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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Il Palazzo di Villa Estense

L’importante dimora rinascimentale voluta da Ercole San Bonifacio, copia unica della Palazzina Chigi alla Lungara di Roma

di Maria Cristina Rossin Ardit

Ventaglio Novanta n. 50 2015 pp. 40–43

Bisogna spostarsi a nord dell’Adige, lungo la strada che da Lendinara porta a Este per trovare, a Villa Estense, un importante palazzo che appartenne ai San Bonifacio. Per vie ereditarie la nobiliare costruzione è giunta a Maria Cristina Rossin Ardit, che ce ne parla in queste pagine del Ventaglio, partendo proprio da Lodovico III San Bonifacio che, stanco di combattere e desideroso di coltivare gli studi filosofici, si ritirò nella sua dimora lendinarese.

La famiglia dei San Bonifacio, di origine Franca, inizia la sua fortuna con Milone nel X secolo. Nel secolo XII è presente in Polesine come alleata degli Estensi e dei Cattanei nella difesa del territorio, parteggiando per i Guelfi nella lotta per le investiture e la dignità imperiale.

A Lendinara si dice che il cinquecentesco Palazzo Dolfin, ora Marchiori, sia stato costruito sui resti di una residenza dei San Bonifacio. Un’altra tradizione vorrebbe invece che il palazzo dei San Bonifacio sorgesse alla destra dell’Adigetto, dove tuttora trovasi l’arco ogivale, superstite testimonianza di un’antica rocca difensiva. A parte la tradizione, nella cittadina polesana niente di concreto ricorda una dimora dei San Bonifacio.

I San Bonifacio

Figlio di Rizzardo San Bonifacio detto Postumo, già podestà di Padova, e di Ailisia Lambertini, Lodovico III agli inizi del 1400 aveva proprietà a Villa di Carmignano (oggi Villa Estense). Combatté per i Carraresi e per Nicolò III d’Este, poi si ritirò a Lendinara a coltivare i suoi studi e relazioni epistolari con teologi e umanisti.

Lodovico III sposò in seconde nozze Francesca da Fogliano, vedova di Ottobon de’ Terzi signore di Parma e Reggio, la cui figlia Margherita fu impalmata da Marco Regolo, figlio di primo letto di Lodovico. Il doppio matrimonio fu favorito dal marchese d’Este e, grazie a questa politica matrimoniale, i San Bonifacio ottennero la conferma del feudo di Villa Bartolomea che apparteneva ad Ottobon de Terzi.

Il racconto della cruenta morte di costui a Rubiera, pugnalato da Michelotto Attendolo in un incontro organizzato da Uguccione de’ Contrari, entrambi emissari di Nicolò III d’Este, conferma la politica estense volta a tenere sotto controllo amici e nemici. Sono gli anni in cui in Italia si vanno consolidando i principati e il “mestiere della armi” è esercitato da condottieri e capitani di ventura.

Francesca da Fogliano era figlia di Carlo e di Isotta figlia naturale di Bernabò Visconti.

In omaggio a Casa d’Este, i discendenti di Lodovico III San Bonifacio e Francesca da Fogliano si chiamarono per molte generazioni Lionello, Borso, Ercole.

Nella seconda metà del XVI secolo, un loro discendente, Ercole del ramo di S. Agata, canonico del Duomo e ultimo erede delle due linee padovane (le due veronesi erano delle parrocchie di S. Paolo e S. Toma), costruì a Villa di Carmignano – oggi Villa Estense – la propria residenza sopra un precedente castelletto medioevale.

La nobiliare dimora fu completata “con molta spesa et diligenza” nel 1597, come attesta l’iscrizione tuttora leggibile sulla facciata della Cappella e il successivo testamento in favore di Achille, figlio della sorella Alda e di Marco Regolo della linea veronese di S. Toma. Al nipote beneficiario, oltre che il palazzo di Villa di Carmignano, il canonico Ercole raccomanda nel testamento la sua casa veronese al Ponte alle Navi e la sua razza di cavalle.

Una passione questa dell’allevamento equino che passò anche agli eredi e in particolare all’ultimo discendente, il pronipote Elia Polcenigo Fanna San Bonifacio (che si firmava Sambonifacio), dalla cui seconda moglie Elisabetta Maraldo il palazzo di Villa Estense è passato in eredità al di lei nipote Pietro Ardit, mio trisavolo.

