La mostra “L’Egitto in Veneto” allestita al Museo dei Grandi Fiumi e il bel volume “La Collezione Egizia dell’Accademia dei Concordi di Rovigo”, curato da Simone Musso e Simone Petacchi, ed edito dalla stessa Accademia con il sostegno della Fondazione CaRiPaRo, hanno riportato all’attenzione dei rodigini l’importante esposizione di reperti egizi presente da fine Ottocento nel capoluogo polesano, della quale ben pochi conoscono la storia.
Il merito della pregevole collezione va in gran parte ascritto a Giuseppe Valsè Pantellini (1826-1890), intraprendente polesano, il cui nome nella terra dei faraoni non fu tanto legato all’egittologia, quanto – fatto molto curioso – alle sue capacità culinarie ed organizzative. Un vero riconosciuto talento il suo, che lo rese protagonista di un’impresa che a quei tempi gli diede vera celebrità.
Il banchetto del secolo
Su commissione del sovrano dell’Egitto, Giuseppe Valsè Pantellini fu infatti incaricato di allestire un grande ricevimento. O meglio “il banchetto del secolo” come fu definito il grandioso intrattenimento ideato nel 1869 per celebrare solennemente la conclusione dei lavori del taglio dell’istmo di Suez. E’ questa una vicenda poco nota – portata alla luce qualche tempo fa da Antonella Turri in occasione del Convegno di Studi Storici sull’esploratore Giovanni Miani organizzato dalla Minelliana¹- che va raccontata.
Ebbene il ristoratore rodigino, ottenuta carta bianca dal Khedivè (vicerè), massimo rappresentante dell’impero ottomano in Egitto, iniziò a mettere in atto il suo progetto selezionando 150 cuochi e 400 camerieri. Potendo disporre con priorità assoluta della rete ferroviaria per il trasporto e delle vivande e delle necessarie attrezzature, si dedicò con dedizione assoluta all’impresa (ritenuta davvero faraonica) di allestire in mezzo al deserto, il grande banchetto celebrativo. Un trattenimento per migliaia di importanti invitati, provenienti dai vari Stati dell’orbe terraqueo per festeggiare il successo della grande impresa di ingegneria idraulica.
“E’ un continuo movimento – scrisse un cronista dell’epoca, partecipe dell’evento – di casse provenienti da Alessandria, da Porto Said, dal mar Rosso, dalla valle del Nilo, dalla Grecia. Le carni più delicate, i frutti più squisiti della zona calda e della temperata, gli ortaggi più freschi, tutto ci viene servito con una profusione di cui non vidi mai esempio, né avrei supposto di poterne trovare”. “Il signor Pantellini – annota ancora lo stesso commentatore ammirato – locandiere, anzi arcilocandiere in Egitto, doveva dunque esercitare una grande influenza sui suoi confratelli e un grande imperio sui luogotenenti del Cairo”².
Ed in effetti l’incarico ricevuto dal Khedivè egiziano, come è facile intuire, non fu casuale, ma frutto di apprezzate attività pregresse, di cui aveva dato prova il “locandiere rodigino”. Il quale dal 1860, all’età di trentaquattro anni, era divenuto proprietario del Grand Hotel del Cairo, facendo seguire, a distanza di solo un paio d’anni, l’acquisto dell’Albergo d’Europa di Alessandria.
Un’attività imprenditoriale di rilievo, dunque, sfociata anche in altri campi, sempre con esiti positivi. E ciò accrebbe la stima nei confronti dell’intraprendente polesano, considerato un personaggio sagace e di sicura affidabilità. L’incarico affidatogli, tanto importante quanto oneroso – portato a termine alla perfezione in un ambiente così inospitale quale è il deserto – amplificò a dismisura la sua fama, con una serie di riconoscimenti, ad iniziare da prestigiose onorificenze conferitegli dai regnanti egiziani.
Fu così che Valsè Pantellini divenne nel suo settore un punto di riferimento a livello internazionale, tanto da ospitare nei suoi alberghi la migliore società del tempo. E da allora l’imprenditore rodigino fu richiesto anche per altre commissioni di natura varia, con incarichi da parte di notabili che ritennero utile fruire della sua intraprendenza ed affidabilità in vari ambiti.
