Pubblicità

UN RICORDO

Il poeta Ernesto Dioniso

Una voce artistica originale e personale per maturità tematica e compiutezza espressiva, che non va dimenticata

di Angioletta Masiero

Ventaglio Novanta n. 54 2017 pp. 98–101

È sempre vivo il ricordo di Ernesto Dionisio, filosofo, scrittore, poeta in lingua e in vernacolo, poliglotta, traduttore, interprete, autore di una ventina di opere tuttora inedite, scomparso due anni fa.

In qualità di traduttore e interprete aveva curato per molti anni i rapporti con l’estero per la ditta Suriani e per altre importanti aziende del territorio. Aveva prestato, inoltre, la sua collaborazione in Prefettura, alla Camera di Commercio, in tribunale e in procura, traducendo documenti ma operando anche in simultanea, in studi legali, in aziende polesane interessate a promuovere i loro prodotti all’estero.

Il giorno successivo alla sua morte sul quotidiano “La Voce” è apparso un lungo articolo nel quale Ernesto Dionisio veniva definito “uno degli ultimi personaggi della vecchia Rovigo”. Era un vero erudito, leggeva i poeti greci e latini in lingua originale, così come le opere di scrittori tedeschi, russi, inglesi, francesi, slavi. Oltre che studioso e linguista, Ernesto Dionisio era scrittore di valore e poeta di rara sensibilità e arguzia.

Amico fraterno del poeta Angelo Savaris, collaborava con i suoi scritti all’Almanacco e all’Arcifiera.

Ernesto Dionisio era mio zio, e quando veniva a trovarmi era piacevole parlare di poesia e di letteratura con lui e con gli altri amici: il prof. Flaminio De Poli, mons. Armando Ottoboni, il prof. Gaetano Romanato e sua moglie, il prof. Michele Nasilli, il prof. Spadon, Gianni Sparapan, Giovanni De Pascalis (scomparso in questi giorni) e tanti altri amici scrittori del Polesine che purtroppo non ci sono più. Ricordo che gli brillavano gli occhi e s’infervorava quando si commentavano le opere dei nostri autori preferiti.

Mi piaceva, da bambina, ascoltare mia madre, poetessa anch’essa, parlare della poesia in lingua veneta, con lo zio. Entrambi possedevano una sensibilità profonda, erano ambedue legati alle memorie della loro infanzia e della vecchia Rovigo, alle macchiette, ai luoghi e alle figure del Polesine di un tempo. Zio Ernesto amava inoltre fare lunghe passeggiate in campagna, osservare la natura, i comportamenti dei piccoli animali; s’incantava dinanzi ai colori dei tramonti.

Nell’aprile 2009 il Gruppo “Autori Polesani”, in collaborazione con il Comune e la Provincia di Rovigo, organizzò a Palazzo Casalini un incontro letterario dedicato ai racconti e alle liriche in vernacolo ispirati alle usanze polesane di Ernesto Dionisio. Tantissimi amici vennero in quell’occasione ad applaudire le sue opere.

Era un sognatore, Ernesto, un idealista, un poeta anche nella vita di tutti i giorni. Possedeva la spontaneità e la fragilità di un bambino unite alla ricchezza interiore di un grande saggio.

GLI ANNI

Sono nella terra perduta della memoria, dove gli alberi non hanno più foglie, dove le città, sono quelle dei Maia e l’edera copre la statua del Dio della pioggia.

Qui, nella terra perduta, nulla è più agitato del vento ed i mulini sono quelli di don Chisciotte.

Solo dune, solo deserti, e sabbia, sabbia tanta sabbia.

La memoria fiore senz’acqua, talea senza radici, lampada che ha bruciato tutta la notte, sbarbaglia, ormai senz’olio, e fa solo fumo.

L’amata sorella Luisa e il cognato Graziano Secco, con amore e dedizione, hanno raccolto le poesie in lingua e in dialetto e i testi in prosa dello zio e li hanno rilegati in tanti volumi. Bello sarebbe che venissero pubblicati in quanto costituiscono un patrimonio prezioso di memorie polesane e di figure ormai scomparse.

L’AMICIZIA

Oh fiore delicato, tu non cresci in tutti i giardini e hai bisogno di tanta acqua per non inaridire.

Temi i venti, ma anche la tempesta, che ti piegano il gambo e ti fanno perdere i petali.

Eppure tu, fragile soave fiore, che non ami la nebbia, né la brina, né la grandine, non conosci l’inverno: sei sempreverde!

Il tuo profumo è come un richiamo per chi si avvicina e tu vivi per darlo agli altri.

Ma chi ti coglie e non ti sa conservare al mondo ha ancora molto da imparare!

Numerose liriche dell’autore sono pervase di nostalgia, nostalgia per un passato che non può ritornare, per i luoghi, le voci, i profumi di un tempo lontano. “Che cosa resta?- ha scritto Dionisio – Ben poco. Quasi nulla. Il profumo del fieno, appena falciato, non è più il profumo di allora…”

Era il maggiore di quattro fratelli, dopo di lui venivano Lucia, Wanda e Maria Luisa. La casa in via Cavallotti dov’era nato Ernesto era quella dove aveva vissuto il poeta Gino Piva. Durante la guerra ci fu un bombardamento che rase letteralmente al suolo la grande dimora. Fortunatamente nessuno della famiglia Dionisio al momento del bombardamento si trovava nell’abitazione. Persa la loro casa i Dionisio furono costretti a vivere da sfollati. Furono ospitati da una parente e dovettero fare i conti con la forzata convivenza con un comando tedesco che aveva requisito il piano superiore dell’abitazione.

Terribile fu l’esperienza di quegli anni. Ricordo che le edizioni ERI RAI pubblicarono in un volume i ricordi di guerra di mia madre che fu intervistata da Enza Sampò durante la trasmissione Rai intitolata “La mia guerra”. Anche lo zio Ernesto fu segnato in modo profondo dalla guerra e, in tanti suoi racconti, ricorda quel periodo: la fame, la paura, i bombardamenti, la vita da sfollati.

Leggendo le liriche di Dionisio ci si rende conto che egli aveva assimilato il proprio mondo spirituale confrontandolo coll’insegnamento della vita.

Scrivere per lui significava fare una sosta fuori dal tempo che logora e stordisce, per dare voce, in silenzio, al suo pensiero sulla condizione umana, sul tempo, sulla natura, sulla vita. Con i suoi racconti e le sue liriche ha raccontato la saggezza antica dei nostri vecchi, la loro profonda umanità. Ha raccontato la sua storia d’uomo, solitario e pensoso, sempre teso alla ricerca del Vero.

LE SIEPI

Oh quelle belle siepi e i cespugli e i filari di viti lungo il fosso della mia strada! E quante fermate andando a scuola.

Un grappolo d’uva, una pesca, una pera, un fiore, una bacca… la cartella sempre piena e a scuola, sotto il banco, a sgranellare.

E quel pettirosso, sempre lì, nel cespuglio, con il suo cippettio a cercare qualche formica o qualche insetto per il solito pranzetto.

E quel fosso sempre pieno di rane e di pesci e d’inverno gelato, delizia per le gare alla scivolata più lunga.

Lo scolaro è sempre qui, ma la strada non c’è, la siepe non c’è, il cespuglio non c’è e neppure il pettirosso…

Se nessuno mi chiama poeta lasciatemi dire chi sono; sono l’ultima foglia della bella siepe che più non c’è.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Angioletta Masiero. “Il poeta Ernesto Dioniso”. Ventaglio Novanta, n. 54, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-poeta-ernesto-dioniso/

Pubblicità