Pubblicità

STORIA - TRADIZIONI

Il 1866 di Alberto Mario

La Terza guerra di Indipendenza e il ritorno del patriota a Lendinara e nel Veneto liberato

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 54 2017 pp. 52–55

Il 1866 fu sicuramente un anno importante nella vita di Alberto Mario che, dopo 18 anni di esilio dalla sua terra, a conclusione della Terza guerra di Indipendenza, poté finalmente tornare a Lendinara, la sua città di origine.

Ma andiamo con ordine, iniziando proprio dall’avvio del conflitto – che doveva concludersi con la liberazione del Veneto – a cui prese parte anche il patriota lendinarese.

Le operazioni militari

Già inquadrato tra i volontari garibaldini fin dalla Spedizione dei Mille¹, Alberto Mario (1825-1883), che al tempo viveva a Bellosguardo di Firenze con la moglie Jessie White, si mise subito a disposizione per le operazioni militari coordinate da Garibaldi. Dovette però accettare con una certa ritrosia il compito assegnatogli, giacché questo non fu, come si aspettava, a fianco del Generale nelle valli delle Alpi², ma in un quadrante non di primo piano, che sicuramente rappresentò una sorpresa per il lendinarese ufficiale garibaldino.

E’ questa una pagina poco nota non solo nella biografia del Mario, ma anche nell’ambito delle operazioni della Terza Guerra di Indipendenza. La memoria ci viene trasmessa da Jessie White, custode dei preziosi documenti riguardanti la vita del marito, nonché sua prima e devota biografa dopo la morte avvenuta il 2 giugno 1883³.

Ebbene, il teatro delle operazioni, nell’ambito del quale Alberto Mario ebbe il ruolo di Capitano Maggiore del corpo dei volontari, fu rappresentato dalle acque del lago di Garda. Un quadrante a quanto pare giudicato secondario dal Mario, il quale ebbe fra l’altro a vivere una transitoria situazione di tensione con un superiore, tanto da indurre lo stesso Garibaldi ad intervenire, pregando caldamente il volontario lendinarese di non demordere, sottolineando come l’incarico affidatogli fosse di somma importanza ed anche pericoloso, come si legge nella seguente missiva:

Mio Caro Mario, Ho scritto al generale Avezzena. So che vi stima assai, come meritate; non può dunque che appoggiare l’opera vostra, non mettervi ostacolo con deliberato proposito. L’inconveniente da voi deplorato non si ripeterà in avvenire, ne sono certo. Vi prego perciò di rimanere. Appunto perché è un posto di pericolo ed un incarico di somma importanza, l’ho affidato a voi. Gli è soltanto questa considerazione che mi fa protrarre la soddisfazione di avervi presso di me. Credetemi. Darso, 23 luglio 1866 Vostro G. Garibaldi

E Mario restò al suo posto, rendendosi compartecipe di operazioni militari di un certo rilievo, tanto da essere successivamente segnalato (13 febbraio 1867) presso il Ministro della Guerra per l’assegnazione di una medaglia d’oro al valor militare, dal Generale Nicola Fabrizi, capo di stato maggiore dell’esercito di Garibaldi.

Nella sua relazione il Fabrizi sottolineava fra l’altro come nelle acque del lago “la flottiglia nostra tenesse sempre in iscacco la flottiglia nemica, non solo, ma in ogni incontro fosse sempre essa l’aggressiva. Infatti le cannoniere nemiche sempre dovettero ritirarsi, profittando della forza delle macchine che il più delle volte le rese sicure”. Nella relazione del Fabrizi vengono inoltre evidenziati sia i meriti pregressi del Mario, sia il comportamento esemplare nel ruolo rivestito nell’ambito delle operazioni lacustri: “Il cap. Mario ottenne il proprio grado fin dal 1860 nella Campagna meridionale. Ufficiale completo per una estesa cultura, per un intelletto educato a severi studi, si rese rimarchevole per uno slancio intraprendente, che trovava nell’esecuzione la massima calma ed assennatezza di giudizio col più deciso valore (…)”.

Il ritorno a Lendinara

Cessate le operazioni militari, in attesa della firma del trattato di pace, Mario ottiene una licenza, e subito intende far visita alle località per lui più importanti del Veneto da poco liberato. Partendo ovviamente dalla sua città natìa, come ci ricorda Jessie White che descrive tutta l’emozione del marito nel tornare nella sua terra dopo 18 anni di esilio.

