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STORIA - TRADIZIONI

Il Palazzo Pretorio di Lendinara

Sede del governo civico, prima estense e poi veneto, subì importanti rifacimenti nel corso dei secoli

di Alberto Marcomini

Ventaglio Novanta n. 64 2024 pp. 42–44

Quello che fu il castello della Lendinara medievale, dominato dalla possente torre di 25 metri, prospiciente l'attuale piazza Risorgimento (già Maggiore) sul lato Nord-orientale, è ancora oggi noto come Palazzo Pretorio, dato che per secoli vi risiedette il Governo civico, prima estense e poi veneto.

Sebbene sembri che già nel 1193 i nobili veronesi Cattaneo, presunti fondatori della città, avessero fatto erigere una fortificazione nella zona detta di Trivellino¹, le origini del castello di Lendinara risalirebbero all’epoca basso medievale. Anche la tradizione infatti, avvalorata poi dalla documentazione, stabilisce la fondazione del sito al XIV secolo.

Una data importante è il 1390 quando Francesco da Carrara, condottiero al servizio degli estensi, conquistò i feudi di Badia e Lendinara per conto di Alberto d’Este. Ebbe così inizio il periodo di dominazione estense, che durò quasi un secolo. Il duca, memore del recente intervento edilizio nella sua stessa Ferrara, decise di affidare ai suoi architetti il rifacimento dei ruderi del castello lendinarese raso al suolo, trasformandolo di fatto, in una delle dimore estensi dotate di loggiati, portici e cortili.

Dal racconto delle fonti archivistiche e dai resoconti dei viaggiatori, specialmente da quello di Marin Sanudo del 1484², sappiamo che originariamente il castello si presentava come una struttura quadrangolare circondata da «solo palificate, ovver steccate», cioè senza mura, rinforzate da terrapieni e fossati. Su queste palizzate, stando alla ricostruzione offerta da Cappellini, si aprivano quattro porte: due a sinistra dell’Adigetto, una verso Badia, detta Porta di Sopra (o di San Rocco), e demolita ad inizio Ottocento, e l'altra, che immetteva nel luogo del mercato, e perciò detta di Piazza (o Roverese). Un terzo passaggio, che fu demolito nel 1737, era alla destra dell'Adigetto, in direzione di Fratta e di borgo San Biagio (da cui il toponimo); l’ultimo varco, non nominato da Sanudo come tale, ma descritto come La Rocca, fu individuato da Cappellini in quel rudere che rimane sul viale della stazione ferroviaria, noto come Arco di Casteltrivellin. Ogni porta era sormontata da delle torri di guardia merlate, ma esistevano anche altre strutture a difesa dell’abitato, per la maggior parte poste in zona San Biagio.

Il complesso di palazzo Pretorio si componeva di due blocchi posti ad L sull'angolo nord-orientale della piazza: il fronte principale era posto ad occidente (fu demolito nell'Ottocento) ed ospitava gli appartamenti del Podestà, o Rettore, mentre il lato meridionale è quello giunto a noi in maniera frammentaria. All'angolo tra i due prospetti stava la torre più alta, detta Maistra, che dall’epoca estense, fino ai primi anni Ottanta del XX secolo, accolse le prigioni.

Al centro del castello vi era poi un alto mastio, come appare nelle cartografie più antiche, e agli altri tre angoli delle mura stavano altrettante strutture difensive verticali, ridotte in altezza, che crollarono nel tempo per incuria. Una di queste torri, «più antica, visto lo stile ben diverso, appartenendo forse al vecchio castello»³, chiudeva il complesso ad est, ed era detta della Campana dato che ne accoglieva quella civica per le adunate.

A seguito del sisma del 1689, che rase al suolo le mura medievali rimaste e il campanile civico, la campana fu spostata nell'attuale Torre dell'Orologio, l'antica porta Roverese adattata allo scopo; torre che poi nel 1784 fu dotata di una nuova campana, opera delle fonderie bresciane di Alberto Soleti. Di questo periodo – anno 1782 è la pianta del Marini conservata presso la Biblioteca comunale.

Quel che oggi ci si presenta come facciata principale del palazzo, era in origine ridotto della metà in estensione e l'attuale accesso al palazzo occupava il centro del fronte meridionale; anticamente il varco era dotato di un ponte levatoio che permetteva l'accesso dalla piazza al cortile interno del castello, solitamente occupato dalle guarnigioni del Podestà.

La Maistra accoglieva le segrete al primo dei cinque piani in cui era suddivisa, inoltre era luogo deputato al supplizio della corda. La costruzione è in diretto collegamento con la struttura più bassa che la fiancheggia, adibita a casa del guardiano al pianterreno, e ospitante altre celle ai piani sovrastanti.

