Rosolina Mare, in località San Giorgio – più nota a noi polesani come “zona Moro” – recentemente è sorta una moderna struttura di accoglienza turistica, che tutti ovviamente si augurano possa contribuire al meglio alla promozione del bel lido del nostro delta.
L’importante iniziativa mi ha riportato alla memoria un’altra struttura di accoglienza – ubicata proprio dove attualmente è sorto il nuovo complesso – nella quale ho trascorso un indimenticabile periodo di soggiorno negli anni della mia infanzia: la colonia di Boccavecchia.
Giornate ormai lontane che sono restate ben impresse nella mia mente, e che voglio sinteticamente raccontare, sperando che la mia testimonianza possa trovare spazio in Ventaglio Novanta, rivista che tanto apprezzo.
Tutto iniziò in un mese d’estate (non ricordo se in agosto o settembre) del 1958, all’età di sette anni, quando fui prelevato dalla residenza della mia famiglia a Canda in via Scardovara, n.64 e portato a Rovigo, davanti ad un edificio con le colonne quadrate di via della Pace (vicino al Centro Medico, per dare un’idea). Qui, assieme ad altri bambini, fui fatto salire su uno dei due o tre pullman che ci attendevano.
Non conoscevo nessuno ed il viaggio mi risultò alquanto triste. Dopo più di un’ora di corriera, siamo stati informati che stavamo per arrivare alla Colonia di Boccavecchia di Rosolina Mare.
Da questo momento ho prestato più attenzione al tragitto: mi sono accorto che stavamo percorrendo una stradina lunga e dritta, tutta polverosa, evidentemente non era asfaltata. Guardando dietro si vedeva sollevarsi un polverone che occludeva la vista di ogni cosa che superavamo. Parte a parte di questa stradina c’erano soltanto rovi, “morantane” come le chiamavamo noi alla Busa, località dove abitavo: una vegetazione spontanea che però risultava più alta e più folta di quella a me nota. C’erano pochi alberi, alcuni pini marittimi, radi e nemmeno tanto alti (forse erano stati piantati da poco).
All’improvviso una azzurra distesa di acqua (mai vista prima) mi è apparsa davanti agli occhi nella sua grande maestosità. Ero senza fiato dallo stupore!
Ci siamo fermati davanti ad un edificio che assomigliava ad una scuola, ma molto più grande di quella che frequentavo a Canda. Era dunque questa la colonia. Ad attenderci c’erano alcune suore ed un ometto piccolo di statura ma piuttosto robusto e tozzo.
Tutte le formalità dell’accoglienza non le ricordo e non credo siano importanti ai fini di questo racconto. Ricordo però che per i primi cinque giorni ho continuato a piangere, perché sentivo tanto la mancanza di mia madre. Poi le “signorine vigilatrici accompagnatrici” ci hanno consigliato di scrivere delle cartoline a casa per dire come stavamo e per salutare i parenti; così pian piano ho preso confidenza con il posto e con le persone che mi stavano attorno ed ho smesso di piangere.
Poi ho avuto una piacevole gratificazione. Una sera la madre superiora chiese se c’era qualcuno a cui piacesse cantare per allietare l’ora di cena. Mi sono offerto, mi son messo sopra un tavolo ed ho cantato una canzone di Claudio Villa, mentre gli altri ragazzi, abbastanza silenziosi, consumavano il pasto.
Dopo quella sera mi hanno invitato a cantare quasi sempre. Cantavo anche quando pioveva e, non potendo andare in spiaggia, rimanevamo nel grande atrio. Il mio repertorio comprendeva: “Romagna mia, Mamma, Non ti scordar di me, Granada e Giamaica – quella che cantava Luciano Tajoli. Quando qualche bambino di altre squadre, incontrandomi, mi voleva salutare, mi diceva “ciao Claudio Villa”.
Tra i miei ricordi di quel soggiorno ho ben chiaro l’episodio della fuga di due bambini con l’idea di tornare dalla propria mamma. Allora l’ometto, che doveva essere un tutto fare della colonia, salito sul suo camioncino con cui provvedeva ai rifornimenti di verdura ed altre vettovaglie, si mise alla ricerca dei fuggitivi. I due bambini furono trovati sul far delle prime ore della sera. I rovi, entro cui si accucciavano ogni qualvolta passava qualcuno sulla strada, avevano lasciato visibili segni sui loro visi, braccia e gambe gracili. Ma il nostro ometto li ha scorti e, trionfante, li ha portati dalla madre superiora.
