Sono già passati vent’anni dalla morte di Gino Colognesi, indomito scultore polesano impostosi nell’ambito delle arti figurative, in cui raggiunse ambiti traguardi, che gli valsero molteplici attestazioni e prestigiosi riconoscimenti in varie parti del mondo.
Nato a Fiesso Umbertiano, sul calare del secolo scorso, Colognesi associò ad una solida formazione culturale (Ginnasio a Ferrara) ed artistica (l’insegnamento esemplare di Domenico Trentacoste all’Accademia di Belle Arti di Firenze), un suo particolare temperamento ed una sensibilità fuori dall’ordinario, che lo portarono ad inventare una sua “cifra” stilistica. I contatti con l’ambiente artistico fiorentino e le suggestioni che lo scultore aveva fatto proprie nella città medicea diedero, tra i primi frutti, opere che lo imposero all’attenzione del pubblico ferrarese in una mostra del 1921, allestita presso Palazzo Crema.
Memore della grande lezione anatomica di Leonardo e di altri scultori del Rinascimento toscano, Colognesi trattò con abilità il gesso, la pietra e il bronzo. In questo materiale egli eseguì i monumenti ai caduti di Fiesso Umbertiano (1923), di Canaro, Costa, Castelgugliemo e Fratta Polesine (questi ultimi tre sono stati purtroppo distrutti).
Ma il successo incontrato da queste sue prime opere pubbliche non riuscì ad appagare l’artista, che decise di abbandonare Ferrara e trasferirsi a Parigi per arricchire di nuovi stimoli la sua arte. Il soggiorno nella capitale francese (egli qui si dedicò anche allo studio del mosaico) fu tuttavia di breve durata e Colognesi, con la famiglia, tornò in Italia, trasferendosi dapprima a Milano, città che abbandonerà pochi anni dopo, per rientrare ancora una volta a Ferrara.
Come rileva Lucio Scardino, Colognesi si mantenne libero da pesanti legami politici e poté pertanto soddisfare soltanto alcune delle richieste di opere di carattere pubblico, eseguendo, ad esempio, i due grandi bassorilievi allegorici per il Salone dell’Economia Corporativa (la Borsa di Commercio) a Rovigo, il busto bronzeo di Benvenuto Tisi, collocato nella casa abitata dall’artista rinascimentale a Garofalo, e l’Allegoria del canto, deliziosa scultura collocata sulla facciata dell’Auditorium ferrarese.
L’attività espositiva di Gino Colognesi annovera, fra l’altro, la partecipazione alla XXII Biennale Veneziana del 1940. Lo stesso anno lo scultore Fiessese partecipò al concorso per la quadriga bronzea da porre sulla facciata del Palazzo dei Ricevimenti e Congressi dell’Expo’ 42 a Roma, piazzandosi alle spalle di Francesco Messina. Richiamato alle armi, Gino Colognesi fu inviato sul fronte libico. Durante gli anni della prigionia egli riuscì tuttavia a visitare il Museo Egizio del Cairo e le Piramidi, appassionandosi di fronte alle pitture ad encausto d’epoca romana conservate nel museo.
Rimpatriato alla fine del conflitto, Colognesi rimase per qualche tempo a Ferrara, ma ben presto le disastrose condizioni dell’Italia lo spinsero ad emigrare ancora una volta verso il Brasile, alla ricerca di una nuova identità, seguendo l’esempio di altri scultori e architetti nostrani che qui avevano trovato una benevola accoglienza e i mezzi per esprimersi liberamente, mescolando gli stilemi ormai sorpassati del verismo ottocentesco con i più moderni canoni del Liberty e del Decò.
La committenza cosmopolita di San Paolo diede all’artista polesano la possibilità di eseguire altri piccoli capolavori, sia di soggetto sacro che profano. Ma gli eventi politici furono ancora una volta determinanti per lo scultore, che rientrò in Italia nel 1957. Esposte in varie mostre, le sue opere brasiliane, tra cui quelle eseguite durante il soggiorno negli angoli più selvaggi della grande nazione sudamericana, si imposero all’attenzione del pubblico per la suggestiva contaminazione di influssi eterogenei, suggeriti dalla dimensione di vita primitiva e autentica delle popolazioni indigene, interpretati però con gusto ellenizzante.
Il curioso sincretismo culturale e tecnico delle opere di quegli anni (per la cui realizzazione Colognesi adoperava resine e cere naturali tratte dal frutto brasiliano della palma), appare evidente in alcune sculture colorate, esposte nella grande mostra retrospettiva, allestita presso le scuole “Guglielmo Marconi” di Fiesso, nel 1961.
L’Amministrazione Comunale fiessese intendeva così omaggiare l’illustre concittadino e, come segno ulteriore di stima, offrì allo scultore, affinché lo utilizzasse come studio, l’ultimo piano della restaurata villa Vendramin-Calergi, adibita a nuova sede del Comune, all’interno della quale egli progettò e realizzò il Sacrario dedicato ai caduti, collocandovi quattro tra le sue opere migliori: bronzi raffiguranti la Madre addolorata, l’Orfano, l’Eroe cieco e la scultura in cera del Cristo degli internati. Altro bronzo di rara bellezza è l’imponente Cristo crocefisso che Colognesi realizzò nel 1968 per l’antica chiesa parrocchiale di Fiesso, nel quale, alla plastica possanza michelangiolesca si associano le più sintetiche espressioni della scultura contemporanea.
Ma sarà proprio la sua arte a tendere allo scultore una trappola mortale: rimasto gravemente ustionato nell’incendio dello studio il 31 maggio del 1972, Colognesi morirà nell’Arcispedale di S. Anna di Ferrara, dopo una atroce agonia durata dieci giorni. Vittima dunque della materia che egli intendeva dominare, asservendola all’arte sua, Colognesi, nel disperato tentativo di salvare le sculture, spalancò le finestre, attizzando ancora di più il fuoco.
I contenitori la cera calda, posti su fornelli sempre accesi, erano stati infatti responsabili dell’incendio. Per l’artista polesano l’utilizzo della cera era importante per raggiungere particolari effetti cromatici: i tocchi di colore puro, (che fanno pensare a minuscole tessere di un mosaico), erano infatti ottenuti sciogliendo le cere colorate, un procedimento ispirato all’antico encausto.
Questo mezzo tecnico non consentiva certamente al pittore di sfumare convenientemente il colore, come avviene normalmente per i colori ad olio, ma proprio per questo, le sue composizioni risultano originali e ancora oggi vivono di una propria vita, come ha ben dimostrato la recente retrospettiva, curata da Lucio Scardino nelle splendide sale di villa Vendramin-Calergi, ora sede del Municipio di Fiesso Umbertiano.
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Come citare questo articolo
A. P. Torresi. “Gino Colognesi (1899-1972)”. Ventaglio Novanta, n. 7, 1993. https://ventaglionovanta.it/archivio/gino-colognesi-1899-1972/