Mario aveva lasciato il Veneto nel 1848, dopo l’insurrezione di Padova, a cui aveva attivamente partecipato, ed in seguito alla quale il suo nome era stato inserito dalla polizia asburgica nella lista dei ricercati. Allora aveva 23 anni, soggiornava a Padova dove era iscritto all’università ed aveva iniziato a frequentare un circolo patriottico, camuffato da ritrovo per musicisti dilettanti.

A conclusione della Terza guerra di Indipendenza, Mario tornava nel Veneto 41enne, ormai uomo fatto, con molteplici esperienze in vari settori, soprattutto nell’ambito del giornalismo. Personaggio rispettato nel mondo della cultura e della politica a livello nazionale, con all’attivo la pubblicazione di vari scritti seguiti anche all’estero grazie alle traduzioni della moglie⁴.

Da quel lontano 1848, che l’aveva visto giovane barricadero nell’insorgenza padovana, era maturato molto: aveva approfondito i principi patriottici approdando ad un’idea federalista dell’Italia unita, si era sposato (1857) con l’esuberante giornalista inglese⁵, sempre al suo fianco sia nei campi di battaglia che nelle iniziative giornalistiche e socio-culturali. Insieme avevano deciso di stabilire a Firenze – frattanto nominata capitale d’Italia (1864) – la loro residenza, allacciando relazioni con personaggi di rilievo nel campo della cultura, ad iniziare da Giosuè Carducci che con i coniugi Mario mantenne saldi rapporti per tutta la vita.

Dunque Mario – che ancora ragazzo, da ricercato dalla polizia austriaca, aveva lasciato il Veneto in una giornata tumultuosa⁶ – ora tornava nella sua città da personaggio di spicco, apprezzato per le sue idealità, l’alto senso morale e l’impegno di vita.

Quel giorno, nel suo animo, tutto il travaglio di una lontananza imposta dagli eventi, che avevano dato una svolta inimmaginabile alla sua vita.

Nella carrozza, che si sta approssimando a Lendinara, egli non può celare più di tanto la propria emozione. Se ne avvede la moglie Jessie White che gli è al fianco. Ecco la sua descrizione:

Avvicinandosi alla città, stette muto con l’occhio fisso all’orizzonte, ove finalmente comparve il campanile. Quella vista e il subitaneo ricordo che né il padre né la madre festeggerebbero il suo ritorno⁷ lo trafissero come spasimo acuto: impallidì per modo che ne rimasi spaventata: di che accortosi sorrise e disse “Ritorno con te, e basta”.

Prima di giungere a Lendinara quei buoni e cari cittadini gli vennero incontro con la banda e torcie dandogli un ben tornato dal cuore, e tutti vollero accompagnarlo alla casa dello zio, dove, probabilmente per la prima volta, gli aristocratici parenti ed amici si trovarono sotto lo stesso tetto coi falegnami e coi ciabattini, colle camicie rosse e con le camicie non tutte di bucato⁸. Egli fu ‘Berto’ per tutti, e da tutti baciato e ribaciato, e di ciascuno egli ricordava il cognome e soprannome; e superbo era assai di appartenere a città che, piccola com’era, aveva dato 150 soldati volontari alla patria.

Io, seduta in un angolo, tergevo le furtive lacrime di commozione e di contentezza per quel momento di soddisfazione accordatogli dopo tanto patire. Partita la comitiva, Alberto, rivoltosi alla zia che, dritta come un fuso, e freddamente cortese con tutti, non mi sembrava molto edificata dalla compagnia, disse: “Vorrei una spazzola e un po’ d’acqua alle mani: il vento ci ha coperto di polvere”

Ed essa: “Lavati anche il ‘muso’ ben mio, dopo quei sozzi baci!” E qui grandi risa anche dello zio, un po’ meno aristocratico, e dell’altro zio Cesare, soldato di Napoleone I decorato della medaglia di S. Elena e ‘gran suonatore di violino’, dal quale Alberto aveva preso quel gesto, noto a tutti gli amici suoi, di suonare un violino immaginario ogni volta che qualcuno dicesse o facesse una fanfaronata.

Ed ecco una nuova delusione pel povero Alberto. L’Austria, come a tutti gli emigranti, aveva sequestrato a lui pure il piccolissimo patrimonio. Non ostante il testamento olografo del padre, fu escluso dalla casa e dal ‘brolo’ de’ suoi sogni. Quello strappo fatto al suo cuore sanguinava sempre: non volle vivere a Lendinara in casa presa in affitto⁹, e decise di tornare a Bellosguardo.

