Abbiamo già parlato¹ della religiosità popolare e dello stretto rapporto tra la liturgia della chiesa e forme rituali dalle radici antichissime. Non sarebbe, però, giusto ignorare il lato, per così dire, laico delle credenze, talvolta sconfinanti nella superstizione, e delle tradizioni che, sfidando i secoli, sono sopravvissute fino a poco tempo fa. Eccone alcune.
Nel Basso Polesine, in passato, si affidava il compito di costituire il “doppio vitale” di una persona ad un albero che veniva piantato il giorno della sua nascita. In qualche luogo, poi lo si sradicava il giorno della morte.
Oggi questa usanza è ancora viva in Argentina, dove si pianta un’araucaria a ogni nuova nascita.
Mi raccontava mia nonna, nella sua bella parlata, anche di cerimonie strane, particolari che si tenevano in Polesine per rendere ossequio al sole per la sua presenza ed efficacia nel corso dell’anno.
Anche altre persone avanti negli anni mi hanno confermato che “na olta se fasea cusì”.
Il termine dotto per designare la cerimonia del ringraziamento e l’invocazione di una rinnovata protezione è circumambulatio sacrale. Accadeva a Concadirame. L’ultima sera di maggio, dopo la recita del rosario si svolgeva sull’argine dell’Adige una processione durante la quale, a intervalli prestabiliti, si accendevano dei fuochi, 5 per la precisione, su torce formate da 2 pali incrociati avvolti da sterpi secchi e irrorati di petrolio.
Il punto d’arrivo della processione erano due torce piantate in mezzo all’argine, accese all’arrivo del corteo che, qui giunto, girava intorno (circumambulatio) al rogo e ritornava, procedendo in senso inverso, al punto di partenza. Era il giro di sacralizzazione del segno solare, propiziatorio per l’imminente raccolto.
Sempre a Concadirame un rito di ringraziamento al segno solare era costituito dalla disposizione a cerchio sull’aia dei sacchi di frumento trebbiato con in mezzo una lunga tavolata che accoglieva tutti gli addetti alla “meanda”, cioè alla mietitura.
A lato veniva acceso un fuoco attorno al quale danzavano i più giovani. Era la così detta ganzega.
Anche a Pontecchio si faceva ganzega dopo il raccolto del grano, ma si svolgeva in modo diverso. Acceso un gran fuoco, gli uomini si disponevano intorno con un bicchiere colmo di vino; facevano la libagione, bevevano metà del liquido, l’altra metà veniva solennemente versata nel fuoco.
Sempre a Concadirame si ripeteva il rito sopradescritto dopo la raccolta e spannocchiatura del “formenton” (non si chiamava ancora “mais”) con la differenza che il fuoco era acceso a strisce, 4 per 2 lati dell’aia, e i ragazzi dovevano saltarle senza far toccare dal fuoco la pannocchia che tenevano in mano. Il superamento della prova assicurava il diritto di scegliersi la ragazza con cui danzare.
Ganzega erano usi fare anche i muratori quando arrivavano alla copertura di una casa in costruzione, ma, in tal caso, era più una festa che una cerimonia di ringraziamento, e mancava del tutto la presenza purificatrice del fuoco.
A questo punto non si può proprio dimenticare un’usanza un po’ pagana un po’ cristiana, di cui parla anche Sant’Agostino: “i fuochi di San Giovanni” che venivano accesi la notte della vigilia del giorno, dedicato al santo, il 24 giugno. Dalla montagna al Po le campagne parevano un cielo stellato sceso in terra.
Alti pali, i più alti possibile, erano infissi nel terreno e fasciati di sterpaglia secca e “canne” che, una volta accese, lanciavano guizzanti lingue di fuoco nel buio notturno ardendo fin quasi all’alba, momento in cui i fuochi morenti sembravano consegnare alla luce rinvigorente del sole la natura tutta e, in particolare, l’acqua notturna, ovvero la rugiada, ritenuta benefica perché era quella che “preparava” la natura nel giorno della maturazione solstiziale.
Perciò era indispensabile raccogliere la rugiada e le erbe salutari nella notte dal 23 al 24 giugno. E tale era la convinzione dell’efficacia della rugiada che – come ci informa una relazione d’epoca – in molti luoghi accadeva che “si rotolano tutt’ignudi per la rugiada, credendo di non stare offesi dai mali attaccaticci”².
Certo, oggi quest’usanza al limite della superstizione non esiste più, ma in erboristeria si producono ancora pozioni e pastiglie a base di “erba di San Giovanni” la ben nota melissa che può essere tagliata solo in questo ristretto periodo dell’anno.
Altra usanza di fine giugno, che sta per sparire dalla memoria, è quella di trarre gli auspici dall’albume dell’uovo. Si procedeva così: in una bottiglia dal collo largo quasi riempita d’acqua si lasciava cadere un albume. Il recipiente doveva restare su un davanzale tutta la notte, per procedere l’indomani all’importante verifica: se la “figura” che l’albume aveva assunto rapprendendosi nell’acqua assomigliava anche vagamente a un uomo in barca, si diceva che “S. Piero l’è vegnù in barca”.
E S. Pietro, arrivato in barca, portava fortuna per tutto l’anno. Una credenza ancora diffusa intorno agli anni ‘50 del secolo scorso quando si ripeteva lo strano rituale in occasione della ricorrenza dei santi Pietro e Paolo, il 29 giugno.
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Come citare questo articolo
A. M. A.. “‘Na volta se fasèa cussì”. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/na-volta-se-fasea-cussi/