La fama del personaggio polesano non restò circoscritta all’Egitto, ma ebbe riscontri positivi anche in patria, a tal punto che Vittorio Emanuele II a più riprese lo insignì di importanti onorificenze, a cominciare dalla nomina nel 1869 di “cavaliere della Corona d’Italia”, seguita nel 1872 da quella di “cavaliere dell’Ordine equestre dei Santi Maurizio e Lazzaro”, ed ancora nel 1875, da quella di “commendatore della Corona d’Italia”. E riconoscimenti Valsè Pantellini ebbe anche dal re del Portogallo, da quello di Spagna, dal Bey di Tunisi e dal guardasigilli del Khedivè d’Egitto.
Il doppio cognome
Un uomo di successo dunque, che nel periodo imprenditorialmente più fecondo della sua vita, vedeva largamente premiata la sua intraprendenza, il suo acume e le sue doti organizzative. Ma non erano stati privi di impegno nemmeno gli anni della giovinezza, caratterizzati anche da qualche originalità, di cui la più particolare è indubbiamente legata al doppio cognome Valsè Pantellini: il primo ereditato dal padre, il secondo scelto dall’intraprendente rodigino in un momento quanto mai significativo della sua esistenza. Vediamo.
Valsè è un cognome francese. Il nonno di Giuseppe, fornaio, era giunto in Polesine a fine ‘700 al seguito delle truppe napoleoniche. Innamoratosi di una giovane del luogo, aveva deciso di sposarla stabilendosi nel capoluogo polesano dove aprì un forno, attività che, a quanto ci è dato sapere, fu continuata anche dal padre di Giuseppe.
In tempi grami, in cui non pochi in Polesine soffrivano la fame, il nostro Giuseppe, nato a Rovigo il 21 ottobre 1826, grazie all’attività paterna, non conobbe mai queste ristrettezze, ma la sua infanzia fu ben presto funestata dalla morte della madre, seguita dal distacco dalla famiglia perché, per continuare gli studi, fu costretto ad alloggiare presso il seminario di Rovigo. Nel quale però non sembra che l’adolescente Giuseppe Valsè abbia mai avvertito un grande trasporto per gli approfondimenti teologici, dando comunque prova di un profitto più che soddisfacente.
Il suo cuore e i suoi interessi – al pari di non pochi suoi coetanei – furono ben presto rivolti verso le speranze di una patria da costruire.
Fu così che, ventiduenne, partecipò con entusiasmo alle giornate patriottiche del marzo 1848 che portarono al ritiro degli austriaci da Rovigo. Quindi si arruolò nella spedizione partita dal capoluogo con destinazione Legnago (dove erano asserragliate le truppe austriache) ma arrestatasi a Badia Polesine³. Partecipò poi ad altre azioni della prima guerra di indipendenza, per cui, al ritorno degli austriaci nel Lombardo-Veneto, ricercato come agitatore e fautore di iniziative antiasburgiche, fu costretto a riparare in Svizzera.
Ed in Svizzera ebbe per compagno di esilio un coetaneo bolognese di cognome Pantellini che, colpito da una malattia in terra straniera, in breve si aggravò e morì.
Fu allora che Giuseppe, un po’ per ricordare l’amico perduto, ma forse più concretamente per il vantaggio che poteva arrecargli il passaporto del bolognese per sfuggire alla polizia asburgica, assunse il cognome dello scomparso. In ogni caso il suo rientro a Rovigo con la nuova identità dovette essere breve, perché Giuseppe Valsè Pantellini (questo doppio cognome caratterizzerà d’ora in avanti la sua vita) espatriò ben presto verso l’Egitto, al tempo molto disponibile ad accogliere giovani ed intraprendenti italiani.
