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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

La rivalsa della natura

Nella prima periferia di Rovigo, inattesi incontri. Sorprendenti davvero le varietà individuate

di Massimo Benà

Ventaglio Novanta n. 51 2015 pp. 42–45

Rovigo, vicino a casa mia, scorre la Retinella, un canale di bonifica sulle cui sponde ho trascorso buona parte della mia giovinezza a giocare, a pescare ed a scoprire i primi rudimentali segreti della natura. Purtroppo nel corso del tempo l’ho visto trasformarsi, in peggio, per mano dell’uomo: sfigurate le rive con innaturali massicciate che hanno fatto sparire la vegetazione ripariale; degradata la qualità dell’acqua, ora perennemente limacciosa e priva di quelle idrofite che la ossigenavano e che ospitavano una miriade di organismi; diffusa una moltitudine di aggressive ed invadenti specie aliene, che hanno via via sostituito l’ittiofauna autoctona sicché pesci come la scardola, l’alborella, il triotto, il luccio, l’anguilla e la bella tinca, una volta comunissimi, sono ora praticamente estinti.

Nonostante tutto, per me il canale della Retinella resta sempre un “caro amico”, un posto dove recarmi per passare qualche minuto di relax.

Una domenica, munito di macchina fotografica, ho pertanto deciso di fare quattro passi lungo l’argine. Giunto nei pressi di un ponticello che scavalca il corso d’acqua ecco la prima bella sorpresa: 20 candide garzette, un airone cenerino ed una sgarza ciuffetto che, disturbati dalla mia presenza, si sono alzati in volo e, con le caratteristiche lente movenze delle ali, sono andati a posarsi poco lontano.

Nei primi anni ‘80, all’inizio della mia “carriera” di birdwatcher, garzette, cenerini e sgarze ciuffetto li osservavo solo lungo l’asta del Po ed in particolare nel suo Delta. L’amico ed esperto naturalista Giampaolo Rallo mi insegnava, allora, che l’airone cenerino era specie svernante mentre l’airone rosso era estivante. Tanta acqua è passata sotto i ponti ed il cenerino è divenuto nel frattempo stanziale come pure i congeneri garzetta, airone bianco maggiore ed airone guardabuoi. Tutte specie per vedere e fotografare le quali ero allora solito alzarmi alle prime luci dell’alba per recarmi a peregrinare tra i meandri del Delta. Ora posso tranquillamente osservarle davanti casa.

Ma le sorprese non erano terminate. Mentre sostavo sul ponte a spiare nugoli di pesciolini, gambusie e gamberetti (che una volta usavo come esche per allamare pescegatti e tinche) una freccia azzurra mi è quasi piombata addosso prima di virare bruscamente e proseguire con un volo diritto e veloce verso punti più tranquilli del corso d’acqua: era un martin pescatore, il variopinto frequentatore i nostri canali. Poi, poco oltre, mentre camminavo in silenzio, ho avvertito una sorta di lamento. Impugnato il binocolo Zeiss-Jena 8×30, fedele compagno di tante escursioni, ho individuato sulla sponda opposta una rana inchiodata in una strana posizione. Osservando più attentamente ho scorto una sorta di grosso cordone svilupparsi verso l’alto. Una biscia d’acqua aveva afferrato il batrace per una zampa e ogni tanto ingurgitava un ulteriore pezzetto della povera bestiola che, sentendosi persa, esternava la propria sofferenza con queruli lamenti. Raccattate alcune zolle di terra ho cercato di centrare il serpente per fargli rilasciare la preda. La mia mira però non è più quella di un tempo quando, bambino, passavo pomeriggi ad abbattere pile di bussolotti a suon di sassate e così ho fallito miseramente l’obiettivo. D’altra parte, ho pensato, anche la biscia ha legittimamente il diritto di procurarsi un pasto.

Ho proseguito pertanto le mie osservazioni, individuando con grande soddisfazione, in pozze d’acqua dei fossi di irrigazione collegati al canale, alcune “nuvolette” di piccoli pescegatti (barbòni in dialetto), il pesce cui, da giovane, ho dedicato la massima parte dei miei sforzi alieutici e che per lunghi anni a causa di un batterio era letteralmente scomparso. Le stesse pozze, purtroppo, pullulavano di gamberi della Louisiana, una delle ultime specie alloctone che la stupidaggine umana ha disseminato nelle nostre acque creando problemi a non finire. Poco oltre un grosso colombaccio ha sorvolato l’antistante campo di soia. Anche il colombaccio, ai nostri giorni specie in larga espansione, fino a qualche anno fa era

visibile in stormi più o meno numerosi solo dalle parti dell’Isola di Ariano nel Delta del Po. Oggi lo si può osservare ovunque ci sia una discreta copertura forestale, periferia di Rovigo compresa.

