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STORIA - TRADIZIONI

La storia delle 100 carriole

Un episodio di povertà e delusione che, nel 1884, vide protagonisti cento abitanti di Giacciano con Baruchella

di Maurizio Tramarin

Ventaglio Novanta n. 13 1996 pp. 72–76

Cento anni fa, la vita nel Comune di Giacciano con Baruchella (ab. 3000 circa) era fatta – così come nel resto delle campagne del Polesine – di stenti e di miseria: ben 150 famiglie erano dichiarate ufficialmente povere dalle autorità.

L'agricoltura era arretrata e non dava lavoro tutto l'anno: un lavoro che padroni e fittavoli, con il pretesto della caduta dei prezzi, pagavano molto poco (40, 50 centesimi al giorno). A questo si aggiungevano varie piaghe sociali, quali la pellagra, la malaria, l'analfabetismo e l'usura. Come se ciò non bastase, ad aggravare la situazione aveva contribuito anche la disastrosa alluvione dell'Adige del settembre 1882, che pur senza fare vittime, colpì buona parte del territorio comunale, ed in particolare Giacciano e Zelo, con danni diretti ed indiretti alle abitazioni ed alla classe agricola.

I poveri braccianti, specie quelli "a giornata" che formavano la maggioranza della categoria, una volta terminati i lavori straordinari di riparazione dei danni dell'alluvione, non sapevano dove sbattere il capo. Esauriti i magri sussidi che poteva concedere il comune, dovevano cercare lavoro anche fuori provincia, nelle attività di bonifica ed in altri lavori di sterro, dove prestavano la loro opera come "scarriolanti". Anche quelli più fortunati, i braccianti "obbligati" ed i bovai, a loro volta, dovevano essere pronti a cambiare spesso di casa e di paese, a fare cioè il cosiddetto “sammichiele”, perché il loro contratto scadeva proprio il giorno di S. Michele, il 29 settembre, e il padrone non era tenuto a rinnovarlo. Quando poi non era il bracciante stesso a cambiare “boaria”, nella speranza o nell’illusione di trovare di meglio; speranza o illusione che avrebbe accompagnato tanti nostri contadini nell’emigrazione in America, con destinazione primaria il Brasile.

Così anche nel 1884 – senza aver fatto ricorso a forme di protesta più radicali, come lo sciopero “della boje” scoppiato proprio in quell’anno in occasione della mietitura –, circa cento braccianti del nostro comune “illusi dalle voci che correvano” (d’altra parte era dicembre e lavori in campagna non ne potevano certo trovare) avevano deciso di andare a lavorare lontano, anzi molto lontano per quei tempi: nell’Agro romano.

Dopo aver spedito le loro indispensabili carriole alla stazione di Roma, erano partiti anche loro per la capitale ma, una volta giunti a destinazione, non erano potuti proseguire perché i lavori di bonifica, in cui speravano di essere occupati, erano già al completo di manodopera. Furono allora tutti rispediti a casa con il foglio di via, senza poter recuperare le loro 100 carriole.

Arrivati in paese – immaginiamo con quale stato d'animo, anche perché la vicenda sembra essersi svolta proprio a cavallo del Capodanno – gli sfortunati scarriolanti, vistisi senza lavoro e senza mezzi di sostentamento nel pieno dell'inverno, si rivolsero al sindaco Ferdinando Vaccari per avere dei sussidi e per sollecitarlo a prendere carta e penna al fine di poter rientrare in possesso delle 100 carriole.

Il buon Vaccari, che già tante volte aveva dovuto occuparsi di assistenza pubblica nei suoi dieci anni a capo dell'amministrazione comunale, all'inizio dell'85 si mise all'opera raccontando il fatto al prefetto Mattei (ed è così che lo sappiamo) e pregandolo di mettere una buona parola presso le Ferrovie dello Stato perché facessero ritornare in Polesine, a spese del Governo, le 100 carriole. Solo in questo modo, concludeva il sindaco, cento persone avrebbero avuto la possibilità di prendere parte ai lavori alle arginature dell'Adige e del Po, che il prefetto gli aveva in precedenza segnalato, e avrebbero così cessato di essere a carico dell'erario comunale.

Ma le cose non furono così facili. Ci fu bisogno di un fitto scambio di corrispondenza tra sindaco, prefetto ed amministrazione ferroviaria per rintracciare le carriole che non si sapeva dove fossero andate a finire.

La vicenda ebbe termine solo nel mese di maggio dello stesso anno, quando le 100 carriole, scovate finalmente presso il deposito di Firenze, furono rispedite a Badia, ma con 155 lire di spesa a carico dei medesimi braccianti…

Immaginiamo la triste fila di scarriolanti che vanno a riprendersi le loro carriole fino alla stazione e poi se le riportano a casa! Oppure qualcuno di buon cuore avrà prestato loro un carretto? La storia non lo dice.

Nota

L'episodio è riportato in forma più contenuta anche nel volume curato dallo stesso autore Giacciano con Baruchella, tre paesi un comune, Ed. Cassa Rurale ed Artigiana, 1992, da cui sono tratte anche le foto qui pubblicate.

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Come citare questo articolo

Maurizio Tramarin. “La storia delle 100 carriole”. Ventaglio Novanta, n. 13, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-storia-delle-100-carriole/

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