Il clima culturale

Per comprendere le motivazioni che stanno alla base della realizzazione del palazzo di Villa Estense, è utile iniziare da uno scritto di Giulio San Bonifacio del ramo veronese di S. Paolo, il quale nella seconda metà del XVI° secolo scrisse la Prammatica, una guida per la famiglia da tramandarsi di generazione in generazione. Tra le altre indicazioni, vi si leggono le regole per la costruzione delle residenze familiari, cui il cugino Ercole si è scrupolosamente attenuto: “[…] le fabriche grandi et honorate perpetuano i nomi de i fabricatori […] le Case fuori di città […] sieno […] delitiose […] et tenute aperte, et mostrate a tutti con cortesia […] la vista sola di una facciata a la grande presso a i Forestieri vi dà fama e nome”.

Il modello di riferimento va rintracciato a Roma: la Palazzina Chigi alla Lungara opera di Baldassarre Peruzzi.

Va infatti detto che a Padova erano conosciuti, studiati e copiati i monumenti romani e i progetti realizzati a Roma nella prima metà del 1500, dalla cerchia guidata da Alvise Cornaro e influenzata dal Falconetto, autore dell’Odéo Cornaro nella zona del Santo e della Villa dei Vescovi a Luvigliano.

Non esiste il progetto del Palazzo di Villa Estense, come non c’è quello del Palazzo di Padova in contrada S. Agata, ma sicuramente il Canonico Ercole San Bonifacio, proprietario di entrambi gli edifici, partecipava al dibattito e agli studi del gruppo e ha voluto, ricorrendo a maestranze e materiali locali, copiare una dimora romana splendida, che forse aveva visto e da cui era rimasto colpito.

La copia realizzata a Villa Estense non può competere con la bellezza dell’originale, caratterizzata dagli affreschi di Raffaello, Giulio Romano e dello stesso Peruzzi, ma è l’unica. Tutte le generazioni che hanno ereditato questo Palazzo San Bonifacio hanno mantenuto la sua singolarità architettonica, con consapevolezza e determinazione.

La struttura del Palazzo di Villa Estense

Il tuttora integro edificio di Villa Estense ha la pianta a U, poggia su un robusto zoccolo e si eleva per tre piani più la soffitta un tempo abitabile.

Le facciate dei piani superiori sono scandite da due ordini di lesene con capitelli tuscanico-dorici. La soffitta ha finestre ovali (le venete “bocarole”) secondo l’uso introdotto dal Sansovino.

Il pianoterra seminterrato scende rispetto alla strada di circa 40 centimetri. Le finestre inserite in una fascia a finto bugnato sono rientranti, quadrate e chiuse da inferriate.

All’interno le stanze e la lunga sala rivolta al cortile, delimitato dalle ali laterali, hanno soffitti con volte a botte o a crociera come quelli di alcune salette dei piani superiori e come dovevano esserlo altri prima dell’intervento nelle decorazioni, attuato tra la seconda metà del 1700 e il 1830, da Ercole figlio di Antonio e Angela Lazara, dal figlio Marco Regolo e dal nipote Elia Polcenigo e Fanna Sambonifacio, che scelsero la controsoffittatura a graticci secondo il gusto dell’epoca.

Una stanza del primo piano nell’ala di nord-est, che sovrasta la vecchia cucina dalla grande cappa alla base del rivellino, conserva il soffitto a travi e tavole intervallate secondo lo schema “un vuoto e un pieno”. I pavimenti sono in terrazzo veneziano, oppure a impasto di polvere di mattoni con tracce dell’antico pastellone, o in tavelline disposte a spina di pesce.

G.C. Bevilacqua (1775 – 1849) e la sua bottega hanno affrescato le stanze del piano nobile con disegni di tappezzerie, anfore e vasi, piccoli pavoni e fiori, finti cassettoni.

