Silvio Pellico e Pietro Maroncelli, patrioti tra i più noti del Risorgimento Italiano, sono conosciuti per essere stati protagonisti di uno dei primi episodi legati al nome della Carboneria. Ma forse non tutti sanno che la sentenza del processo che portò alla loro condanna, è conservata nell'Archivio del Comune di Fratta Pol., dove sono custoditi importanti documenti che riguardano le vicende della Carboneria nel Polesine.
La cattura e la condanna
Maroncelli e Pellico furono arrestati nel 1820 a Milano dove i due si erano conosciuti frequentando la casa dell'attrice Elisabetta Marchionni, la cui compagnia teatrale era temporaneamente ferma nella città lombarda per una serie di rappresentazioni.
Maroncelli, ventiseienne, nativo di Forlì, a Milano si guadagnava stentatamente da vivere come insegnante di canto e correttore di bozze. A causa della sua appartenenza alla Carboneria, aveva già subito una condanna nello Stato Pontificio.
Silvio Pellico, trentunenne, di Saluzzo, godeva di una certa fama che gli derivava dal successo della tragedia Francesca da Rimini e dalla collaborazione al giornale liberale Il Conciliatore, per il quale scriveva articoli di critica letteraria. Fu proprio la sua amicizia con il Maroncelli che lo indusse ad iscriversi alla Carboneria.
I due decisero di fondare una "vendita" proprio quando il governo austriaco, dopo il processo contro Oroboni e i carbonari polesani, inaspriva le pene contro gli appartenenti alla società segreta.
Il Maroncelli volendo chiedere aiuto e consiglio al fratello che abitava a Bologna, affidò ad un comune amico una lettera dal carattere compromettente, scritta per di più senza le particolari precauzioni in uso tra i carbonari. La lettera cadde subito in mano della polizia, in quanto il latore era abitualmente dedito al trasporto della corrispondenza tra Milano e Bologna, attività ritenuta illegale perché concorrenziale alle messaggerie governative.
L'incauta iniziativa del Maroncelli fu causa del suo arresto (6 ottobre 1820) e di quello del Pellico (13 ottobre 1820). Entrambi vennero portati nell'isola di S. Michele a Venezia in attesa del processo. La fase inquirente venne affidata al barone Antonio Salvotti di Trento, che sosterrà poi l'accusa durante il processo.
Il Salvotti, spesso descritto come un bieco esecutore del regime oppressivo dell'Austria, in realtà era fondamentalmente un "tirolese", la qual cosa significava fedeltà a Dio e all'Imperatore. Non mancarono peraltro nella sua condotta, atteggiamenti di convinta benevolenza verso gli imputati: evitò loro il più possibile la permanenza nei "piombi" (e di ciò il Maroncelli lo ringrazia), fornì loro libri dalla sua personale biblioteca, arrivò persino ad aiutare il Maroncelli a redigere la sua memoria difensiva. Fine giurista, procedette con scrupolo durante la fase istruttoria all'interrogatorio di imputati e testimoni, ben consapevole che le testimonianze raccolte non avrebbero avuto valore se non confermate davanti al giudice (una norma così garantista non esiste ancora nel nostro paese a distanza di quasi due secoli!).
La Commissione Speciale, presieduta da Guglielmo Gardani, era composta dal dr. Salvotti, da due consiglieri (Stefano Grabmayer e Luigi De Roner) e da due assessori che avevano il compito di far valere le tesi difensive: infatti, secondo il diritto austriaco non era prevista la presenza dell’avvocato difensore durante il processo.
Dopo la sentenza di primo e secondo grado, dopo il giudizio del Supremo Tribunale di Giustizia insediato a Verona, gli atti vennero trasferiti a Vienna dove, con la supervisione dell’Imperatore Francesco I, il 21 febbraio 1821 fu emessa la sentenza definitiva, quella appunto finita (non mi è stato possibile appurare per quale motivo) nell’archivio comunale di Fratta Polesine.
Appena giunta da Vienna, la sentenza fu letta ai prigionieri dal presidente della Commissione Gardani, il quale, secondo la narrazione dello stesso Pellico, ebbe parole di sincera solidarietà e di incoraggiamento. Il giorno dopo, la lettura della sentenza fu fatta in forma pubblica: i condannati furono fatti salire sul palco, davanti alla folla radunata in Piazza S. Marco e la sentenza fu letta pubblicamente. Dell’ umiliante esibizione ci resta una descrizione oltre che del Pellico, anche del segretario della Commissione de Rosmini, che si compiace della clemenza dimostrata dall’Imperatore.
Successivamente il Salvotti avrà parole di “amorevolezza e compassione” (come scrisse il Pellico) nei confronti dei condannati. Secondo la sentenza, a Pellico e Maroncelli veniva inflitta la condanna a morte, commutata in carcere duro da espiare allo Spielberg. Gli altri condannati erano: Angelo Canova, nato a Torino nel 1781, attore di teatro, subiva la pena capitale, tramutata in carcere duro da espiare nel castello di Lubiana; Alfredo Rezia, nato a Bellagio nel 1786, militare di carriera, condannato a tre anni di carcere duro presso il castello di Lubiana; Adeodato Ressi, originario di Cervia, professore di economia politica all'Università di Pavia, deceduto prima della sentenza.
Epilogo
Pietro Maroncelli fu liberato dopo otto anni di detenzione, trasmigrò dapprima a Parigi dove sposò la cantante Amalia Schneider e curò una edizione di Le mie Prigioni aggiungendovi alcuni capitoli (le "Addizioni"), poi negli Stati Uniti dove morì il 1° agosto 1846.
Silvio Pellico fu liberato nell'agosto del 1830, continuò la sua attività letteraria scrivendo tragedie e cantiche, tuttavia dovette subire l'inimicizia dei patrioti che lo giudicarono troppo tiepido nei confronti della causa italiana. Morì a Torino nel 1854.
Angelo Canova pare sia stato liberato dopo due anni e mezzo (come sostiene A. Luzio) dal castello di Lubiana. Tornò a calcare le scene per alcuni anni. Morì nel 1854.
Alfredo Rezia, grazie all'interessamento del padre, fu liberato prima di espiare completamente la pena inflittagli.
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Come citare questo articolo
Franco Gemelli. “La sentenza del processo Pellico-Maroncelli”. Ventaglio Novanta, n. 19, 1999. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-sentenza-del-processo-pellico-maroncelli/