Il richiamo romantico verso una terra esotica (nei confronti della quale si era acceso l’interesse degli europei fin dall’inizio del secolo dopo lo sbarco di Napoleone) coinvolse al tempo vari personaggi, non pochi dei quali attratti dal fascino delle tracce della millenaria civiltà⁴. Inoltre la disponibilità da parte del Khedivè regnante ad accogliere europei interessati a progetti di sviluppo – il più importante dei quali fu certamente il taglio dell’istmo di Suez – incentivò una sorta di emigrazione temporanea verso l’Egitto da parte di centinaia di persone intraprendenti, sognatrici. Tra tutti costoro, con la volontà di impegnarsi e raggiungere obiettivi di rilievo, va dunque annoverato anche l’intraprendente Giuseppe Valsè Pantellini.
Nella terra dei Faraoni
Per la verità i primi tempi del suo soggiorno egiziano furono tutt’altro che semplici, ma il giovane rodigino non si perse d’animo: iniziò dalla gavetta, svolgendo in particolare l’attività di cameriere. E fu proprio nel settore della ristorazione che ben presto egli intravide una possibilità di sviluppo, rivelando talento, nonché indubbie capacità finanziarie, tanto da giungere – come detto – nel 1860, trentaquattrenne, a divenire proprietario del Grand Hotel del Cairo.
Ed in breve Valsè Pantellini si qualificò come un vero e proprio leader nel settore, cosicché nel 1869 gli fu affidato il prestigioso incarico di gestire il “banchetto del secolo” per la cerimonia di inaugurazione del Canale di Suez, che gli diede meritata fama.
Costruita una solida base economica, quasi cinquantenne l”arcilocandiere” decise di formarsi una famiglia, avendo conosciuto in terra egiziana la milanese Giuseppina Viglini di ben 28 anni più giovane che, dopo il matrimonio celebrato al Cairo, diede a Giuseppe il primo figlio, Italo, seguito da Teresa.
Pur lontano da Rovigo, Giuseppe Valsè Pantellini non dimenticò mai la sua città d’origine tenendo corrispondenze ininterrotte specie con la famiglia della sorella e con amici, primo fra tutti Giorgio Oliva, economo dell’Accademia dei Concordi. E nel progressivo svilupparsi in Europa dell’interesse per l’egittologia e per la collezione di reperti della grande civiltà, volle gratificare Rovigo e la sua Accademia con una raccolta in grado – come scrisse nel 1878 all’amico Oliva – di far “onore al nostro Museo”.
A più riprese inviò all’Accademia reperti archeologici a partire dal 1877. Divenuto frattanto difficile l’esportazione delle antichità egizie, per sopravvenuti divieti in tal senso, Giuseppe Valsè Pantellini trovò comunque il modo di onorare ancora una volta la sua promessa, contattando direttamente l’amico Khedivè “onde ottenere un favore di libera sortita”.
Ed è così che, grazie all’intraprendente rodigino, l’Accademia dei Concordi può fregiarsi di una collezione egizia costituita da centinaia di pezzi, alcuni dei quali di pregevole rarità e fattura⁵.
Il ritorno in Italia
L’ambiente egiziano non proprio salubre, unito all’avanzare degli anni, provoca il moltiplicarsi di alcuni acciacchi, per cui, nel, 1882, Giuseppe Valsè Pantellini, ormai cinquantaseienne, decide di lasciare definitivamente l’Egitto. Con la famiglia si sposta a Milano, città di origine della moglie, per poi trasferirsi a Firenze e successivamente a Fiesole, dove nel 1885 nasce la terzogenita Giuseppina.
Nel riposo di Fiesole Giuseppe Valsè Pantellini trascorre ancora qualche anno, fino a quando, sessantaquattrenne, si spegne il 27 ottobre 1890.
E nelle sue ultime volontà il polesano, a suo tempo divenuto “arcilocandiere in Egitto”, non dimentica la sua città natale, lasciando una somma non indifferente destinata ai Pii Istituti rodigini, alle due parrocchie, ai patronati maschile e femminile e “ai veterani delle guerre del 1848-49”. Una testimonianza, quest’ultima, di quanto fosse rimasto vivo nell’animo dell’intraprendente polesano l’amore per la patria, vissuto con slancio in età giovanile ai tempi della Prima Guerra di Indipendenza.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Giuseppe Valsè Pantellini (1826-1890)”. Ventaglio Novanta, n. 47, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/giuseppe-valse-pantellini-1826-1890/