Il complesso dell’Amolara di Adria, nato nella seconda metà del XIX secolo come importante idrovora in grado di smaltire in Canalbianco le acque piovane di un vasto comprensorio del Polesine centro-orientale, dal 1992 aveva esaurito la sua funzione, registrando un periodo di evidente decadenza e di rapido deterioramento.
A salvare l’originale struttura da una fine indecorosa è intervenuto un progetto, su ideazione della Coop. Turismo & Cultura e curato dal Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco proprietario dell’immobile, che ha ottenuto il sostegno della Regione Veneto ed ha visto in breve tempo una completa ristrutturazione e riconversione del complesso.
L’Amolara è così tornata a vivere, adibita a nuove funzioni, di cui le prevalenti sono legate all’attività turistica, con particolare riguardo all’aspetto ricettivo e museale. Come si è avuto modo di parlare in precedenti interventi su questa rivista, è stato attivato un Ostello ed avviato il Septem Mària Museum, dedicato alla civiltà delle acque, di cui la bonifica rappresenta uno degli aspetti più significativi, e alla conoscenza della storia della zona con particolare riguardo al profilo geologico e naturalistico.
Ora un nuovo capitolo si è aperto all’Amolara: l’inaugurazione di un grande murale, realizzato dal pittore adriese Elvio Mainardi all’interno dell’Ostello, sulla parete di fronte all’entata principale. Un’opera di sicuro talento che si inserisce perfettamente nel percorso museale che dovrà completarsi con la realizzazione di un Archeoparco all’esterno del monumentale complesso.
Ma lasciamo la parola al prof. Umberto Tessari che ci illustra gli aspetti artistici e descrittivi dell’opera:
“E’ un mirabile racconto visivo che prende avvio dai silenzi delle capanne preistoriche barenali, per approdare alla città moderna su cui campeggiano i campanili della cattedrale e della chiesa di S. Maria Assunta della Tomba. Una sintesi difficile da realizzare, attenti ad evitare la trappola dei luoghi comuni e quella della “retorica” sentimentale, spesso, purtroppo, implicite nei capitolati commemorativi, delle committenze. Mainardi ha affrontato coraggiosamente le dimensioni notevoli della parete; ha disposto le sezioni visive con finestre a trittico, intersecanti, recuperando storicamente le impaginazioni degli antichi polittici veneziani, un legame, questo, che sottolinea anche la continuità culturale delle immagini. Con un disegno forte, incisivo, privo di distrazioni decorative, ha interpretato il lavoro duro della campagna; lo scavo e l’arginatura dei canali di smaltimento delle acque; l’avvento secolare della maternità e della prima educazione dei figli; la stesura dei “patti”; i momenti di sosta e di riflessione, necessari per alimentare consapevolezza e decisione. Il pittore, gran esperto nella figurazione, ha cercato, quindi, in ogni tratto, di amalgamare il vigore caratteriale dei personaggi presenti, con una particolare tipologia d’ambiente; ha ricreato l’affanno delle ore difficili e lo ha collocato entro paesaggi che alternano alla pesante atmosfera operativa, serene oasi di luce. E con le luci, affidate ad una attentissima regia distributiva, ecco il colore; quel raffinato, eloquente colore, portato a codici di moderno espressionismo, che costituisce la nervatura essenziale dell’intero dipinto.
Come farebbe un musicista, componendo un “poema sinfonico” o una “rapsodia” per orchestra, così Mainardi attrezza la sua parete in chiave di risonanze grafiche emblematiche e di tessiture cromatiche, affidate spesso alla magia dei toni complementari.
Davvero, questa, è una importante opera d’arte, sincera e attualissima, che onora la Committenza e l’intera città di Adria; un’opera che, lo si tenga ben presente, non potrebbe essere perfettamente compresa, nè valutata in giusti termini, se non si sono precedentemente capiti e partecipati tutti i parametri di umanità sofferta, che hanno disegnato il profilo storico e geografico del Polesine.
Le generazioni future troveranno, dunque, in questo murale, la piccola Bibbia di una città che fu gloria degli Etruschi e di Roma, castello militare e centro commerciale dell’Esarcato; emporio veneziano, sede di una tra le prime Accademie di Umane Lettere; sede oggi di un prestigioso Museo Archeologico Nazionale.
Plinio il Vecchio potrebbe ritenersi soddisfatto per aver descritto con tanta diligenza e amore la terra polesana, nella sua “Naturali Historia”; Elvio Mainardi ha concluso brillantemete il ciclo, donandoci questo straordinario monumento artistico che riassume tutti i capitoli del lungo racconto. Gliene siamo profondamente grati, e formuliamo l’augurio che molte persone possano sostare, davanti a questo dipinto, attente a capire, godere il mistero dell’arte, fare memoria di un passo tra i più significativi della storia comune, veneta e italiana.
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U. T.. “Il murale della bonifica”. Ventaglio Novanta, n. 25, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-murale-della-bonifica/