Per punizione e “monito” sono stati fatti sfilare davanti a tutta la Colonia, affinché prendessimo tutti esempio a che cosa saremmo andati incontro se avessimo tentato la fuga… con un’aggiunta di pena inflitta dall’ometto, il quale ad ognuno dei due fuggiaschi comminò un “pirosecco” sulla testa. Dicesi “pirosecco” il gesto di appoggiare sulla testa il dito pollice della mano destra per poi di colpo toglierlo e abbassare velocemente la mano chiusa a pugno, battendo l’osso cranico con le nocche. Senti una piccola scarica elettrica (in dialetto “sçiantizo”), che ti fa vedere le stelle. Io non ho mai assunto comportamenti che potessero giustificare simile punizione.
Un evento che ricordo bene è stato l’arrivo di un prete con tanti altri sacerdoti, giunti con un’auto grande e con altre macchine al seguito. Le suore ci hanno messi in riga e così, noi bambini che venivamo dal contado, abbiamo conosciuto e salutato il Vescovo di Adria.
Poi ci fu l’attesa visita dei parenti. Quando sono venuti i miei a trovarmi, penso a metà del periodo di permanenza, un nostro conoscente, che li accompagnava ha detto a mia madre “el se lo parta a casa, non vedela come l’è magro”. Invece io ho rassicurato tutti che ora stavo bene e che non sarei tornato a casa per nulla al mondo.
Tutto bene? In realtà ci fu un episodio increscioso verificatosi proprio l’indomani della visita dei miei. Mentre eravamo in spiaggia un ragazzotto, molto più alto e più forte di me, nel fare la lotta, mi ha rivoltato come un calzino e, dopo avermi messo con il viso sulla sabbia, mi ha riempito la bocca di polvere. Io ho sputato per un bel po’, ma il sapore della sabbia mi pare di sentirlo ancora.
Un momento nel corso della giornata che ricordo bene era il ritorno dalla spiaggia, che avveniva dalle cinque alle sei del pomeriggio superando delle dune altissime: sembrava di essere nel deserto del Sahara, anche se allora nemmeno sapevo che esistesse il deserto. C’era intorno un che di selvaggio, che mi affascinava e mi faceva sognare di essere un esploratore.
L’entusiasmo per l’ambiente esotico si spegneva però ben presto: ci portavano alla realtà le zanzare che, più grosse di quelle che conoscevo, non davano tregua fino a quando non si entrava nel refettorio. Per cercare di neutralizzare i fastidiosi insetti era tutto un battere con le mani sulle braccia e sulle gambe scoperte.
Un altro ricordo si riferisce al penultimo giorno, quando un fotografo a turno ci scattò la foto ricordo che mia madre ha conservato nella sua raccolta e che forse un giorno ritroverò.
La colonia da decenni non c’è più. Ancora prima della realizzazione della moderna struttura sorta recentemente sembrava sparita. Per anni, tornando a Rosolina, l’ho cercata senza successo. Dal Moro, ristorante da Ivonne, ci sono stato tante volte ed ho sempre mangiato bene, non tralasciando di informarmi di dove si trovasse la vecchia colonia. Mi è stato detto che era lì, di fronte al Moro. Ma io per anni ho visto solo una grande buca tutta recintata. Se facevo domande più dettagliate, le risposte erano evasive, avevo l’impressione che non fosse il caso di insistere.
Eppure credo che anche la colonia di Boccavecchia abbia contribuito a far conoscere la meravigliosa spiaggia di Rosolina, dove io, da ragazzino, ho vissuto un periodo che vorrei definire “fenomenale”. Per “fenomenale” intendo dire che se non ci fossero state le colonie, bambini come me non sarebbero usciti dal perimetro del proprio comune di residenza per diversi anni; avrebbero dovuto aspettare le superiori per conoscere il capoluogo della propria provincia e avrebbero dovuto aspettare la naia, per conoscere qualcosa più in là.
Oggi è tutto diverso, ma alcune cose non cambiano. È sempre una suggestione appagante la vista dell’immensa distesa azzurra del mare; e la spiaggia di Rosolina, con la sua sabbia bianca e la presenza di alcune storiche dune è davvero unica.
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Come citare questo articolo
Flavio Bonfante. “La colonia di Boccavecchia”. Ventaglio Novanta, n. 62, 2021. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-colonia-di-boccavecchia/