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NARRATIVA

La vita copiata

di Giovanni De Pascalis

Ventaglio Novanta n. 25 2002 pp. 111–114

Laureatasi nel 1936, da due anni la signorina Innocenti era insegnante di lettere presso il ginnasio della città.

Appena entrata in classe aprì il registro, scorrendo l’elenco degli studenti: “De Novis – chiamò con decisione – De Novis in storia”.

Il chiamato s’alzò dal quarto banco con la stessa spinta di chi si offre volontario. Era sempre elegante, pur essendo figlio del custode della scuola, che l’aveva avviato al ginnasio, un po’ per l’influenza del contatto e parecchio per ambizione, per un abbaglio comprensibile sulle qualità del figlio, che avevano invece il fiato grosso. Il genio era stato promosso in seconda a settembre, e quest’anno… mah!, era inutile pronosticare, giugno ancor lontano, ma tutti e due i De Novis contavano sulla loro premura verso gli insegnanti, il padre nei corridoi, il figlio in aula, sempre pronto, col sorriso in bocca a rendersi utile, vuoi per un gesso, per un registro o una carta geografica. A riguardo, era veramente impareggiabile.

Ora era interrogato su Carlo Magno, che dimostrò di conoscere, ma in un’esposizione stentata, sorretta da frasi del testo. Incerto sulla data di morte di quel pezzo da novanta, sillabò un 813, sperando, nel percorso dalla prima sillaba all’ultima, di raccogliere un suggerimento, ma tutti zitti, solo una mano alzata. Era di Manocchio, che l’anno prima aveva avuto il coraggio di dire Somalìa, spostando l’accento sulla i, come non era mai capitato a nessuno, e tutti giù a ridere, lei a spaccarsi la mano sulla cattedra a intimar silenzio, con l’animo che le sussultava dal riso. L’indomani la satira feroce, cantata dai compagni nell’ombra dei corridoi:

Manocchio è un bel ranocchio / che quando dal banco va via, / dice subito una fesseria, / che si chiama Somalìa.

Tutto rivide l’insegnante in un attimo, tutto risentì, mentre alzava il disco verde sulla data di morte di Carlo Magno, un 814 schizzato come un getto d’acqua compresso, e chiamava fuori proprio il Manocchio ancora su quell’argomento, congedando il De Novis e apprestandosi ad ascoltare questo secondo orale.

Anche questa volta, tutto come sul libro, e nessuna traccia degli approfondimenti fatti dall’insegnante; l’esposizione era corretta, ma insulsa, senza stile e con tante parole del testo. Egli diceva, e l’insegnante si sorprese a pensare ai tanti alunni che in quel momento, in tutte le scuole del regno, ripetevano qualcosa, diversi magari su Carlo Magno. Chissà cosa avrebbe detto l’Imperatore dinanzi a un plagio così generale e grottesco, dopo secoli di civiltà!

Un plagio che si estendeva dovunque, nei saggi ginnici e nei campi Dux, nei pensieri dei gerarchi e nei discosi del capo alle folle oceaniche, strabocchevoli in tutte le parti d’Italia, nelle uniformi del sabato Fascista e nel saluto balilla.

Ma intanto Manocchio faceva pausa, e lei ne approfittò per mandarlo a posto, fattosi ormai un giudizio, ma anche per sentir parlare su un altro argomento, e interrogò Addabbo sui Comuni.

Addabbo aveva la parola sciolta, la frase intonata, ordine, chiarezza e filò leggero come un angelo, richiamando, al pari di sempre, la platea, a cui egli dedicò il fascino delle ultime parole, leggermente marcate nell’enfasi: “E così le città, sconfitte dal Barbarossa, ma senza mai perdersi d’animo, si unirono concordi nella lega di Pontida, e tutte le forze comunali alleate, tutti gli abitanti, i grandi i piccoli, combatterono a Legnano come un sol uomo, e inflissero all’Imperatore una sconfitta, da cui egli non si risollevò più. La patria italiana rinasceva per la prima volta nei Comuni della Lega Lombarda”. Così finì, con la grinta del Giovanbattista genovese, e tutto l’uditorio, riconoscendo in lui una promessa eroica e trasferendosi freudianamente nella sua figura, gittò l’applauso incontenibile: “Bravo, Addabbo!”.

Quegli alunni arrivaron tutti, De Novis in coda, ma presente tuttavia all’appello, grazie alla sua gentilezza, all’esame di maturità, e lo superarono, iscrivendosi ognuno alla facoltà per la quale aveva attitudine, come si diceva non senza un po’ di retorica. Ma nel frattempo scoppiava la guerra, dove tutto un ventennio, gonfio di parole, esplose, facendo “pum”, come il sacchetto di carta nelle mani del ragazzo.