A Padova e Venezia

Ma prima di lasciare il Veneto, altre due tappe a Padova e Venezia.

Continua così il ricordo di Jessie White che descrive l’arrivo a Padova, … ove visitammo tutti i luoghi della ‘cara gioventù’, e mi fece vedere, al caffè Pedrocchi – regalo degli Austriaci agli studenti – le palle di fucile dell’8 febbraio ’48. E volle pranzare nella camera di sopra, ove pranzavano sempre gli studenti (…). In questa occasione fra l’altro Mario ebbe a compiere un duro intervento nei confronti di due avventori graduati che sparlavano di due stimati compagni di milizia e vita quali Bertani e Acerbi. Concluso l’intervento di biasimo …mise loro davanti la sua carta da visita e ritornò pacifico a desinare. L’ufficiale maggiore dei due, dopo essersi consultato col compagno a bassa voce, venne a dirgli: “Abbiamo parlato delle dicerie altrui. Ella che conosce questi signori ci ha convinto che erano calunniati”. E si strinsero la mano.

Lo scritto di J. White poi così prosegue:

Venezia, unica città dove la realtà corrisponde all’ideale, m’incantava: e per me fu contagioso il delirio dei Veneti che, dopo diciotto anni di incessanti domande “I va, I va?”, visto partire dalla laguna l’ultimo austriaco, esclamarono con una sola voce prorompente dal cuore di tutto un popolo: “I ze andai”. Ma fu amara cosa per Alberto veneto, che ricordava le migliaia di veneti morti per l’Italia, il vedere “gettata come osso al cane” quella nobile provincia italiana dall’Austria a Napoleone III e da costui al re d’Italia¹⁰. Non volle, non poté assistere alla restituzione formale!, anzi ne ammalò di rabbia e di bile, e quasi quasi se la pigliava con me che, prosaicamente anglicana, mi accontentavo del fatto compiuto, vedendo sventolare sulle lagune il bel tricolore, invece del giallo-nero abborrito.

Il ritorno a Firenze

Finite le sue faccende a Salò e riuscito a far eleggere Garibaldi deputato a Lendinara – continua il ricordo di Jessie White – Alberto ritornò meco a Bellosguardo; ove seppe con grande suo rammarico che Garibaldi era venuto con l’intenzione di esserci ospite e che, per un ritardo del suo telegramma, era disceso in città a casa di Crispi.

Alberto non si diede pace pel contrattempo se non quando, nella primavera del ’67, Garibaldi inaspettatamente ritornò e stette con noi fino al giorno in cui si mosse a fare un giro nel Veneto, dove colla famiglia sua e il colonnello Acerbi l’accompagnammo…

Siamo nel febbraio del 1867, come ricorda la targa infissa a Rovigo sulla facciata di palazzo Angeli, dal cui balcone centrale il Generale parlò alla folla dei rodigini assiepati lungo la via. Un analogo bagno di folla si ripeté poi a Lendinara, dove Garibaldi – giunto in carrozza con a fianco Jessie White – tenne il suo discorso dal balcone di palazzo Dolfin, nel quale si trattenne qualche giorno ospite del sindaco Domenico Marchiori.

Furono giornate di grandi entusiasmi, ma ’67 fu anche l’anno che vide lo sfortunato tentativo di Garibaldi di forzare le difese di Roma con l’obiettivo di riunire la città eterna all’Italia. Come è noto le squadre garibaldine furono fermate a Mentana (3 novembre 1867) dai chassepots francesi.

Alberto Mario si era dichiarato non disponibile a questa impresa, ritenendola non sufficientemente preparata, ma – come ricorda ancora la White – alle prime schioppettate si presentò in armi con l’amico Bertani. Durante gli scontri “Alberto, nominato da Garibaldi vice-capo di stato maggiore – sottolinea ancora Jessie White – non fu mai da lui diviso se non quando il Generale, dopo Mentana venne arrestato dai carabinieri reali sul territorio italiano…”

L’obiettivo di rendere Roma capitale d’Italia doveva attendere ancora tre anni e realizzarsi in seguito alla famosa “breccia di Porta Pia”. Ma questa è un’altra storia.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Il 1866 di Alberto Mario”. Ventaglio Novanta, n. 54, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-1866-di-alberto-mario/

Pubblicità