Il salone centrale è decorato da stucchi in marmorino di stile neoclassico. I camini sono torrette alte 3.50 metri con faccia di circa 82 centimetri. Lo spessore dei muri che sostengono il peso al centro dell’edificio è superiore al metro. Appartengono al XVI secolo le colonnine dei poggioli, identiche a quelle del palazzo Montivecchi e della parte più antica del Palazzo del Seminario a Padova, mentre la scalinata principale ne ripete la sagoma, ma i pilastri e l’impianto sono del secolo successivo.

Il materiale usato per i davanzali, le statue, i poggioli, le scale, gli angoli del cornicione, i mutuli a gocce sopra le paraste del secondo piano sono la pietra di Costozza o la gialla di Nanto (VI).

Al centro del cortile si trova la vera del pozzo scavata in un unico blocco di marmo rosso di Verona. Sotto le prime stanze del pianoterra a nord-ovest si trovano due pozzi, uno dei quali coperto dal pavimento è funzionante. In una stanza di passaggio dal rivellino al corpo centrale, nel muro adiacente al vano porta, c’è una canna fumaria più antica rispetto alle sei torrette.

Si dice che questo palazzo e altri – Villa Grompo, palazzo Descalzi alle Mottarelle, Villa Loredàn a Rotta Sabadina e il castello di Lendinara – fossero collegati da passaggi sotterranei. Non è realistico che i passaggi potessero essere così estesi e lunghi sotto canali e fiumi, ma certo esistevano collegamenti tra i rivellini e le torri di guardia, a vista e passaggi sotterranei brevi per consentire la fuga in caso di assedio.

Ciò che è certo è che nel palazzo di Villa Estense esiste un sotterraneo che corre dalla mura alla colonnina spartitraffico in via C. Battisti, altri due cunicoli partono dalle ali interne e vanno verso la corte, ma sono gli scarichi di due servizi di cui resta visibile uno a dimostrazione del suo utilizzo. Il rivellino è attualmente la vecchia grande cucina; nel 1100 era una torre di guardia staccata dal castello per consentire l’avvistamento del nemico e l’organizzazione della resistenza.

Nello storico complesso edilizio sono comprese la barchessa, la “caneva” con il brolo, la settecentesca “sedrara” in parte caduta, la cappella-oratorio con cripta in stile manierista dedicata a San Giuseppe.

Un disegno assonometrico del 4 febbraio 1788 conferma che la struttura non ha subito variazioni nei secoli e che la somiglianza con la raffinata dimora alla Lungara di Agostino Chigi è rimasta intatta.

Le visite del palazzo

Il 18 maggio scorso gli alunni della locale Scuola media hanno inaugurato l’itinerario Villa Estense – S.Elena – S.Urbano, proponendosi come guide. Si sono preparati, studiando e completando ricerche già avviate nel corso dell’anno e dei precedenti.

L’idea di preparare i ragazzi e di aprire al pubblico è stata rivolta dalla scrivente agli Amministratori del Comune di Villa Estense, che hanno concluso un accordo con gli altri Comuni e il Gal Bassa padovana, diventando promotori e finanziatori.

La mia proposta è partita dalla convinzione che, se si è motivati e coinvolti da piccoli, il nostro patrimonio storico architettonico e paesaggistico può sperare di essere salvato. Spero che questa generazione inizi un percorso positivo e costruttivo che fino a oggi ho visto affidato più alla determinazione e alla fatica dei volontari che alla conoscenza e volontà dei nostri governanti, nazionali e locali.

Per saperne di più e concordare eventuali visite: tel/fax 042991125 e-mail: cristina.rossin@gmail.com per gruppi e con prenotazione.

Chiudo questo mio contributo al Ventaglio con le parole di Victor Hugo: “in un edificio si hanno due cose: l’uso e la bellezza. L’uso appartiene al proprietario, la bellezza a tutto il mondo”.

Al proprietario oggi appartengono anche oneri pesanti, la conservazione e la tutela, le tasse e i costi della quotidiana manutenzione, spesso gestiti in solitudine e con fatica, in un Paese che non sa valorizzare il suo passato e troppo spesso non sembra interessato a costruire un futuro di civiltà e rispetto, ma solo a dominare un presente di avidità, sperpero e indifferenza.

Utilizzo dei contenuti

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Come citare questo articolo

Maria Cristina Rossin Ardit. “Il Palazzo di Villa Estense”. Ventaglio Novanta, n. 50, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-palazzo-di-villa-estense/

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