Tutta una rovina, ma l’Italia si risollevò. Adesso era un’altra nazione, orizzonti nuovi, scuole nuove, con tutta una fiumana di studenti e tanti De Novis, un tempo già al lavoro dopo la quinta elementare, ma adesso tesi al diploma superiore ed anche universitario, il tutto senza sottomissioni, gentilezze forzate o sorrisi alle labbra.

L’ex-signorina Innocenti, diventata Conti da diversi anni, insegnante ormai al Liceo storia e filosofia, applaudì ai tempi apportatori di dialogo, che non le era riuscito negli anni di cartapesta; ma tutti i “blue-jeans” che affollavano i banchi, quei capelli arruffati, lunghi, capelloni, al dire comune, quei fianchi mascolinizzati del sesso una volta gentile, buttati all’emancipazione, accolsero con ghigno le pretese di un confronto fra la tradizione e il tempo attuale, considerando inutile ogni sforzo dialettico in questo senso, per approfondire, come lei diceva, le verità secondo il detto: “veritas filia temporis”; né tanto meno badavano al suo: “non nova sed novae”, vale a dire: non cose nuove (nihil novi sub sole) ma modi nuovi.

No, essi appartenevano al loro tempo (nessuno però glielo contestava) e avevano a noia dei tempi degli altri, che non capivano. Questioni attuali volevano, dibattute con le nozioni che sapevano e non sapevano; questioni sociali, economiche, rivendicazioni, l’affare della droga, la nevrosi, le assemblee di classe e quelle più grandi di scuola. Anche il linguaggio è cambiato, pareva dicessero, ponendosi “sulla piattaforma”, collocandosi “al vertice”, andando “al limite”, vivendo “il collettivo”, portando avanti o recependo il discorso nella misura in cui…”, ecc. ecc.

L’ex-signorina permise che esternassero la loro personalità, per un sospetto venutole dal fondo, che potevano aver ragione, ma se lo tolse subito, perché, dietro un armamentario di frasi impersonali, c’era solo tanta voglia di far sempre vacanza.

Almeno gli alunni prebellici avevano il pudore di un pò di diligenza! Nulla era cambiato nelle sue classi, ognuno perseguendo il proprio “particulare”, di guicciardiana memoria, dietro il carro del partito unico di ieri o dei partitti massicci di oggi. Allora, indispettita contegnosamente, com’era nella sua indole educata, spiegò com’era suo costume, facendo nuovo l’antico, e, con l’autorevolezza del sapere, li fece rientrare. Poi cominciò a interrogare.

“D’Acunzo – chiamò – D’Acunzo in storia”. S’alzò un omino con baffi, un pelo di barbetta, gli occhiali a coronamento: un intellettuale, alle apparenze. Lei: “Sentiamo, che mi sai dire sul fenomeno comunale?”. Egli s’era preparato, su un altro testo, non in adozione, era provvisto di parlantina, e iniziò scorrevole, attirando l’ascolto. Fece in sintesi la storia, con riflessioni di quando in quando, e invaghì la massa alla conclusione: “Il Comune, riconosciuto libero dopo la sconfitta apportata al Barbarossa, rappresentò la vittoria degli interessi borghesi, nascosti sotto il nome di patria, e deluse le aspettative del collettivo popolare, che si era fatta l’illusione di combattere per un patriottismo comunardo. La patria – terminò con convinzione marcata – non fu che una sovrastruttura, come tanti valori tramandatici, della classe dominante”. E qui, sul punto fermo, uno scroscio di applausi l’abbracciò con un sol grido unanime: “Bravo, bravo D’Acunzo! D’Acunzo, sei tutti noi!”.

Mentre ritornava al posto, le veniva facile, all’ex-signorina, il raffronto tra le marionette d’una volta, anche le più celebri, passate per i suoi banchi, e queste, e non ci vide differenza, al di là d’interpretazioni di circostanza, se non del tono.

E guardando sul registro in cerca del nome dell’alunno, e scrivendone il voto, si ritrasse definitivamente in un pensiero, che le era balenato talvolta, cioè che per avere un nuovo “establishment” occorreva, come sempre, una conversione religiosa-spirituale nell’intimo, che ad ogni uomo dava la possibilità di sentirsi un altro, e unito, contemporaneamente, con tutti.

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Giovanni De Pascalis. “La vita copiata”. Ventaglio Novanta, n. 25, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-vita-copiata/

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