Sembrava di vederlo aleggiare, seppur scontornato della propria razionalità dell’esistere, mentre si aggirava pensieroso e ammiccante tra le sale espositive. Gino Pinelli, artista del Novecento, che ha lasciato un segno nella sua Rovigo.
All’apertura della terza mostra, in circa quarant’anni, a lui dedicata, a palazzo Roverella, dall’8 ottobre al 6 novembre 2010, ci si è ritrovati piacevolmente sorpresi delle piccole-grandi opere di un uomo che “riveste Rovigo delle propria identità” come ha detto Sergio Garbato, il quale ha ricordato che Pinelli ha esposto il suo primo quadro nel 1909, sotto i portici vicino all’Accademia, nella bottega dell’allora libraio Zanini.
Pinelli, interprete della città, dunque. Lui, trevigiano di nascita che era giunto a Rovigo per insegnare educazione artistica, senza più lasciare il Polesine, che subito divenne il soggetto preferito delle sue opere.
Da giovane aveva studiato a Venezia, sotto la guida di Ciardi, artista della luce. Con suo figlio, coetaneo, trascorse le estati in campagna, all’aperto, imparando a dipingere il mondo che gli stava attorno: caricature perfette, mai cattive e paesaggi minuti, dove la scorrevolezza dei colori costituiva la chiave di lettura dell’opera.
La mostra al Roverella dal titolo “La poesia del nero – xilografie e pastelli dal 1917 al 1948”, ha proposto 72 opere, tra cui 40 pastelli e una testina, che rappresenta lo stesso Pinelli, eseguita dallo scultore Virgilio Milani.
Un personaggio schivo, Pinelli, diverso dal suo maestro, artista della luce – ha osservato ancora Garbato – perché egli preferiva dipingere in penombra, nel proprio laboratorio: “La luce la cercava dove non c’era”.
“Nel palazzo Roverella, dove oggi è esposta l’opera del ‘Cristo portacroce’ di Bellini, un tempo Pinelli insegnava ai suoi allievi – ha aggiunto Gabbris Ferrari, curatore della mostra – personaggio che recuperava le proprie stampe, le incollava, dimostrando tutta la sua anima bizzarra. Stampava da sé le litografie su pietra e vendeva le xilografie a 15 lire. Del prezzo vi è traccia sulle opere, visibile con la lente d’ingrandimento”.
Dalla mostra al Roverella è emersa una storia appassionante, la vicenda umana di un’artista del quotidiano che “a volte inventava strani artifici purché la sua creazione fosse allo stesso tempo conosciuta e remunerata – ha osservato ancora Gabbris Ferrari – I pastelli, poi, sempre di piccole dimensioni, restano fra le sue invenzioni migliori. Sono ritagliati con la forbice, di una spontaneità straordinaria, perché per lui lavorare su superfici piccole era sinonimo dell’energia limitata che riusciva a trovarsi dentro”.
La Rovigo di Pinelli, non è del tutto reale. E’, piuttosto, l’immaginario iconografico della città della memoria, un luogo che scaturisce dai ricordi, e si trasforma in un luogo sfiorato con lo sguardo, lanciato dalla finestra aperta di casa, verso orti, frutteti, vegetazione, il retro dell’ex vescovado.
Le opere di Pinelli sono tutte di formato molto piccolo. Un concentrato di poetica energia, di una vitalità oggi appassita, che rievoca una Rovigo non meno brillante di molte città certamente più grandi. A parlare è la quotidianità: gli animali da cortile, l’Adigetto e le sue barche, campi infiniti, baciati dalle nuvole, con in lontananza il campanile della chiesa. Composte, e immerse in chissà quali pensieri, le donne in una pausa lavoro, con il fazzoletto in testa, o capelli raccolti dietro la nuca, le lunghe vesti, i cesti posati a terra e il vecchio solitario, con bombetta e bastone, nei pressi dei tavolini di un bar.
Segni sicuri e assenza di colore: binomio che si trasforma nel linguaggio limpido di una mano sicura, a cercare l’autenticità del momento.
Le xilografie rappresentano quello che Garbato definisce “l’innamoramento tardivo di Pinelli per la grafica”, passione che lo ha spinto a frequentare i corsi serali all’Accademia di Venezia. Tecnica sfruttata dall’artista per i libri illustrati. In mostra, l’autoritratto, prodotto soltanto in 35 copie, nemmeno tutte firmate, poi scene di lavoro nei campi e scorci storici di Rovigo. Indimenticabili le battaglie sulla neve, dove la vita vera, reale, poetica è nel contrasto tra bianco e nero.
Poi, i pastelli. Opere che mettono in luce la periferia della città, luogo dove l’artista amava vivere, rifiutando il contatto con realtà che avrebbero potuto proiettarlo in ambienti più ricchi. Ecco che si impone ancora una volta la Rovigo di provincia in tutto il suo autentico pulsare, quasi a sentire tra i colori l’odore estivo degli zuccherifici, della terra concimata o quello delle foglie d’autunno.
La mostra dedicata a Gino Pinelli ha realizzato un altro capitolo del progetto per la costituzione di una Galleria d’Arte Contemporanea nella città capoluogo, una raccolta strutturata e qualificata, per riscoprire gli artisti polesani attivi in questo territorio nel contesto della cultura italiana del ’900. Lo ha sottolineato Adriano Buoso, presidente della Fondazione Banca del Monte di Rovigo che ha promosso l’evento con l’Accademia dei Concordi, il cui presidente Luigi Costato ha indicato l’opportunità di valorizzare e la divulgare l’arte dei talenti del Novecento Polesano.
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Come citare questo articolo
Elisabetta Zanchetta. “La Rovigo di Pinelli”. Ventaglio Novanta, n. 43, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-rovigo-di-pinelli/