Dopo poco la mia attenzione veniva attirata da un falco lodolaio inseguito da una combattiva ed invadente cornacchia. Fino ad un paio di decenni orsono i falchi erano volatili assai rari a vedersi. E, il più delle volte, si trattava di esemplari impallinati, impossibilitati a volare, che portavo al centro di recupero di Cassana, vicino a Ferrara, o a quello del Lago di Fimon a Vicenza. Poiane e gheppi sono oggi diventati comuni tanto che una coppia di quest’ultima specie ha persino nidificato su un cornicione dell’Istituto Tecnico Industriale cittadino. Ma anche l’osservazione di un lodolaio o di uno sparviere non è poi così infrequente mentre ancora sporadico è l’avvistamento del principe dei falchi: il pellegrino. E, per restare sui rapaci, nelle notti di tarda primavera-estate non è

infrequente sentire i versi dei piccoli di gufo comune che, dalle alberate cittadine, reclamano il pasto; oppure udire il monotono canto d’amore dell’assiolo che, sempre rivangando nei ricordi personali, nei primi anni ‘90 avevo avuto modo di ascoltare solo sull’isola di Cherso in Croazia.

Mentre ero immerso in queste considerazioni, ad un tratto un altro verso inconsueto, una sorta di pigolio stridulo, ha attirato la mia attenzione. Due esemplari di sterna zampenere seguivano il corso del canale sfiorando ogni qual tanto la superficie dell’acqua. Anche questa specie, arrivata di recente, è pur sempre tipica delle zone umide, dunque del Delta, e lì era il luogo dove normalmente mi capitava di vederla.

Non solo il cielo e l’acqua possono comunque essere fonte di sorprese. Quando infatti lo sguardo si è posato sul terreno, ecco evidenti le tracce di un canide che è sinonimo di astuzia, eleganza e capacità di adattamento: la volpe. Sul fango, formatosi a causa delle frequenti precipitazioni, spuntano diverse tracce allineate sul percorso seguito verosimilmente nelle notti antecedenti da qualche individuo in cerca di prede. Non lo vedo ma lo immagino e tanto mi basta.

Sulla via del ritorno, mentre le garzette sono intente a cacciare un po’ a valle rispetto al punto da dove in precedenza si sono involate, un’ulteriore sorpresa: un airone rosso si alza per posarsi un poco più in là. Questa è certamente l’osservazione più interessante. L’airone rosso, a differenza delle altre specie citate in precedenza, è in grande sofferenza ed è in contrazione in tutto l’areale di distribuzione (figura nella lista rossa delle specie da proteggere). Le cause sembrano riconducibili soprattutto alla distruzione dei canneti naturali, luogo privilegiato per la sua riproduzione.

Anche il rosso era un specie tipicamente deltizia. Vederne uno proprio davanti a casa è stata una bella emozione che ha rallegrato il mio spirito.

Tornato a casa, mentre le due sterne continuavano a svolazzarmi attorno, un bel podalirio saltabeccava tra le zinnie colorate che adornano il mio giardino. Notavo poi un bruco di macaone che sostava su una pianta di prezzemolo, mentre una biscia d’acqua, immobile, faceva capolino tra l’erba. Avvicinatomi, constatavo che era passata “a miglior vita”, probabilmente azzannata dai gatti che frequentano la zona, pareggiando così i conti con la rana ingoiata da un suo simile.

Per chiudere la giornata, a queste osservazioni “a portata di mano” va aggiunta quella di un grosso esemplare di testuggine palustre (in dialetto “galàna”) che durante la consueta biciclettata della domenica mattina avevo osservato scaldarsi placidamente al sole sulla sponda dell’Adigetto alle porte della città e quella del piccolo geco verrucoso che ho rinvenuto a sera in soggiorno.

Le esperienze qui descritte hanno il grosso pregio di essere piacevoli, per nulla costose, ed alla portata di tutti. Inoltre avvicinano alla conoscenza di ciò che ci sta intorno. Che, dal mio punto di vista, rappresenta il primo passo verso il rispetto e, quindi, la conservazione e la valorizzazione di quel magnifico patrimonio naturale – ma il discorso è facilmente allargabile a quello storico, artistico ecc. – che ci circonda. Se non si ha infatti la percezione dell’importanza e del valore intrinseco di un bene risulta anche difficile rispettarlo.

Secondo Marcel Proust il vero viaggio di scoperta non consiste nel visitare terre lontane ma nell’imparare a riconoscere ciò che ci sta attorno.

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Come citare questo articolo

Massimo Benà. “La rivalsa della natura”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-rivalsa-della-natura/

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