Non c’è più nei nostri paesi la levatrice condotta, la popolare cara comare, a cui le nostre bisnonne si sono affidate per fare nascere in casa i nostri nonni; e non c’è neppure il medico condotto, el dotore, un po’ pettegolo un po’ scienziato, che la frequentazione assidua della famiglia dell’ammalato faceva diventare il confidente di tutti, proprio come un vero e proprio consanguineo.
Da decenni è scomparsa la figura dell’aquarolo-merdarolo o boassaro. Era la figura più emblematica dei nostri paesi nell’epoca in cui le strade erano ancora sassose e polverose e la velocità della umanità era misurata su quella di un cavallo.
L’aquarolo-merdarolo era incaricato della manutenzione e della pulizia delle strade del paese, in particolare nella stagione estiva quando non era ancora stato inventato l’asfalto. Egli percorreva le strade polverose con una botte d’acqua issata su un trabiccolo da cui uscivano spruzzi d’acqua da un tubo bucherellato che impastava la polvere e rinfrescava il paese e, alla bisogna, toglieva dalla strada gli eventuali residui della digestione con cui gli animali segnavano il loro passaggio. In queste brevi soste l’asino stesso dell’aquarolo-merdarolo, anche lui, si sentiva in dovere di contribuire al lavoro del padrone e sonnacchioso lasciava cadere lì il suo ricordino, mentre una frotta di ragazzini vocianti approfittavano per fare una doccia gratuita sotto gli spruzzi.
E neppure el caregheta o pajeta, l’impagliatore di sedie, esiste più. Ammesso che ci sia ancora qualcuno capace di rimettere a nuovo i sedili sfondati delle sedie, è più facile che ve ne offra uno già fatto e completo. Sono perfetti quei sedili prefabbricati, è vero, ma sono senz’anima, né conservano traccia dell’odore della palude, da dove proveniva la paglia. Il vecchio pajeta era andato a cercare la sala palustre o il careto (la carice) negli stagni e lungo i canali, e l’aveva stagionata e poi la lavorava per il cliente, lì sul posto.
Durante l’inverno in campagna, mentre il lavoro dei campi ristagnava, gli artigiani contadini impagliavano fiaschi e damigiane, intagliavano il legno per fare oggetti utili in cucina, preparavano le strambe (i balzi) per la mietitura, torcevano stoppa per fare corde e canapi per la stalla, confezionavano scope di saggina o di cochia scoparia (spajarina) per la pulitura delle biade e dei cortili….
E’ vero, erano tempi grami, non c’era il benessere né le comodità di oggi, ma non per questo i nostri padri erano meno felici. Ognuno sviluppava le proprie abilità secondo l’arte imparata dall’uso e dall’esperienza e insieme, nonostante i tempi grami, in un paese si riusciva a sopravvivere per uno spirito, mai scritto, di collaborazione e di solidarietà.
Ogni oggetto offerto non aveva un prezzo, come ogni servizio non aveva una tariffa sindacale. “S’a vuolì darme gnente, deme” oppure “deme quelo ca puodì, sinò fa insteso”, che era come dire, “pagami con quello che sei in grado di mettere insieme, anche niente”, oppure “dammi quello che tu ritieni che il mio lavoro meriti”. L’oggetto o il servizio acquisiva, cioè, valore secondo le possibilità o le disponibilità dell’acquirente e qualche volta, non era raro, che venisse ceduto gratuitamente in cambio di un “valà, ca no mancarò”. Era la promessa di ricambiare alla prossima occasione, cosa che si verificava sempre, perché nessuno faceva finta di dimenticare il favore.
Questo spirito di solidarietà si è andato via via spegnendo, guarda caso, man mano che è aumentato il benessere e con esso l’egoismo e la voglia di possedere, fino alla presente smaliziata società che ha dato un prezzo ormai a tutto, anche ai sentimenti, anche alle ambizioni, oltre che ai bisogni.
Questa è una connotazione assai importante per capire come mai l’evoluzione economica del Polesine sia sempre stata in ritardo rispetto ad altre realtà venete di cui non è mai riuscita a stare al passo. Andrea Rossetto e Roberto Berveglieri, nel 1986, in Sudi Polesani scrivevano:
“L’artigiano polesano (…) conosceva poco o nulla al di fuori dei metodi e ai processi del suo mestiere; (…) egli non possedeva alcuna teoria capace di spiegare le sue azioni. La graduale penetrazione del metodo della ricerca scientifica nelle attività economiche della produzione e l’affermarsi dei metodi dell’analisi e delle misure precise in luogo dell’empirica abilità dell’artigiano costituiscono l’oggetto di un lungo sviluppo che si estende nelle applicazioni successive”
Per questo il nostro artigiano non divenne mai del tutto imprenditore e rimase prevalentemente ‘artista’.
Fino a cinquanta-sessanta anni fa, parlando di un artigiano, si parlava di un ‘artista’. Il calzolaio, il barbiere, il sarto, il falegname… erano ‘artisti’. Gli artigiani esercitavano un’arte, non un mestiere. E gli ‘artisti’ lavoravano tutti con propri attrezzi personali. Gli attrezzi dell’artigiano si dicevano anche ‘arte’, le ‘arte’ del mestiere.
Questi attrezzi potevano essere detti anche artegagni. Nella voce dialettale qualcuno potrebbe cogliere una sfumatura negativa, o dispregiativa. Invece no.
L’artegagno era uno strumento prezioso, creato dal bisogno e dalla fantasia dell’artista, dal desiderio di trovare la soluzione a qualche intoppo nel lavoro e l’artista allora con la sua creatività riusciva a elaborare uno strumento originale adatto solo alla sua mano. L’artegagno perciò era uno strumento creato per la funzione, finita la quale, non aveva più importanza e, alla morte dell’artigiano creatore, veniva dimenticato e distrutto, perché in mano ad altri non aveva applicazione né efficacia.
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Come citare questo articolo
Adriano Romagnolo. “Gli ‘artisti’ e l’ ‘artegagno’”. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/gli-artisti-e-l-artegagno/