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NARRATIVA

La statua ritrovata

di Grazia Giordani

Ventaglio Novanta n. 3 1991 pp. 126–127

Aveva dormito a Roma un sonno di oltre quarant’anni, nei sotterranei di un Ministero, la "Bagnante" di Giorgio Giordani. Una storia che ha del prodigio, un sonno – per la statua – più lungo della stessa vita dell’artista, morto trentacinquenne come Mozart, dopo aver condotto una vita superattiva, a fuoco d’artificio.

Ma, andiamo per gradi, parliamo prima dell’uomo e poi della sua opera, così sepolta nell’oblio e poi prodigiosamente ritrovata.

Giordani nasce in un paesino dell’Appennino bolognese. La sua è una fanciullezza spensierata, fatta di corse nei boschi, di allegre cantate con i familiari, di nuotate nel Reno, con stuoli di amici. Fin da bambino dimostra grande amore alla natura e propensione al bello, esteta senza saperlo, dipinge delicate vedute della sua amata collina.

Negli studi all’Accademia, si capisce che la sua strada è quella dello scultore. E in quegli anni – così che lo descrive Luciano Minguzzi, che gli fu amico fraterno: "Mi era compagno l’effervescente G.G. acuto e logico su ogni cosa, scoppiettante come un fuoco d’artificio, spiritoso, inesauribile, seducente. Aveva uno stile anche nel dire le cose più futili. Predicava sempre la saggezza, ma lui, saggio, lo era solo a parole. Coscientemente e forse presago della sua fine, che si verificò dopo pochi anni, bruciò quasi con premeditazione, la sua vita…".

Un uomo di grande fascino, questo giovane artista che, morendo lascia una moglie bella e intelligente e una figlia di appena un anno. Anche se il suo intenso tempo operativo si riduce ad un solo decennio, Giordani, lavora con spirito scatenato.

I principali critici d’arte dell’epoca lo recensiscono con grande favore, lodandone la "maschia" e grave sapienza d’osservazione, la natura d’artista misurato e sensibile, il senso plastico della realtà, il gusto del particolare prezioso…". Ha stuoli d’amici della Bologna degli anni Trenta-Quaranta, tra cui figurano i nomi più belli di quel momento. Non gli mancano le amiche, così avvenente e virile com’è, non gli è certo difficile sedurre i cuori e i corpi delle donne; quelle donne che sa ritrarre in scultura con mano calda e felice.

La "Bagnante", venduta al Ministero dell’Industria e Commercio, nel suo ultimo anno di vita, è l’esempio palpitante di una donna che sembra di carne, tanto è sinuosa e invitante, sensuale nel corpo e spirituale nello sguardo e nei tratti del volto. Una donna che sta liberandosi degli ultimi indumenti. Forse, nella fantasia dell’artista, proprio per gettarsi nelle fresche acque del suo fiume d’infanzia, il Reno dei suoi anni lontani.

Alla morte dello scultore, la statua resta negli scantinati del Ministero. Un alto funzionario la ritrova, la crede opera di Manzù, vengono fatte ricerche sulla vita dell’artista. Si promuove una mostra postuma a Bologna con le poche opere che la guerra ha risparmiato.

Giordani, riscoperto, ritorna alla luce assieme con la sua statua in cera a grandezza naturale.

La "Bagnante" a Verona indossa il suo abito di bronzo a cura del Ministero che l’aveva acquistata e che vuol renderla immortale, sottraendola all’effimero della cera, tanto è giudicata bella e degna di vivere nel tempo.

Con lei anche l’eredità di un passato che l’artista ha lasciato nel cuore di chi l’ha conosciuta, è rinata.

Nostalgie e voci ritrovate volteggiano attorno allo spirito di un uomo che ha vissuto un’esistenza breve, ha bruciato la vita di una fiammata intensa, forte come un uragano d’amore.

Nel dormiveglia, l’altra notte, mi è parso di vedere la bocca semichiusa della "Bagnante" distendersi in un sorriso sereno, fatto di pace raggiunta, un sorriso eternato nel bronzo, fulgente di pacati bagliori.

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Come citare questo articolo

Grazia Giordani. “La statua ritrovata”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-statua-ritrovata/

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