Le merlature sopravvivono solo sull'edificio del custode, ma la torre, almeno fino all'Ottocento, ne era ugualmente dotata; fu oggetto di importanti rifacimenti tra il 1852 e il 1853 ad opera dell'impresa di Vincenzo Boraso⁴. Fu ancora ritoccata nel 1936, quando si procedette a rimuovere sia gli intonaci esterni, sia l'affresco mariano nella nicchia che oggi rimane vuota a metà del corpo del fabbricato; nello stesso anno fu aperta via Adua, e costruito il muro di cinta su cui fu apposta la Puazza⁵.

Seguendo i resoconti di metà Ottocento sopra citati, è possibile delineare un ritratto complessivo dello stato attuale del complesso – di fatto rimasto invariato da allora – ma al contempo avere notizie sulle preesistenze.

Varcato l’ingresso che dà sulla piazza, si accede ad un «portico con il soffitto a volta a crociera tuttora esistente»⁶, luogo nel quale si arrivava già passando dal grande portale sormontato da loggia che viene ricordato dalle fonti antiche e moderne sul prospetto occidentale, oggi demolito. In questo luogo coperto, che noi oggi definiremmo come atrio, si radunavano i cittadini, che potevano accedere al piano nobile tramite una scala in laterizio quattrocentesca, poi demolita e ricostruita al tempo delle dominazioni austriache, quando si optò per una risistemazione delle prigioni.

Un affresco illeggibile si nota in alto, dirimpetto la porta in cima alle scale.

Al pianterreno era la casa del custode sulla destra, mentre a sinistra l'accesso alla Torre, suddivisa in ambienti tavolati in abete ad uso di celle, tra loro collegati da scale in legno.

Sulla parete di fondo si apre un secondo portone, superato il quale si trova un piccolo giardino che comprendeva, oltre ad un orto, una tettoia in legno per la paglia, una vasca in mattoni per il letame e un pozzo in pietra⁷.

Salendo le rampe in pietra si entra prima in due locali ad uso del custode, e proseguendo, in quella che fu la cappelletta privata del Podestà (in seguito sala delle adunate).

L'oratorio, sito all'ultimo piano dello stabile, fu costruito nel 1509 dagli Estensi (come ricorda la targa dipinta in alto sopra la porta) ed era dedicato alla Vergine Maria; dinanzi all'ingresso rimane traccia di un affresco di Madonna con il Bambino per lungo tempo dato alla mano di Alfonso Aldiverti, ma oggi meglio riferito a Boccaccio Boccaccini, pittore emiliano maestro di Garofalo. L'attribuzione è sostenuta dall'uso di larghi e profondi paesaggi derivati dalla vicinanza alla pittura belliniana, e anche dall'uso tipicamente suo di realizzare visi con dei perfetti ovali, come nel nostro caso. La committenza è stata riferita al commissario ducale estense Ludovico Marcello, che si insediò durante le guerre tra emiliani e veneziani: quindi anche la datazione è da ritenersi ai primissimi anni del XVI secolo.

Nella stessa stanza dell'affresco mariano, appena sopra la porta d'ingresso dalle scale vi è una targa marmorea nera, circondata da stucchi un tempo completi di busto e policromi, che ricorda gli interventi di sistemazione dell'edificio da parte del Podestà veneziano Gerolamo Pizzamano (1665).

Dirimpetto, sulla parete dell'affresco, è un altro stucco riferibile al periodo di dominazione veneta, che come il precedente recava il busto del governatore, poi rimosso. Nella sala rimangono poi tracce di affrescature di periodi differenti (come le aquile austriache e alcuni puttini). Oltre la porta, sopra cui sta l'affresco estense, si apre una grande sala tavolata usata come prigione, come testimoniano gli anelli sul pavimento.

Lungo la scala che porta ai piani superiori esiste anche un altro affresco, una Crocifissione, ma è mal conservato.

All'ultimo piano dell’edificio si trova un ampio salone, sulla cui parete di fondo si inerpica una scala in legno che porta al sottotetto; in quest'ultimo locale le pareti mostrano lacerti di affresco.

Una costruzione complessa, dunque, che campeggia sulla grande piazza lendinarese, testimoniando la storia di epoche lontane, di cui va conservata la memoria.

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Come citare questo articolo

Alberto Marcomini. “Il Palazzo Pretorio di Lendinara”. Ventaglio Novanta, n. 64, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-palazzo-pretorio-di-lendinara/

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