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STORIA - TRADIZIONI

Il Crocefisso detto “di Lepanto”

Ad Adria, tra i reperti del Museo della Cattedrale, un’importante opera del XVII secolo proveniente da Creta

di Aldo Rondina

Ventaglio Novanta n. 54 2017 pp. 56–59

Chi avrebbe mai detto che Adria potesse custodire un Crocifisso del XVII secolo proveniente dall’Isola di Creta? Di certo, il visitatore che sale al piano superiore del nuovo Museo della Cattedrale, rimane vivamente impressionato da una insolita immagine del Redentore nella accezione del “Cristo patiens”.

Nel 1975, nel corso di una visita in Cattedrale, la Soprintendenza di Venezia rilevò che il Crocifisso su tavola detto “di Lepanto”, a causa del tempo e delle condizioni ambientali avverse, aveva subìto gravi danni con numerosi sollevamenti della pellicola cromatica; per cui, seduta stante, venne deciso un immediato intervento di restauro.

La particolare disponibilità della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici del Veneto e la sollecitudine del dott. Filippo Trevisani, responsabile della struttura, consentirono l’invio a Roma del prezioso manufatto, che venne affidato all’Istituto Centrale del Restauro, sotto l’egida del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali.

Il Crocifisso (su tavola sagomata di abete, di 93,3 x 96 cm.) fu restituito alla Cattedrale nel 1984, dopo essere stato esposto da maggio ad ottobre nella Mostra “Restauri in Polesine”, aperta presso l’Accademia dei Concordi.

La sacra immagine del Cristo sofferente, resa stupenda dal dosaggio cromatico nel quale prevale l’uso sapiente della doratura, “appare contrassegnata dai simboli ‘IC XC’, equamente suddivisi sulla porzione dei bracci della croce, a sinistra e a destra, fra l’aureola e le palme delle mani inchiodate, che in greco significano ‘Gesù Cristo’”. Si può dire che, per chi come noi è abituato a pregare davanti a crocifissi intagliati alla maniera occidentale, questa si presenta come un’immagine un po’ insolita. Infatti, ebbe a precisare il dott Trevisani, “.. questa immagine, denominata senza alcun fondamento ‘Crocifisso di Lepanto’, è realizzata con il più chiuso codice figurativo che fa capo alla scuola greco-italiana”. Classificazione questa, usata dagli storici per definire una ramificazione, tarda, proveniente dalla grande fioritura dell’arte bizantina nel suo secondo periodo d’oro (sec. XV-XVIII).

L’impronta italiana è chiaramente riferibile all’influenza veneziana esercitata nell’isola fin dal 1204, quando entrò nei possedimenti marciani all’epoca della IV crociata.

Sempre con riferimento alla nostra immagine, risultano di particolare interesse alcune osservazioni fatte dallo studioso Trevisani quando espone in maniera sintetica alcuni particolari dell’opera. “La pellicola pittorica, scrive, è stesa su ambedue le facce, in modo da ottenere un davanti e un dietro, di una tavoletta di legno sagomata e dagli spigoli stondati”. In queste poche righe può considerarsi riassunta la peculiarità del nostro Crocifisso che, con il supporto di inoppugnabili documenti d’archivio, ha persino offerto all’attento ricercatore, l’opportunità di individuarne l’autore in quell’Emanuele Tzane (1610-1690), documentato a Venezia nel 1659 come curato di San Giorgio dei Greci.

Notizie sulla provenienza

Agl’inizi del Settecento, le conoscenze sulla provenienza del prezioso crocifisso davano due versioni, aventi entrambe come punto di partenza l’isola di Creta e, come destinazione finale, la Cattedrale di Adria.

In breve sintesi, una versione ne attribuiva il trasporto da parte di mons. Stefano Penolazzi, adriese e vescovo di Retimo (una delle diocesi di Candia), rientrato alla sua città perché bisognoso di cure e morto all’età di 74 anni, nel gennaio 1641.

