Un importante ruolo nella Settimana dei Beni Culturali ed Ambientali (Dicembre 1994) è stato rivestito dalle iniziative attuate presso l’Archivio di Stato di Rovigo. L’istituzione ha sede presso l’ex Seminario Vescovile, eretto alla fine del ’700 su un progetto dell’abate e architetto Domenico Cerato (1715 ca – 1792), progettista vicentino, la cui personalità permane per molti aspetti ancora oscura e sfuggente.
Se molto note e documentate sono le sue opere principali, il catalogo completo della sua attività manca ancora di un preciso approfondimento filologico, mentre una sistemazione critica del suo ruolo, nel complesso e articolato quadro storiografico del Settecento veneto, non è ancora stata tentata.
Non sappiamo innanzi tutto come si svolse la sua prima formazione. Il Milizia, che scriveva quando il Cerato era ancora in vita, ci informa che in lui la passione per l’architettura datava "fin dalla prima gioventù". Non siamo in grado, tuttavia, di ricostruire le ragioni che portarono il giovane Cerato, destinato alla carriera ecclesiastica, a interessarsi di architettura. Egli infatti, di umili origini nato a Mason (VI), fu avviato all’educazione religiosa per volere del padre adottivo, il conte Francesco Cerato-Loschi. Studiò dapprima a Vicenza presso il Collegio dei Gesuiti, per poi passare al Seminario di Padova.
È verosimile che nell’ambito del suo soggiorno padovano egli abbia avuto molteplici occasioni per entrare in contatto con l’ambiente universitario che ruotava attorno alla figura del marchese Giovanni Poleni (1683-1761), nel quale i temi legati al rinnovamento dell’architettura venivano ampiamente discussi. Già negli anni cinquanta del Settecento abbiamo precise testimonianze di una certa familiarità tra il grande matematico e il nostro architetto. In questo senso, la fuga provvisoria dal Seminario ricordata dai primi biografi, andrebbe letta come un tentativo di ribellione – una volta conosciuta la vera vocazione per l’architettura – nei confronti della carriera ecclesiastica imposta.
Certo è che pochi anni dopo la sua ordinazione, lo troviamo impegnato nella pratica a Vicenza.
Nel 1741 è documentato un suo intervento nella sistemazione del Seminario vicentino. Questo primo lavoro fu seguito da altri di piccola entità, quasi tutti interventi di modifica e integrazione su edifici già esistenti.
Nel 1747-48 presenta una propria proposta per la realizzazione dei portici di Monte Berico. Verso il 1750, poi, aprì in casa propria una "Scuola di architettura pratica" destinata a "giovani volenterosi … sia del ceto operaio che del civile".
L’insegnamento da allora costituirà sempre un interesse primario, nei confronti del quale Domenico Cerato dedicherà la maggior parte delle proprie energie, nonostante il fallimento di questa prima esperienza didattica, osteggiata dall’ambiente culturale vicentino, egemonizzato sul piano artistico dalla figura dell’influente conte architetto Enea Arnaldi. Pertanto, pochi anni dopo, seguendo l’invito dell’amico abate Giuseppe Toaldo, Cerato decise di stabilirsi a Padova.
Qui egli potè stringere nuovi legami con l’ambiente riformista di stampo lodoliano (nel 1765 lo troviamo impegnato ad Altichiero nella trasformazione della Villa del senatore Angelo Querini) e assumere un preciso e rilevante ruolo in ambito istituzionale realizzando le sue opere maggiori.
Così, nel 1767 grazie all’intervento del Toaldo, chiamato alla cattedra di "Astronomia e meteore" dell’Università, ottenne il primo importante incarico pubblico: la costruzione di una Specola astronomica, che fu eretta trasformando la "Tor longa" dell’antico castello carrarese. I lavori furono completati nel 1777.
Nel frattempo, dopo aver portato a compimento il piccolo edificio destinato alle casse del comune (1771-72), il Cerato riceveva dai Riformatori dello Studio l’incarico ufficiale di organizzare e dirigere una "Scuola pratica di architettura civile".
La scuola, non ancora vera e propria cattedra universitaria, era destinata alla formazione di base di "marangoni, tagliapietra, muratori e agrimensori". Ancora una volta, dunque, più che ad una concezione teorica dell’architettura, a un’astratta speculazione sui principi, l’interesse dell’abate architetto si rivolge al lato pratico-tecnico del costruire, alle "ragioni intrinseche del costruire". Nel 1784, destinato essenzialmente all’uso didattico, pubblica il volume Nuovo metodo per disegnare i cinque ordini di architettura civile conforme la regola di A. Palladio e V. Scamozzi.
Nel 1775-76 si colloca il secondo grande incarico: la realizzazione del Prato della Valle. L’idea di sistemare il grande spazio vuoto e acquitrinoso dinnanzi alla basilica di S. Giustina, si concreta con l’arrivo in città in qualità di Provveditore Straordinario di una delle più significative figure politiche e culturali del Settecento non solo veneto, ma europeo: Andrea Memmo (1729-1793). Nel suo breve periodo di reggenza, tentando un’attuazione concreta dei principi appresi negli anni di frequentazione lodoliana, il provveditore concepì un articolato piano non solo di riassetto urbano, ma anche di rilancio economico della città euganea, del quale il Prato della Valle costituiva il fulcro su cui doveva ruotare tutto il processo di rinnovamento.
Nel 1777 Cerato venne incaricato di stilare un progetto per la costruzione del Seminario di Rovigo; due anni dopo fu posata la prima pietra. I lavori furono seguiti da G.B. Padrin e completati nel 1794. L’edificio fu realizzato reimpiegando alcune preesistenze, come la chiesa di S. Agostino, appartenute al convento di monaci eremitani (soppresso nel 1772).
Assai simile a quest’opera per molte soluzioni formali e di dettaglio, è la terza grande fatica del Cerato: l’Ospedale Civile di Padova. La costruzione fu iniziata nel 1778 e completata molti anni più tardi sotto la direzione dell’allievo Danieletti, nel 1798 dopo la morte del pubblico professore. Una fabbrica, questa, dove forse con più evidenza si coglie l’idea di architettura nutrita e trasmessa dal Cerato ai propri allievi, spesso impegnati direttamente nel cantiere a fianco del maestro, essenzialità negli ornati, solidità e perfetta aderenza alla funzione.
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Come citare questo articolo
Stefano Zaggia. “L’architetto Domenico Cerato”. Ventaglio Novanta, n. 11, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/larchitetto-domenico-cerato/