiché nell’orto delle famiglie erano sempre presenti i cavoli cappucci e le verze. Immancabili anche “risi duri brustolà”. Di secondo frittura di anguele e gambari, ossia acquadelle e gamberetti di acqua dolce.
Il minestrone delle suore era buono e sostanzioso, la verdura arrivava all’asilo portata col camioncino malridotto di Beppino, quello degli “ultimi regali”. Beppino era uno di Contarina che forniva di ortaggi, angurie e meloni tutto il basso Delta. Aveva piazzato sul camioncino un altoparlante arrugginito e il suo slogan per avvertire che stava arrivando era: “Beppino con gli ultimi regali”. Qualcuno pensava veramente che regalasse della roba, ma egli diceva che era regalata perché costava poco. Quando intendeva vendere le sue angurie, a volte “passate”, usava un altro slogan: diceva il suo cocomero era un “ristoratore smorza calore” e invitava la gente a rinfrescarlo mettendolo per qualche ora sotto la sabbia umida, che certamente nel Delta non mancava. A quei tempi il frigorifero non c’era ancora.
Quando il mare ruppe gli argini allagando il territorio, Beppino girò tutta la giornata col suo camioncino dotato di altoparlante (l’unico esistente nel Delta) avvertendo la gente a gran voce dell’avvenuta rottura degli argini a mare e invitando le persone a mettersi in salvo. In seguito è stato denunciato dal sindaco per procurato eccessivo allarme, che aveva creato ulteriore panico tra la gente, poiché il pericolo non era imminente, e c’era tutto il tempo per mettersi in salvo.
Florindo a sei anni compiuti fu iscritto alla prima classe elementare. Sua madre gli comprò due quaderni uno a righe l’altro a quadretti, una penna col pennino e una "sacca" di cartone. La scuola era vicina all’argine del Po delle Tolle. Di fronte c’era un grande parco, con alti arbusti che chiamavano, “rantane”, ovvero dei rovi con rami spinosi che se ti avvicinavi, ti potevi graffiare. Il suo primo giorno di scuola fu molto impegnativo a causa del suo carattere timoroso e molto legato alla madre. Quando la maestra gli chiese come si chiamava, rispose che il suo nome era “Flori d'la Giuana”. La madre si chiamava appunto Giovanna.
A quel tempo i bambini che andavano a scuola portavano un grembiule nero con un colletto grigio, le femminucce di colore bianco. Quando Florindo ritornava a casa, aveva sempre il viso e le mani sporche d’inchiostro; infatti i calamai, che erano infilati in un foro sui banchi, venivano spesso rovesciati. Inoltre non era raro che i pennini venissero usati “schincati”; così danneggiati lasciavano sempre cadere qualche goccia sui quaderni, con il conseguente rimprovero della maestra, spesso accompagnato da qualche “papeta” tra coppa e collo. A volte il malcapitato veniva anche punito e messo in castigo dietro alla lavagna, inginocchiato su di una manciata di sassolini. Oggi è diverso: se a scuola qualche insegnante si azzarda solo a sfiorare un bambino per qualche sua intemperanza comportamentale, viene immediatamente denunciato.
Quelli di Florindo evidentemente, erano altri tempi ed erano diversi il modo di educare e insegnare…
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Come citare questo articolo
Gianni Vidali. “Florindo, figlio del Delta”. Ventaglio Novanta, n. 60, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/florindo-figlio-del-delta/