L’altra versione – che poi ha trovato ulteriori conferme – assegnava il merito del trasferimento dell’opera al cappuccino padre Domenico Guarnieri. Nel 1669 il frate fu infatti costretto al rientro in patria, lasciando il ministero esercitato da molti anni, quando l’isola cadde in mano ai turchi ottomani dopo un lungo assedio ventennale.

La provenienza “Guarnieri” può oggi fregiarsi anche della citazione nel verbale di Visita Pastorale compiuta in Cattedrale il 21 aprile 1703 dal Vescovo Filippo del Torre (1702-1707).

Il manoscritto in lingua latina (pagina n. 1/bis) è ricco di particolari. Dapprima spiega la disposizione della Tribuna della vecchia Cattedrale, soffermandosi poi a descrivere l’abside con i quattordici seggi in legno di noce destinati ai canonici, al centro dei quali si ergeva la Cattedra episcopale. A questo punto il verbale si sofferma a descrivere il nostro Crocifisso usando proprio queste espressioni: “(..) sopra la Cattedra del Presule è collocato il Santissimo Crocifisso trasportato dalla Cattedrale di Creta fino a qui e donato a questa Chiesa (Cattedrale) dal Padre Domenico dell’ordine dei Cappuccini, della Famiglia Guarnieri di questa città”, ritornato in patria a seguito dell’invasione del “fiorentissimo regno di Creta caduto in mano musulmana”.

Lo storico adriese F.A. Bocchi (“La sede episcopale di Adria veneta”, pag. 184) riferisce lo stesso particolare ed aggiunge, come del resto riporta il verbale del Vescovo Torre, che per antica consuetudine la nobile Famiglia Guarnieri esercitava all’interno della Cattedrale il patronato sulla cappella dedicata al Crocifisso posto nel secondo altare a destra della chiesa, databile secondo gli esperti alla fine del XV, inizi XVI secolo.

Uomo di profonda cultura, il Vescovo Torre dedicò buona parte delle sue energie allo studio della storia in generale e, in questo contesto, volle anche approfondire alcuni aspetti della storia di questa diocesi. Quando fu informato dell’esistenza nella sua Cattedrale di un Crocifisso che si ispirava alla parte più pura dell’arte bizantina, volle conoscere a fondo le origini di questa devozione, attingendo direttamente le notizie sulla provenienza del prezioso reperto dalla nobile Famiglia Guarnieri, dimorante nella città episcopale.

Una volta raccolte tutte le informazioni sulla sacra immagine, da persona di grande scrupolo qual era, mons. Torre colse l’occasione della Visita Pastorale per sancire quanto era venuto a sua conoscenza e trasmettere queste note storiche ai suoi successori. Dal canto suo la Famiglia Guarnieri conservò per molto tempo ancora il patronato sulla cappella del Crocifisso.

Note sulla Famiglia Guarnieri

Provenienti da Ferrara, i Guarnieri ebbero grande visibilità con Rinaldo (1430-1507), riformatore degli Statuti di Adria e Corbola nel 1441. Rinaldo, che fu anche Rettore dello Studio di Ferrara (1459), a partire dal 1494 esercitò in Adria la professione medica.

Nei secoli successivi altri membri della Famiglia si distinsero in vari campi, spaziando dalla musica, alla letteratura, all’attività forense.

Per semplicità ricordiamo solo i contemporanei, distintisi nei rispettivi settori. Musica: Antonio Guarnieri, Maestro Direttore d’orchestra di fama internazionale e i fratelli Luigi, contrabassista e insegnante di contrabasso al Benedetto Marcello, Francesco, compositore e violinista, Guglielmina, violinista. In campo letterario: Romano Guarnieri, glottologo di fama internazionale che, con un suo metodo particolare, riuscì ad introdurre la lingua italiana in Olanda ed in altri Paesi del nord Europa. In campo forense: Giuseppe Guarnieri principe del Foro rodigino e il figlio Aldo che, senza mai abbandonare la nobile professione, resse le sorti del Comune nel periodo 1933-1935.

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Come citare questo articolo

Aldo Rondina. “Il Crocefisso detto “di Lepanto””. Ventaglio Novanta, n. 54, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-crocefisso-detto-di-lepanto/

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