Appartenevo al gruppo degli studenti poveri, quelli che portavano le giacche rivoltate del fratello maggiore, facevano la campagna saccarifera e, se acquistavano due alfa, non mangiavano il gelato. In linea con questo clima di vita, c'era la scelta del treno al posto del pullman per raggiungere il liceo. Questo mezzo costava meno, ma ci obbligava a delle levatacce. Non avvertivamo il peso dei sacrifici, eravamo sereni, allegri, con una gran voglia di scherzare, di guardare le gambe e il resto delle ragazze, di fantasticare. I diciott'anni d'età regalavano a molti di noi un abito di spensieratezza e un desiderio di vivere senza tormentosi problemi.
Noi lendinaresi eravamo una decina, prevalentemente uomini. Le ragazze decisamente preferivano il comfort della corriera.
A Fratta era solito salire uno studente dall'aria incerta, alto, un po' goffo nel gestire, il naso camuso, lo sguardo a terra del giovane timido, timoroso dell'impatto con gli estranei. Calzava buffi stivaletti estate e inverno e il suo guardaroba era quasi peggiore del nostro con i gomiti ed i ginocchi lucidi degli abiti troppo a lungo indossati. Il suo look era completato da un basco blu di quelli da noi definiti “purillo” – con un pippiolino in cima. Un copricapo ridicolo per la sua testa grossa e sproporzionata, piazzata sul collo breve e affogato dentro una sciarpa sferruzzata, forse, da una nonna premurosa. Non ricordo quale istituto frequentasse, ma non ho certo dimenticato l'uso scherzoso che avevamo preso di dargli, a turno, delle gran manate al centro del cranio, calcandogli fino alle orecchie il basco di panno. Non perdevamo occasione di omaggiarlo con questo scherzo a lui sgradito, anzi sgraditissimo. Tentava di sottrarsi, cercando di nascondersi in altre carrozze, ma gli era impossibile sfuggire alla nostra persecuzione.
Mattinata dopo l'altra, diventammo sempre più insidiosi e maneschi, con quella goliardica vigliaccheria di gruppo che fa sì che dieci contro uno si sentano ardimentosi come degli eroi. Non c'era malevolenza di fondo in noi, solo voglia di divertirci senza spendere, come quando rubavamo il panino di chi non sapeva custodire la merenda, o nascondevamo i libri a chi era sotto interrogazione.
Il clima del cinematografico “Amici miei” da noi era sentito senza cattiveria, anche se cattivi dovevamo apparire e persecutori al malcapitato studente col “purillo”.
Dopo mesi di vessazioni, il giovanotto escogitò un piano, leggermente più cruento dei nostri scherzi, ma certamente giustificato dal prolungarsi del tormento che gli infliggevamo. Era una mattinata nebbiosa, l'umidità entrava nelle ossa ed invitava a salire lesti nella carrozza, per rincantucciarsi in un angolo caldo a ripassare la lezione.
Il giovane di Fratta salì meno esitante del solito e non cercò di sfuggire il nostro gruppo già pronto ad accoglierlo con il consueto “benvenuto”.
Allungò per primo il braccio, Gianni, il suo persecutore più accanito, per dargli la consueta paventata pacca.
Ritirò subito la mano, sporca di sangue, lamentandosi per il dolore. Sotto i drappeggi del basco, il ragazzo aveva nascosto una tavoletta di legno con chiodi acuminati, rivolti verso l'esterno. Una difesa degna di Ulisse e del suo cavallo di Troia.
Il gruppo voleva picchiarlo, io presi le sue difese.
“Ha sofferto per mesi – dissi – la sua è stata una reazione legittima; ora basta, è giunto il momento di accoglierlo come un amico, di considerarlo uno di noi”.
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Come citare questo articolo
Grazia Giordani. “Il basco della vendetta”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-basco-della-vendetta/